Il Ferragosto di 90 anni fa, un sottile filo d’oro unì Berlino e Toscolano Maderno. Nella capitale tedesca si disputavano le «Olimpiadi di Hitler», il cui eco arrivò fin ai piedi di quel promontorio sul lago. Il filo lo annodò Ugo Locatelli, scattante «geometra» di centrocampo, che novant’anni dopo (ed a 110 anni esatti dalla sua nascita) è ancora l’unico bresciano a fregiarsi dell’oro olimpico nel calcio. A reclutarlo per quell’avventura magica fu Vittorio Pozzo, che aveva bisogno di una squadra di «dilettanti» per prendere parte ai Giochi del ’36. Due anni dopo si portò Locatelli e parte di quella squadra anche in Francia, per prendersi il secondo titolo iridato.

«Ma mio papà diceva sempre che i Giochi olimpici valevano più dei Mondiali – ricorda la figlia Maria Luisa, oggi 83enne, residente a Francavilla Fontana, nel Brindisino – perché davano una sensazione particolare. Essere premiati davanti a un pubblico non solo amante di calcio, ma dello sport in genere, era unico». Fu così anche a Berlino, anche perché Locatelli e gli altri azzurri – che giocavano in nero, era quel ventennio là... – quando tornarono furono acclamati da migliaia di persone. Valore dello sport che unisce i popoli, anche in quel periodo difficile in cui pure le Olimpiadi furono così divisive.
Aneddoto
E particolari, perché l’Italia era sì schierata dalla parte di Hitler, ma non per questo immune da problemi. In primis perché la finale – vinta 2-1 ai supplementari proprio il 15 agosto del 1936 – si giocò contro gli austriaci, sospinti dagli 85mila «alleati» dell’Olympiastadion di Berlino. E poi perché al Villaggio Olimpico la squadra italiana fece amicizia con Jesse Owens, il velocista di colore vincitore di quattro medaglie d’oro che diede un dispiacere al Führer: si dice che l’afroamericano passasse le serate a suonare la chitarra, cantare e ballare proprio con gli italiani.

Locatelli e gli altri vissero quell’esperienza spensieratamente. Anni dopo, però, la guerra fece parte della sua vita. Il fratello di due anni più grande fu mandato a combattere in Russia, dove perse la vita. Lui fu costretto ad arruolarsi nella Polizia della Rsi per non essere deportato in Germania, prestò servizio nel battaglione di polizia di via Promontorio, a Maderno.
Storia
Non fu vita facile, la sua. Perse da piccolo i genitori, morti in un incidente d’auto nel lago d’Idro. Il calcio era la sua forma di riscatto: si formò nella Benaco Salò da attaccante, già a 16 anni era al Brescia dove fu trasformato in mezz’ala, giocò con l’Ambrosiana cinque anni vincendo due scudetti, poi tra una sospensione e l’altra per il conflitto restò sostanzialmente alla Juventus dal 1941 al 1949.
Terminò la carriera con 22 presenze in Nazionale e 360 gare di serie A. Non terminò però il suo rapporto con la città di Torino, dove rimase a vivere ed a lavorare, sempre per la Vecchia Signora. Circa tre lustri come responsabile del settore giovanile e poi scout bianconero, un operato apprezzato in particolar modo da Giampiero Boniperti. «Ma io resto un lombardissimo, anzi un gardesano», diceva lo stesso Locatelli in un’intervista del 1964. E infatti l’ultima sua volontà, prima di lasciarci a 77 anni a Torino il 28 maggio del 1993, fu il ritorno sul Benaco.
«È sempre stato orgoglioso delle sue radici», racconta la figlia. Chiese espressamente di essere sepolto a Toscolano, perché rispetto al cimitero di Maderno è più alto e da li si vede il lago. Quel filo d’oro annodato a Berlino, 90 anni fa, alla fine l’ha riportato sul Garda.




