Chiesa e cultura, un cantiere aperto

Il Vicariato della Cultura della diocesi di Brescia vuole rafforzare il dialogo tra fede e società bresciana
Dialogo tra fede e società
Dialogo tra fede e società
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Il Vicariato della Cultura della diocesi di Brescia, ora affidato dal Vescovo a mons. Raffaele Maiolini, docente del Seminario, nell’intento di «strutturare in modo stabile e ordinato la cura pastorale per la cultura, sia nei rapporti con tutte le realtà culturali ecclesiali, sia nel dialogo con le istituzioni e gli enti che animano la vita culturale della nostra società civile» ha, per questo, aperto un vero e proprio cantiere di lavoro e fra le proposte certamente più interessanti figura una riflessione sul cristianesimo in Occidente.

E in questa prospettiva un primo appuntamento è già in calendario il 7 febbraio in prima serata presso il Centro pastorale Paolo VI. Sono invitati i presbiteri che, a titoli diversi, occupano un ruolo di responsabilità nel clero bresciano e nei confronti del laicato che, oggi, non può essere definito esclusivamente cattolico.

Si tratterà di una riflessione che muoverà dal testo del cardinale belga Josef De Kezel: «Cristiani in un mondo che non lo è +. La fede nella società moderna» stampato nel 2023 dall’Editrice Vaticana. Il plauso a questa iniziativa induce a una triplice considerazione.

La prima: il Vicariato, ripreso il 5 aprile 2024, prosegue una tradizione molto radicata nella Chiesa Bresciana che ha sempre alimentato un fecondo rapporto fra clero e dimensione culturale della società bresciana.

Non è il caso di scomodare il ruolo ricoperto dai parroci nella prima metà del Novecento, fino agli anni della trasmissione Rai per analfabeti «Non è mai troppo tardi»: erano gli anni in cui nei paesi, il parroco (che sapeva di greco e di latino) col farmacista, il medico, la levatrice e alcuni insegnanti era un riferimento culturale per una comunità. Alcune persone anziane ricordano talvolta che i loro genitori erano messi a conoscenza di problemi culturali di attualità del loro tempo grazie alla «Dottrina» della domenica pomeriggio, solitamente tenuta dal parroco.

Monsignor Enzo Giammancheri al Convegno Ecclesiale Diocesano del 1996 © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Enzo Giammancheri al Convegno Ecclesiale Diocesano del 1996 © www.giornaledibrescia.it

Limitandoci agli anni postconciliari del Novecento non si può fare a meno di ricordare la figura di mons. Enzo Giammancheri, del quale ricorre quest’anno il ventesimo anniversario della morte. Come Vicario per la cultura prima e poi delegato vescovile, non fu un vulcano di iniziative ma per l’intero presbiterio fu un riferimento importante nella «lettura dei segni dei tempi». E al suo nome, a onore del vero, andrebbero affiancati quelli di tanti altri sacerdoti: dai parroci quali Don Giovanni Antonioli a Pontedilegno e don Stefano Buila nella periferia cittadina che con il bollettino parrocchiale «Prospettive» aprì non pochi dialoghi con chi nella Chiesa non si riconosceva più a casa, a don Peppino Tedeschi, don Mario Pasini e mons. Antonio Fappani attivi nel mondo vasto della editoria e della comunicazione sociale.

A questa stagione seguì quella, ancora aperta, di un divario sempre più vasto fra Chiesa e cultura. E i tentativi fatti da mons. Giacomo Canobbio che subentrò a mons. Giammancheri, e da altri delegati vescovili per la cultura furono silenziosi ma non inutili per tenere aperti collegamenti fra le due sponde. E a questo proposito non va messa nel dimenticatoio la Accademia Cattolica di Brescia, nata mentre mons. Canobbio era delegato del Vescovo mons. Luciano Monari. In quegli anni sono nate pure alcune fondazioni per salvaguardare la continuità di Istituti scolastici che rischiavano di chiudere nella profonda convinzione condivisa che la cultura si costruisce anche sui banchi di scuola. L’iniziativa di febbraio è, pertanto, una occasione da non sottovalutare nel segno della continuità.

E qui si innesta la seconda considerazione: quando si parla di continuità si deve parlare anche del «ricordo». E, come bene ha affermato il Vescovo mons. Tremolada, nell’omelia del Te Deum alle Grazie alla fine del 2024: «Ricordare è raccogliere il buon frutto che il passato ci consegna e impedisce che la sua ricchezza si disperda, coglierne la valenza perenne, cioè eterna.

Con il ricordo, ciò che è accaduto rimane vivo nella sua essenza di bene e attraversa il tempo, trasformandosi in una interpellanza per ogni retta coscienza». Quest’ultima affermazione del Vescovo conduce, infine, ad una ultima considerazione che riguarda l’attualità, se non la profezia, di quanto si affronta il 7 febbraio: capire quello che sta accadendo, leggere correttamente e spassionatamente il presente. Senza questa capacità nessun cambiamento nella Chiesa sarà incisivo.

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