Dall’aria all’acqua, per trasmettere a terra il fuoco di una passione che i grandi eventi sportivi accendono nel pubblico, anche tra chi non è esperto di quella disciplina. Se avete potuto godere dello spettacolo della vela nella recente regata preliminare dell’America’s Cup, a Napoli dal 24 al 27 settembre, il merito è (in gran parte) di Alberto Guerini, pilota bresciano, titolare della Elitop di Montichiari. È grazie a lui se i quattro elementi fondamentali (ma sì, scomodiamo Empedocle...) si sono mescolati alla grande, in un mix emozionale reso possibile dal contesto naturale (il golfo di Napoli mica è una costruzione dell’intelligenza artificiale) e anche dalla professionalità di chi ci ha lavorato.
Alberto pilotava uno dei due elicotteri che hanno garantito le riprese televisive: quello che volava più basso, vicino alle barche; quello che ha trasmesso le immagini più coinvolgenti. E non era la prima volta: lo fa da vent’anni abbondanti.

Guerini, da quando pilota il suo elicottero sopra le regate?
Ho iniziato nei primi anni Novanta sul Lago di Garda, in occasione della Centomiglia e del Gorla, insieme ad Angelo Modina. Poi ho cominciato a fare alcune stagioni in Sardegna, in particolare le regate dello Yacht Club Costa Smeralda. Con me c’era Carlo Borlenghi, che è stato uno dei più grandi fotografi di vela a livello mondiale, tanto da essere fotografo ufficiale dell’America’s Cup. La prima regata insieme l’abbiamo fatta nel ’96 a Porto Cervo. Grazie a Borlenghi, purtroppo mancato lo scorso agosto all’età di 70 anni, e ad un gruppo di professionisti inglesi che fanno riprese mi sono inserito nel giro ed ho iniziato a volare costantemente per le regate del circuito Rolex, tra Italia e Francia.
Poi è arrivato all’America’s Cup...
La prima volta è stata nel 2005, a Trapani, dove si svolsero gli Act 8 e 9 della Louis Vuitton Cup. Mi chiamarono e con entusiasmo dissi di sì. Andò bene, con reciproca soddisfazione, mia e dell’organizzazione. Tanto che mi richiamarono per Valencia. E poi per le tappe italiane del 2012, a Napoli e Venezia. Anche lì fu un’esperienza molto positiva. Mi contattarono anche per San Francisco 2013, ma scelsi di non andare.
Quest’anno si è ripresentata l’occasione. «Ti interessa fare l’America’s Cup?» mi hanno chiesto dalla Amis Productions, azienda numero 1 al mondo in questo campo. Ho risposto convintamente di sì, perché conosco la professionalità delle persone con cui si lavora. È stata una grande soddisfazione, anche perché non è stato fatto un bando, ma c’è stata una chiamata per l’affidamento diretto. E così sono stato prima a Cagliari, in maggio, ed ora a Napoli. Certo può sembrare starno che in questo ambito lavori uno che non è mai salito in barca a vela e che non conosce nemmeno gli equipaggi, se non i nomi più importanti...
Com’è organizzato il lavoro in elicottero per le riprese?
In America’s Cup gli elicotteri sono due. Uno vola in alto e garantisce le riprese del campo di regata. Io piloto quello che vola più basso, da zero a 100-150 metri dall’acqua. Seguiamo le barche da vicino. La telecamera, una Shotover che garantisce immagini perfettamente stabili, è montata su un palo agganciato esternamente all’elicottero e ruota a 360°.

Con me a bordo ci sono l’operatore della telecamera, che ha la precedenza, ed un fotografo. In un auricolare sento le indicazioni del regista, a bordo ho due schermi: in uno vedo le immagini della diretta tivù, nell’altro l’inquadratura fatta dal mio operatore, che lavora alla sua consolle. Io devo sempre tenere un lato del campo di regata e, come detto, le esigenze dell’operatore di ripresa hanno sempre la precedenza. Tuttavia cerco comunque di mettere il fotografo dal lato giusto, magari volando di traverso o al contrario, per offrirgli angoli migliori.
In vent’anni è cambiato il modo di lavorare?
Sì, parecchio, perché sono cambiate le barche. Oggi raggiungono velocità impressionanti ed hanno angoli di virata pazzeschi. Ho dovuto cambiare il mio modo di volare. Una volta c’era più creatività, i fotografi amavano volare con me perché gli trovavo l’angolo giusto. Ora lo spettacolo è in primis televisivo, un po’ più appiattito.

Peraltro i campi di regata ora sono più stretti, perché più vicini al pubblico. Una volta il pilota esperto di vela faceva davvero la differenza, certo anche oggi devi avere buon occhio, stare particolarmente attento ai tempi, a essere al posto giusto al momento giusto.
Dall’alto si percepisce l’atmosfera del grande evento?
A Napoli, sul lungomare Caracciolo, c’era un grandissimo pubblico, il villaggio allestito era molto carino. Però devo dire che personalmente quell’atmosfera non l’ho vissuta più di tanto, la nostra base era a Bagnoli, dove stanno costruendo gli hangar in vista delle regate del prossimo anno. Inoltre la giornata lavorativa è lunga ed intensa: si comincia a volare 40 minuti prima del via della regata, si fa un test, si torna alla base per il rifornimento, e poi via con la diretta tivù, che comincia una ventina di minuti prima dello start.

Dopo la regata c’è ancora una mezz’ora di riprese e poi si torna alla base, dove si deve sistemare il tutto. A Napoli - dove avevo un monomotore Eurocopter As350, affittato dalla E+S Air di Ogliastro Cilento - in un giorno di scarso vento sono rimasto in aria 4 ore, con un rientro per il rifornimento al volo...
Lavoro serrato, ma anche belle soddisfazioni?
Sicuramente. Lavorare in un contesto di questo livello è certamente appagante. C’è grande attenzione alla sicurezza, ci sono standard elevatissimi. Mi occupo anche dei rapporti con gli enti come Enac ed Enav, rapporti molto collaborativi per garantire sicurezza e continuità delle riprese anche in contesti, come quelli di Cagliari e Napoli, di vicinanza agli aeroporti, dove si deve fare i conti la possibile chiusura dello spazio aereo.

E poi, se devo indicare una soddisfazione speciale, penso a quando a Venezia, dopo un iniziale «no» assoluto, siamo riusciti ad ottenere di volare sul Canal Grande e su piazza San Marco. E il risultato non è stato niente male...




