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La meccanica di biciclette che ha rotto i tabù in officina

La 27enne valsabbina Erika Bianchi racconta come ha imparato il mestiere: dalle gare di mountain bike e ultragravel fino al lavoro sulle bici di alta gamma
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Erika Bianchi, meccanica di biciclette © www.giornaledibrescia.it
Erika Bianchi, meccanica di biciclette © www.giornaledibrescia.it

Erika Bianchi fa sembrare tutto facile: lo sport come il suo lavoro. Originaria di Pompegnino di Vobarno, uno dei borghi colpiti duramente dal terremoto del 2004, ora di casa a Sabbio Chiese, la 27enne è una meccanica. Monta e ripara biciclette, da quelle che lei chiama «ferri vecchi» a quelle di alta gamma che costano come un’utilitaria. Una professione non cercata, ma capitata; e, forse, questa naturalezza rende il messaggio ancora più forte.

Erika, come ha cominciato a fare la meccanica?

Conoscevo Davide Toselli (titolare del negozio e creatore con Davide Zecchi dell’associazione sportiva B3L-Bike 3 lands, ndr) da anni perché a 12 anni ho iniziato a praticare ciclismo. Un giorno mi ha detto di aver bisogno di personale che sapesse cosa voleva dire correre in bici, che avesse passione e, dato che all’epoca facevo un lavoretto in un bar, ho accettato. Era il 2020.

Come è andata?

Non sapevo cambiare nemmeno una camera d’aria, avevo un meccanico di fiducia. In piena stagione ho dovuto imparare da zero e con il terrore di rompere biciclette di pregio. Ho cominciato con la mia nuova bici a cui dovevo cambiare dei componenti. Mi sono tranquillizzata quando ho iniziato a lavorare su pezzi vecchi e ho imparato.

L’entrata in negozio?

All’inizio, soprattutto quelli più anziani, non avevano molta fiducia nel vedere una ragazza, poi piano piano mi hanno conosciuta e adesso dicono di portare la bici dalla «loro meccanica».

Erika Bianchi, dalle gare in bici all'officina
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Erika Bianchi, dalle gare in bici all'officina

Le battute?

Nemmeno tante. Qualche volta capita ancora, ma direi che il grosso è in archivio.

Torniamo indietro, la passione per il ciclismo quando nasce?

Ho cominciato da piccola con le gare di mountain bike, mai strada, e ho chiuso la carriera nell’Under23; poi non ho pedalato per un anno, non volevo più saperne, ma col Covid ho ricominciato. A farmi iniziare è stato un appassionato del mio paese, all’epoca facevo atletica: «Ti piacerebbe fare le gare di ciclismo, so che sei spericolata e hai grinta» mi disse. È stato amore a prima vista. In realtà il primo giro fu traumatico, 40 km finiti con me che gattonavo (ride). Dissi che non sarei più andata, ma non fu così. Mi sono fatta tanti amici. Poi ho fatto anche due anni di gare di enduro e gli ultimi 2-3 anni di ultragravel. Ora sono ferma, ci vuol tempo a preparare le gare, magari l’anno prossimo.

Due esperienze, sport e lavoro, che molti definirebbero non femminili. Cosa direbbe alle ragazze?

Di provarci, se ci si ferma alle apparenze non si combina nulla. Provarci e sbatterci la testa anche se i pregiudizi sono a sfavore. Magari si può diventare brave, anche più di un uomo che ha più basi: per me conta la passione che ci metti, le competenze, poi, arrivano. E noi donne spesso siamo anche più pignole.

Una soddisfazione?

Odio mettere le mani sulle elettriche, di contro mi piace molto montare bici di alta gamma, mountain bike o da strada: quando la vedo finita, e penso al suo valore, sono molto orgogliosa.

La bici dei suoi sogni?

Sono tutte belle, ma sono fan della Atherton, sicuramente non bellissima, ma i tre fratelli inglesi hanno fatto la storia del Downhill.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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