Storie

Il ballerino Matteo Corbetta: «Lasciai la Scala per ritrovare passione»

Il coreografo bresciano, ospite a Radio Bresciasette con Cristina Facchini, si è raccontato al «Magazine» di Maddalena Damini: «Ballare è mettersi in gioco, come nella vita»
Paola Gregorio
Matteo Corbetta ospite di Maddalena Damini
Matteo Corbetta ospite di Maddalena Damini

La danza l’ha portato a girare il mondo. Da Brescia a New York, passando per il Giappone. Matteo Corbetta, ballerino e coreografo bresciano, diplomato alla Scala – per entrare poi nel corpo di ballo del tempio artistico meneghino – si è raccontato ieri al «Magazine» di Maddalena Damini, ospite negli studi di Radio Bresciasette con Cristina Facchini, ballerina e fondatrice della scuola «Danza è».

Gli esordi

La vocazione di Matteo, che è anche insegnante certificato all’American Ballet Theatre di New York, è precocissima. «Già all’asilo sapevo che volevo fare il ballerino. I miei genitori non erano proprio entusiasti all’inizio – ricorda –. Al termine delle scuole medie ho espresso loro chiaramente il mio desiderio e mi hanno iscritto a una scuola a Brescia». La danza, dice, «è una grande maestra di vita. Ti insegna a non mollare, a lavorare sui tuoi limiti, che non puoi conoscere se non ti sperimenti e non ti metti in gioco. Ti chiede rigore, è un’arte molto faticosa fisicamente, al pari del pugilato, ma ti insegna la disciplina e ad andare oltre».

Corbetta ha danzato in numerose compagnie italiane e con il corpo di ballo della Scala ha girato il mondo, esibendosi nei più importanti teatri italiani, europei, americani e giapponesi in gran parte del repertorio classico. «Ma il teatro più bello dove ho danzato resta per me l’Arena di Verona». Ha ballato con i più grandi, da Carla Fracci a Roberto Bolle. «Poi ho sentito l’esigenza di andare avanti e ho deciso, credo di essere stato uno dei pochi a farlo, di lasciare la Scala. E non mi sono mai pentito – confida –. È stato un periodo bellissimo, ma le grandi compagnie ad un certo punto diventano un po’ come delle fabbriche. E ho sentito il bisogno di tornare a compagnie più piccole, dove al centro resta la passione».

A New York

All’American Ballet Theatre arriva tramite una collega del New York City Ballet. «Mi parlò della certificazione come insegnante, che si poteva ottenere lì. Il metodo è diverso da quello italiano. Mixare gli stili ti dà apertura mentale». Cosa rende un ballerino un buon insegnante? «Siamo maestri, non insegnanti – precisa –. Perché la danza è come la vita. Ti metti in gioco, non sai quale sarà la direzione e ti trasformi lungo il percorso. Uno dei miei maestri è stato Paolo Polini alla Scala, aveva una grande passione. E quando insegni è importante continuare ad allenarti, perché agli allievi non devi solo parlare ma anche mostrare. Devi continuare a sentire la danza su di te». La più grande? Sylvie Guillem, etoile dell’Opera di Parigi. «Ricordiamoci che la danza è bellezza, non performance. Il cuore deve trasparire, altrimenti c’è perfezione tecnica ma non anima».

Matteo ha insegnato anche alla scuola di danza della bresciana Cristina Facchini, che con «Danza è» aiuta pure il fratello sacerdote, Alessandro, nel suo progetto in Perù, dove la Casa degli Orfanelli ospita circa sessanta bambini. «Ho chiamato Matteo per farmi aiutare nell’insegnamento – racconta Cristina –. Io stesa mi sono messa un po’ in gioco: vado a lezione da Matteo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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