Opinioni

Paolo VI e il nuovo umanesimo a 60 anni dalla fine del Concilio

L’eredità, attualissima, di un evento sorprendete come lo ha definito ieri Papa Leone XIV
Papa Paolo VI - © www.giornaledibrescia.it
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Più passa il tempo, e sono sessant’anni esatti dalla sua conclusione, e più il Concilio Vaticano II appare come un grande evento del XX secolo (e non solo). Non solo un fatto ecclesiale, ma un fatto storico. Un evento sorprendente, lo ha definito ieri Papa Leone XIV.

In effetti il Concilio Vaticano II segna un passaggio periodizzante di un processo di «rinnovamento umano e religioso» del mondo. La formula è nel discorso conclusivo di Paolo VI. Un discorso vivo, ricco, articolato, uno dei testi culturali più alti del secolo, se non soffrissimo del tic di considerare quello che proviene dalla Chiesa confinato nel circuito appunto intra-ecclesiale.

Paolo VI, che si è assunto l’onere di riprendere e concludere questa gigantesca intrapresa, l’assemblea deliberante più ampia e complessa mai riunita non solo nella storia della Chiesa, dialoga con la cultura contemporanea senza complessi e senza pregiudizi. Serve una citazione un po’ lunga, che spiega la dinamica profonda: «L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

C’è qui tutto Paolo VI e anche il dinamismo prima che religioso appunto cultuale del Concilio, potremmo dire alle radici della nostra stessa civiltà, come modellata dalla irruzione del cristianesimo.

Missione compiuta, attestava papa Montini concludendo il concilio e citando il suo predecessore che l’aveva indetto, nel compito che, ancora in latino, un latino facile suonava così: «Il sacro deposito della dottrina cristiana deve essere custodito e proposto nel modo più efficace»: custodito e proposto. C’è qui la dinamica del cosiddetto post-concilio, che è anche segnato da uno scisma, sia pure di ridottissime dimensioni, promosso da mons. Lefebvre, relativamente ad uno dei più importanti documenti conciliari, quello sulla libertà religiosa, Dignitatis Humanae, alle radici del rilanciato «nuovo umanesimo», che la Chiesa promuove, dialogando con tutti.

Il post-concilio, che Paolo VI guida con grande pazienza e determinazione consegna poi a Giovanni Paolo II, è tempo complesso. Due «ermeneutiche» ha detto Benedetto XVI, da poco eletto Papa, parlando alla curia romana il 22 dicembre 2005, cioè due linee di attuazione del Concilio hanno «litigato», quella della «discontinuità e della rottura» e quella della «riforma», il «rinnovamento nella continuità» che esprime appunto il dinamismo che il concilio ha immesso nella Chiesa e nella società. Chiarendo proprio i tratti del «nuovo umanismo», ancora oggi pungolo e fermento di bene, oltre che sicuro orientamento in un mondo sempre più alla ricerca di senso.

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