Storie

Monsignor Filippini: «Volevo fare il medico, sono prete e giornalista»

A giugno festeggerà 50 anni di sacerdozio, moltissimi gli incarichi: «Non ha mai perso la voglia di fare il mio lavoro»
Mons. Gabriele Filippini - © www.giornaledibrescia.it
Mons. Gabriele Filippini - © www.giornaledibrescia.it

Monsignor Gabriele Filippini, il 12 giugno sarà sacerdote da cinquant’anni. Tra i suoi tanti incarichi, è stato: direttore del settimanale diocesano La Voce del Popolo, direttore del Museo Diocesano, rettore del Seminario, ora è arciprete del Capitolo della Cattedrale, editorialista del Giornale di Brescia. Domenica verrà festeggiato a Sant’Afra, dove è stato parroco e dove risiede ancora oggi. Con lui ripercorriamo questi cinque decenni di impegno pastorale

Come la devo definire?

Un prete che non ha mai perso la voglia di fare il suo lavoro.

Se posso prendere a prestito san Paolo, possiamo dire che ha combattuto la giusta battaglia e ha conservato la fede?

La fede l’ho conservata senza ombra di dubbio, ma vorrei fare una precisazione.

Dica.

La citazione corretta di san Paolo è: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede».

In effetti c’è un passaggio di troppo.

(ride) Esatto, confido di non aver ancora terminato la corsa.

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando è entrato in seminario come si immaginava la sua vita da prete?

Io sono entrato in seminario dopo le medie, che ho frequentato a Trenzano perché a Comezzano, il mio paese non c’erano. La mia figura di riferimento era il parroco don Benedetto Giacomini, una persona semplice ma estremamente affascinante.

Ha sempre voluto diventare sacerdote?

In realtà ero attirato da medicina, ma poi non mi sono mai pentito della mia scelta.

Sognava anche diventare giornalista?

In verità no.

E allora com’è finito a dirigere il settimanale diocesano?

La mia prima destinazione da sacerdote novello, appunto nel 1976, è stata come curato a Palazzolo. A quel tempo in paese c’era una piccola redazione distaccata della Voce del Popolo che realizzava un supplemento del settimanale. Da lì sono poi passato a collaborare con l’allora direttore Mario Cattaneo. E poi il vescovo Bruno Foresti mi nominò suo successore.

Quante copie tirava allora la Voce?

Sotto la mia direzione tra le 14 e le 17mila.

Numeri d’altri tempi.

Il record è stato 50mila sotto la direzione di don Mario Pasini.

Sul fronte politico, la Voce del popolo era vicina alla sinistra Dc, è così?

Questa è una leggenda metropolitana, è chiaro e ovvio il rapporto che c’era con la Democrazia cristiana, non poteva essere diversamente. Io ho diretto il settimanale dal 1989 al 2005, quindi più che con la Dc mi sono rapportato con il suo crollo e poi le nuove forme di militanza politica, dalla nascita della Lega all’Ulivo che vide la fusione tra democristiani e comunisti. La nostra linea è stata sempre la stessa: saldi nei nostri valori, ma in dialogo con tutti e in ascolto di tutti.

Lei ha citato i suoi predecessori Pasini e Cattaneo, ma non possiamo certo dimenticare don Antonio Fappani. Qual è il suo ricordo?

Don Antonio Fappani è stato una personalità forte, dotata di una costanza e di una determinazione straordinarie, che imponevano spontaneamente ascolto, rispetto e stima da parte di tutti. La sua grandezza sta nell’aver saputo unire una profonda identità sacerdotale a una visione della cultura totalmente aperta: il suo insegnamento e il suo modo di fare ricerca dimostrano che il sapere non deve mai essere elitario, ma rigoroso e accessibile a ogni persona.

Don Fappani è stato direttore negli anni turbolenti del post Concilio Vaticano II, come ha interpretato le sfide e le novità?

Ha affrontato le sfide del post-Concilio e i momenti critici della gestione culturale con immenso coraggio e con un senso profondo della Provvidenza. La sua monumentale opera ci ricorda che la memoria storica non è un esercizio sterile, ma la ricchezza spirituale su cui si fonda l’intera comunità.

A proposito di sfide e novità, il giovane teologo don Michele Ciapetti ha detto che i preti non dovrebbero usare i social, lei cose ne pensa?

Io penso che la Chiesa non possa fare a meno di fare i conti con i social ma anche con l’intelligenza artificiale. Questo senza prescindere però da una questione fondamentale: tutti questi mezzi digitali non sostituiscono la relazione personale.

Quindi bene i preti che usano i social?

Un vantaggio c’è sicuramente, i tempi di attenzione dei social limitano la tentazione clericale alla lungaggine delle prediche.

In questi cinquant’anni lei di relazioni personali ne ha coltivate non poche.

Sicuramente, già come prete, ma ancor di più per gli incarichi che ho ricoperto, mi sono rapportato con laici di ogni appartenenza politica e culturale: dalle Acli all’Opus Dei, dall’Azione cattolica alle Comunità Neocatecumenali, dai focolarini all’Ordine di Malta, Comunione e Liberazione, istituti secolari…

Torniamo ai cambiamenti, di questo si è parlato anche durante il recente convegno diocesano. Cosa ne pensa?

Penso che il bilancio sia molto positivo, ho trovato entusiasmo e un sincero spirito propositivo. Ho visto anche qualche giovane, e questo non era certo scontato. Io penso che il cambiamento sia necessario, la sfida è gestirlo al meglio. Tornando al passato, ricordo i sacerdoti che, dopo il Vaticano II, si trovarono spiazzati dal girare gli altari, dall’italiano che sostituiva il latino. Ma quella era la strada giusta, anche se per alcuni allora incomprensibile. Parlando dell’oggi, e solo per fare un esempio, è chiaro che la strada delle Unità pastorali sia in alcuni casi dolorosa, ma necessaria. Del resto, per citare papa Francesco, questa non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca.

Guardando al futuro, la Chiesa è sempre più un piccolo gregge, è destinata all’irrilevanza?

Per nostra fortuna il destino della Chiesa non è solo nelle nostre mani ma in quelle di Dio. Vorrei però ricordare che la Chiesa, noi preti, i fedeli, siamo il lievito nel pane, non il pane.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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