Strada facendo

Banditi a Polaveno... 40 anni fa

Sul colle tra il Sebino e la Valtrompia, un conflitto a fuoco con la Squadra mobile di Brescia pose fine alle gesta del bandito Facchinetti, capo della banda della Val Cavallina
Adriano Baffelli

Adriano Baffelli

Commentatore

Una veduta di Polaveno - Foto © www.giornaledibrescia.it
Una veduta di Polaveno - Foto © www.giornaledibrescia.it

Il percorso sul quale s'impernia questo approfondimento si snoda tra il Sebino e la Valtrompia. Dopo le curve e i tornanti tanto amati da motociclisti e ciclisti, mentre sono diretto a Gardone Valtrompia, un angolo di Polaveno attrae la mia attenzione. Accosto la vettura, mentre i ricordi accelerano quasi temessero di non avere sufficiente forza per trasformarsi in immagini, quindi in parole, quelle da trovare e da assembleare al meglio per raccontarvi quel che accade in questo borgo della media Valtrompia.

Sovvenendomi per analogia il ricordo delle immagini cinematografiche di «Banditi a Milano», indimenticabile film di Carlo Lizzani sulle imprese della banda Cavallero, mi pare possa calzare bene il titolo «Banditi a Polaveno». Precisamente, l'epilogo si celebrò al cospetto del muro, riportato in una delle foto che corredano l'articolo, il 20 novembre del 1987, quasi 40 anni fa. Qui terminò l'epopea banditesca di Pierluigi Facchinetti, capo della banda della Val Cavallina, che morì a 31 anni a seguito di un violento scontro a fuoco con la Squadra mobile di Brescia.

Il muro dove finì la corsa del capo della banda della Val Cavallina - © www.giornaledibrescia.it
Il muro dove finì la corsa del capo della banda della Val Cavallina - © www.giornaledibrescia.it

Facchinetti, bergamasco di Trescore Balneario, viaggiava su una Lancia Delta bianca, insieme al suo braccio destro, il conterraneo Mauro Nicoli, di Borgo di Terzo. Diretti in Valtrompia, secondo vari articoli giornalistici per rifornirsi d'armi, i due orobici, protagonisti con la banda di rapine e delitti efferati in Italia, Francia, Svizzera e in altri paesi europei, erano attesi dai poliziotti bresciani.

Non avrebbero accettato di deporre le armi, anzi, per tutta risposta Nicoli avrebbe sparato colpi di mitraglietta verso gli uomini della Squadra mobile della Questura bresciana, che rispondendo con tempestività, avrebbero ferito mortalmente Facchinetti e ferito Nicoli con precise raffiche di mitra. La banda avrebbe comunque operato ancora nei mesi successivi, firmando nella nostra città la sanguinosa rapina alla Banca Popolare Lombarda in via Gramsci, che costò la vita all'agente Domenico Prosperi, sacrificatosi per salvare la collega Maria Angela Natali. Nel 2018, inaugurando la stele che lo ricorda, l'allora Capo della Polizia, Franco Gabrielli, così ricordò Domenico Prosperi: «Per certi versi un eroe per caso, non per caso un grande uomo».

Collegata al tragico evento di Polaveno, nella memoria del vostro cronista si staglia precisa la visione di una notte vissuta lungo l'Aurelia, tra Savona e Genova pochi giorni prima della Pasqua di 47 anni fa. Di pattuglia con altri carabinieri, tra i quali un sottufficiale del Reparto operativo della Compagnia di Savona che già aveva indagato sul giovanissimo Facchinetti, che operò anche in Liguria, effettuammo controlli accurati sulle auto in transito, dopo l'allarme via radio della sua presenza segnalata in zona, con l'avvertenza ricevuta che, in caso l'avessimo incontrato, se messo alle strette avrebbe quasi certamente sparato per primo. Ma questa è un'altra storia rispetto alla tragica cavalcata criminale fermatasi al cospetto di un muro di Polaveno, tra il Sebino e la Valtrompia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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