Linee rette che diventano volti, algoritmi che si trasformano in immagini: è il mondo di Guglielmo Fadabini, 23 anni, studente di matematica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. Tra arte e tecnologia, il giovane ha costruito da sé anche i robot con cui realizza le sue opere, dando forma a un linguaggio originale che unisce scienza e creatività.

Fadabini, partiamo da lei: che percorso sta seguendo?
Ho 23 anni e studio matematica. Mi occupo di string art da quando avevo 15 anni, quindi ho già diversi anni di esperienza alle spalle nonostante la giovane età.
Come nasce il suo percorso artistico e cosa l’ha colpita di questa tecnica?
Ho scoperto online questa tecnica, che all’epoca veniva realizzata manualmente seguendo una sequenza generata dal computer. Mi ha colpito subito, ma ho anche notato un limite: la costruzione dell’opera era molto meccanica, poco artistica. Da lì è nata l’idea di migliorare questo aspetto, eliminando la monotonia della realizzazione per concentrarsi maggiormente sull’abbellimento digitale dell’opera: è lì che sta la vera arte.
E lì arriva l’intuizione: trasformare il processo.
Ho deciso di automatizzare il processo costruendo dei robot. Così ho potuto spostare l’attenzione dalla ripetizione manuale alla parte più creativa e matematica dell’opera.
Robot progettati e costruiti da lei: come funzionano?
Sì, ne ho costruiti quattro per ora. Sono macchine che utilizzano motori, un microcontrollore e un ago di grosso calibro attraverso cui passa il filo. L’ago deposita il filo sui chiodi seguendo il percorso calcolato dal computer.

Ha sviluppato tutto in autonomia, anche il software?
Sì, completamente. Non ho mai acquistato nulla di pronto. Ho sempre voluto partire da zero, sia per il codice sia per la parte meccanica.
Che cosa accade, concretamente, dal momento in cui sceglie un’immagine all’opera finita?
Il computer prende un’immagine e la traduce in una sequenza di linee. È un processo simile per certi versi alla tomografia: come una Tac ricostruisce l’interno del corpo, la string art ricostruisce un’immagine attraverso linee di diversa intensità.

Da dove partono le sue opere?
Possono partire da fotografie o immagini. Spesso realizzo volti o animali, ma anche soggetti architettonici, ho realizzato anche la torre Eiffel con la string art. La risoluzione non è altissima, quindi le opere devono essere abbastanza grandi.
Tra i lavori più recenti c’è quello esposto durante la Quaresima in cattedrale. Com’è nato?
Sì, rappresenta Gesù e Pietro che si abbracciano. È stata esposta in Duomo Nuovo a Brescia durante la Veglia delle Palme. L’idea è nata dopo una mostra in Cattolica: alcuni sacerdoti l’hanno vista e mi hanno chiesto di realizzare un’opera.

Un’opera anche di grandi dimensioni.
Sì, è la prima così grande: circa un metro e ottanta per un metro e trenta. L’ho realizzata interamente a mano e mi ha richiesto tre giorni di lavoro.
Che reazione suscita il pubblico davanti alle sue opere?
All’inizio c’è quasi incredulità: sembrano disegni fatti a matita. Poi, quando si capisce che sono fatti solo di fili, nasce lo stupore. È un concetto difficile da accettare, ma molto affascinante.
Arte e matematica: quanto pesano queste due componenti nel suo lavoro?
C’è una forte componente di calcolo, ma anche molta intuizione. Il codice l’ho sviluppato da autodidatta, quando ancora non ero all’università. Poi c’è tutta la parte artistica, che rende l’opera qualcosa di più di un semplice procedimento tecnico.
Che rapporto ha con l’intelligenza artificiale?
Nessuno, per ora. Tutto quello che faccio è sviluppato da me, è farina del mio sacco. E questo è anche il bello: da un processo matematico rigoroso nasce qualcosa di estetico e complesso.
Le sue opere hanno anche un «filo» conduttore?
Soprattutto visivo. Una cosa interessante è che si leggono in due modi completamente diversi: da vicino si coglie la struttura, la tecnica, la trama dei fili, ed è lì che emerge la bellezza della matematica, del processo. Da lontano invece appare l’immagine, e quindi la bellezza visiva ed emotiva.
Quanto ha inciso l’Università Cattolica nel suo percorso?
Molto nella promozione del mio lavoro. Grazie alla Cattolica ho potuto esporre e anche tenere una conferenza al Politecnico di Milano. Inoltre mi ha permesso di entrare in contatto con la diocesi.
Sta lavorando a nuovi progetti?
Sì, sto sperimentando anche opere in trasparenza, da sovrapporre ad altre immagini. Mi piacerebbe applicare questa tecnica anche in contesti architettonici, per esempio nelle chiese: penso ai rosoni, dove al posto delle vetrate si potrebbero immaginare strutture trasparenti con opere in filo capaci di dialogare con la luce.

Guardando al futuro, dove vuole portare la sua ricerca artistica?
È un percorso complesso, perché unisce arte, programmazione e progettazione. Ma è proprio questo a renderlo stimolante. Vorrei continuare a sviluppare questa tecnica e trovare nuovi ambiti in cui applicarla.



