La notte per strada degli emarginati bresciani tra coperte, tè e fiducia

Si parte su un furgoncino carico di coperte, tè caldo zuccherato, merendine e focacce a lunga conservazione, abiti, biancheria intima, scarpe e salviettine umide per l’igiene personale. Per un paio d’ore si gira per la città senza meta, nei luoghi dove i senzatetto cercano riparo per la notte.
L’Unità di strada della Caritas esce ogni lunedì – da un po’ di tempo si sta sperimentando anche il mercoledì in aggiunta – e cerca di dare conforto e aiuto immediato a chi vive per strada. Ma è molto di più: è un avamposto per conoscere e «agganciare» persone, creare un rapporto di fiducia con chi sta ai margini, per far loro frequentare servizi come la Mensa Menni, il centro di ascolto «Porta aperta», l’accoglienza notturna invernale di vicolo San Clemente fino al Rifugio di via Ardigò. Ma è da quel van stipato di oggetti di prima necessità che tutto parte.
Il rifugio
Il viaggio con una squadra dell’Unità di strada per questa volta (spesso il punto di ritrovo è a Brescia2) parte proprio dall’ex convento sui Ronchi dove vivono una ventina di persone: dal Covid il Rifugio ha cambiato pelle, dal servizio notturno legato all’emergenza freddo, ospitato a Mompiano, si è passati ad un servizio 24 ore su 24 «per creare relazioni di fiducia e più stabili». Caritas ha scelto, quindi, di lavorare in maniera diversa: il percorso parte con delicatezza per facilitare la conoscenza.
All’ospite del Rifugio, nelle prime settimane, non si fanno molte domande, si dà tempo e spazio. Poi i colloqui si fanno periodici e così si capisce che si è lì per sviluppare un percorso. Gli obiettivi principali sono l’autonomia abitativa e lavorativa. E il 20-30% ce la fa a raggiungere il traguardo.
La notte
La nostra guida è Giacomo Savardi, responsabile del Rifugio: in auto con noi c’è anche Maurizio, alla sua prima uscita con l’Unità di strada, che ha scelto di unirsi ai volontari dopo l’esperienza di cooperazione internazionale della figlia.
Mentre guida verso viale Bornata, in una notte segnata dal vento e da una pioggerella capricciosa, Savardi ci fa una panoramica dei vari servizi sul territorio cittadino – non solo di Caritas – dai centri diurni, come «L’angolo», dove ci sono docce, lavatrici e la possibilità di caricare il telefono, al Progetto strada, dal Centro migranti all’Help center. «Brescia – dice – è una generosa e attrezzata rispetto ad altre. Nella nostra città non si muore di fame, ma per il freddo è diverso». E il nostro van - infatti - è pieno di coperte e il termos preparato dal custode del Rifugio, Fabian, è capiente e colmo di tè bollente.

Il nostro viaggio ci porta prima in via Milano, alla chiesa dei Cappuccini, sotto il cui portico solitamente – nel 2019 Caritas ha mappato i luoghi frequentati da chi non ha un tetto – trovano riparo per la notte alcune persone, ma la chiesa è aperta per un incontro pubblico e questo li deve aver scoraggiati. Allora ci dirigiamo verso la Camera di Commercio. Prima ci fermiamo davanti al palazzo delle Poste dove si vede un fagotto di coperte. Scendiamo, ma non ci fermiamo: «Meglio non svegliare mai nessuno - avvisa Giacomo -, non si sa come reagirà».
In via Einaudi
Qui il movimento è subito evidente: una donna si muove in attesa di qualcosa all’angolo con via Vittorio Emanuele e negli anfratti della Camera di Commercio diverse persone sono già avvolte nelle coperte. Appena girato in via Benedetto Croce emerge la figura di un uomo in nero col cappello: ci fermiamo e Giacomo inizia a chiamarlo per nome. Non è l’uomo che pensava, ma questo si presenta e i due iniziano a chiacchierare come se si conoscessero da una vita. Aldo (il nome è di fantasia) è un pugliese tra i 40 e i 50 anni che ha residenza a Brescia da anni. Racconta di aver subito un furto la notte prima da alcuni vicini di letto, ma di aver recuperato tutto - e anche di più - con la violenza. Mostra il nuovo zaino e nell’aprirlo esce una siringa. È chiaramente sotto l’effetto di qualche eccitante ed è un fiume in piena.

Prende un po’ di tè e poi calzini, abiti, biancheria e acqua. Poco più in là un giovane uomo straniero che parla poco, o non capisce, prende solo il tè. Girato ancora l’angolo c’è un egiziano del Cairo che si è costruito con i cartoni un rifugio: prende tè, merendine ed è contento di fare due parole. A quel punto spunta un uomo che chiede di ritornare in via Einaudi. Lì, tra i pilastri in calcestruzzo e le scale esterne del palazzo, sono in quattro: l’uomo che ci ha chiamati, originario della Campania, Aldo e una coppia sposata, pugliese lui, bresciana lei.
Dopo il primo approccio sancito da una stretta di mano e dal tè, chiedono coperte, «brioches per la colazione» e calze. Parlano volentieri: la coppia dice di essere finita per strada dopo un raggiro. Lei lavora e si alza all’alba per raggiungere una fabbrica nell’Ovest. Lui racconta del figlio «che può vedere solo nel fine settimana» e chiede a Giacomo se è possibile avere una tenda «per poter non stare più lì». Lui annuisce. Ci proverà, generosità bresciana permettendo.
L’ultima tappa è in piazzale Repubblica, sotto il portico dell’assessorato all’istruzione: lì c’è solo un uomo sdraiato e coperto. Non dorme e ci avviciniamo: è un pakistano di 43 anni. Il tè lo accetta. Lascia intendere di essere lì da solo perché non vuole problemi. E infatti si nota subito che, a differenza della maggior parte degli altri, non ha problemi di dipendenze o segni di disagio psichiatrico, è un uomo che emana dignità. Prende un tappetino da yoga da usare come materasso e una coperta.
«Cibo no – dice – ho un po’ di soldi da parte». Racconta di aver lavorato nelle cucine del Garda. Savardi ci sa fare con le persone, in poche parole capisce che ha i documenti in regola, che frequenta «L’angolo» e, pur conoscendola, non usufruisce della vicina Mensa Menni. Intuisce che può lanciare un amo: gli dà appuntamento per il giorno dopo alle 9 alla Mensa. «È un test – spiega dopo –, un gancio». Chissà che tra qualche mese non lo ritrovi al Rifugio di via Ardigò.
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