C’è chi passa le trasferte guardando serie tv e chi, invece, ripete analisi matematica tra un autogrill e un palazzetto. C’è chi vive lo sport come evasione dagli studi e chi, al contrario, ha trovato proprio nello sport la chiave per affrontare una delle facoltà più dure e selettive. Camilla Riccardi, 26 anni, pallavolista cresciuta a Orzinuovi, nelle ultime stagioni tra Torbole Casaglia in B1 e Valsabbina Millennium Brescia in A2, appartiene decisamente alla seconda categoria.
Perché mentre rincorreva palloni sui taraflex di tutta Italia, nel frattempo preparava esami, tra dispense, formule e teoremi. E oggi può dire di avercela fatta davvero: fresca di laurea magistrale in Matematica all’Università Cattolica, Camilla rappresenta una rarità quasi controcorrente nel panorama sportivo. Non solo per il titolo di studio, ma anche per il modo in cui racconta il legame tra numeri e pallavolo: non due mondi opposti, ma due linguaggi sorprendentemente simili. Ordinati, rigorosi, perfino creativi.

La sua è una storia di sacrifici, allenamenti, viaggi, esami preparati di notte e una timidezza che l’ha portata perfino a «nascondere» per anni la carriera sportiva ai professori universitari. Ma anche una storia piena di ironia, lucidità e passione autentica. Perché Camilla Riccardi parla della matematica come una sportiva e della pallavolo come una matematica. E forse è proprio questo il segreto che le ha permesso di tenere insieme due mondi che agli altri sembrano inconciliabili.
Camilla, quando hai capito che matematica e pallavolo potevano convivere nella tua vita?
«In realtà è stato un po’ un salto nel vuoto. Ho sempre giocato a pallavolo, ma contemporaneamente ho sempre avuto una passione forte per le materie scientifiche. Finite le superiori mi sono detta: “Perché non provarci?”. Sapevo che Matematica sarebbe stata impegnativa, e oggi posso confermarlo senza problemi. Però mi sono buttata. E alla fine le due cose si sono incastrate quasi naturalmente».

In che senso?
«La mentalità dell’atleta mi ha aiutata tantissimo nello studio. E viceversa. La testa “quadrata” che serve nello sport è perfetta anche per la matematica. Disciplina, ordine, organizzazione: alla fine sono aspetti che accomunano entrambi i mondi».
Da libero, poi, forse ancora di più.
«Assolutamente. Il libero è un ruolo di lettura, di equilibrio, di ordine. Devi mettere ordine in campo, capire le situazioni, anticipare. C’è tantissima matematica dentro questo ruolo, forse anche troppa…».

La matematica viene spesso raccontata come una disciplina fredda, mentre lo sport è visto come il regno delle emozioni. Tu invece sembri vedere un ponte continuo tra questi due universi...
«Perché io non li ho mai percepiti davvero separati. Sono una persona molto emotiva e credo che anche la matematica abbia una componente emotiva fortissima. Certo, è rigorosa, ma dentro c’è sensibilità, intuizione, creatività. Ho sempre trovato un collegamento naturale tra queste due parti di me».
Il tuo percorso parte da Orzinuovi.
«Sì, ho frequentato il liceo scientifico a Orzinuovi e poi ho scelto la Cattolica. È stata un’esperienza molto bella».
L’università ti ha aiutata a tenere insieme studio e sport?
«In realtà io ho sempre “nascosto” la mia carriera sportiva. Sono molto riservata, anche se magari non sembra. Non volevo passare per quella che si vantava. Così tanti professori non sapevano nemmeno che giocassi».
Davvero?
«Sì. L’hanno scoperto praticamente poco prima della laurea. Durante un incontro con i docenti ci hanno chiesto cosa immaginassimo per il nostro futuro e lì ho raccontato anche del mio percorso nella pallavolo. Alcuni sono rimasti sorpresi e poi si sono avvicinati per chiedermi informazioni. Però devo dire che sono stati tutti splendidi anche senza sapere nulla: disponibili, comprensivi, davvero persone meravigliose».
Facile immaginare che non sia stato semplice tenere insieme tutto.
«No, infatti. È stato molto difficile. Tanti allenamenti, tante ore di studio, trasferte, esami. Ho vissuto un po’ a fasi alterne: durante l’estate, quando i campionati si fermavano, mi dedicavo completamente alla matematica; durante la stagione cercavo di gestire entrambe le cose. Anche se io faccio fatica a lasciare andare qualcosa: se faccio una cosa, voglio farla bene».
Ti è mai capitato di preparare esami durante le trasferte?
«Sempre. Due anni fa la mia compagna di camera mi sentiva ripetere dispense di matematica ogni settimana. Poverina, credo abbia imparato anche lei qualcosa…».
In squadra eri «quella della matematica»?
«Sempre. In ogni squadra. E penso resterò sempre quella lì…».

C’è qualcosa che lo sport ti ha insegnato e che poi ti è servito negli studi?
«Sicuramente a non mollare mai. Io non mi considero un genio. All’università ho conosciuto persone incredibili, compagni che oggi stanno facendo dottorati di ricerca e che hanno capacità enormi. Il mio è stato un percorso difficile, con anche qualche esame andato male. E lì la pallavolo mi ha aiutata tantissimo. Una partita può andare male, un esame pure. Lo sport mi ha insegnato a rialzarmi».
Hai mai pensato di dover scegliere tra pallavolo e matematica?
«Mai. Nemmeno quando sono salita in A2 con la Valsabbina Millennium. Non ho mai pensato di lasciare l’università».
A proposito di Millennium: che effetto ti ha fatto vedere la promozione?
«Bellissimo. Sono molto contenta perché conosco bene l’ambiente e so quanto abbiano lavorato tutti per raggiungere quel risultato. Anche se non facevo più parte del gruppo, mi sentivo ancora molto vicina a loro».
Ora che hai la laurea magistrale, che cosa immagini per il futuro?
«Sono in una fase un po’ particolare. Ho già firmato con una nuova squadra, ma ancora non posso dire nulla…».
Segreto professionale.
«Esatto... Però allo stesso tempo sto pensando anche a un master. Non riesco proprio a mollare la matematica. Credo che nel mio futuro continueranno a convivere entrambe le cose».

La passione per la matematica da dove nasce?
«Da mia cugina, che ha studiato matematica anche lei. È stata la prima a dirmi che avevo una testa adatta a questo tipo di ragionamento. E alla fine l’ho ascoltata».
Che cosa diresti invece a chi sostiene di «non essere portato» per la matematica?
«Che le passioni vanno coltivate. Non solo nello studio, ma in tutto. Nello sport, nel lavoro, nella vita. Anche se all’inizio qualcosa sembra difficile o lontano, bisogna buttarsi».
Nel basket c’è Pippo Ricci, laureato in matematica mentre giocava in Serie A e in Nazionale. Ti sei mai sentita rappresentata da storie così?
«Sì, perché purtroppo nel mondo dello sport chi studia matematica viene ancora visto come qualcosa di strano. Non ho mai capito il perché. Però sì, vedere esempi del genere fa bene. Ti fa capire che le due cose possono davvero convivere».
Quindi il pregiudizio esiste ancora?
«Un po’ sì. Da fuori sembra difficile capire come possano stare insieme sport e matematica. Ma vivendo entrambe le realtà ti accorgi che sono molto più vicine di quanto sembri. Alla fine è tutto collegato».
Anche perché, in fondo, il mondo è matematico...
«Esatto. La matematica è dappertutto. Senza tirare fuori Pitagora... però sì, davvero dappertutto».




