Li chiamarono i «dimenticati d’Oriente». Tra loro c’erano anche soldati bresciani, posti a presidio di un remoto angolo d’Italia, distante 8.000 km da casa. In Cina. Non in una colonia, ma tra la Legazione di Pechino e la Concessione di Tientsin (o Tianjin). Un possedimento del giovane Regno ottenuto dal secolare impero cinese quale compensazione dopo la «rivolta dei boxer», sollevazione che nel 1900 contrappose gli allievi delle palestre di kung fu (considerato alla stregua del pugilato, da cui il nome «boxer») agli stranieri, la cui influenza era mal vista. Avendo inviato truppe con gli altri Paesi dell’«Alleanza delle 8 nazioni» – Germania, Austria, Usa, Francia, Giappone, Regno Unito e Russia –, l’Italia ottenne la conservazione della Legazione a Pechino, alcuni presìdi militari e una vasta Concessione nella città portuale di Tientsin.
Quei 46 ettari su cui sventolava il tricolore - in realtà i civili italiani in loco furono poche centinaia - divennero nel primo dopoguerra sede di un presidio militare dedicato. Fu costituito un battaglione di marò del San Marco che dal 1926 occupò la caserma appositamente costruita (e tuttora esistente), intitolata al sottotenente di vascello Ermanno Carlotto, morto durante la rivolta dei boxer. Fu in essa e nei presìdi di Shanghai e di Shan-Hai-Kwan che si trovavano i militari italiani, quasi tutti della Regia Marina, allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Tra loro anche cinque bresciani.
L’Armistizio
A loro la storia riservò – complice la lontananza e le intricate vicende del conflitto, con l’8 settembre ’43 quale spartiacque –, una lunga e forzata permanenza in Oriente. Se ne trova traccia in «Lealtà e compromissione», pubblicazione dell’Ufficio Storico della Marina, curata da Alessia Glielmi (Università di Tor Vergata), con i contributi di Doriana Serafini e Sara Vannozzi. Lo studio ripercorre anche le sorti del personale in divisa che trascorse gli ultimi anni del conflitto fra Cina e Giappone sulla base dei fascicoli della Commissione d’inchiesta istituita nel dopoguerra per epurare chi si era macchiato di più esplicita complicità col fascismo. Dell’armistizio, il personale ebbe notizia quasi contemporaneamente agli ormai ex alleati giapponesi. Solo alcuni equipaggi riuscirono a riparare in porti inglesi: è il caso di quello della nave «Eritrea», già fuggita nel ’41 da Massaua, scampando al blocco britannico dello stretto di Bab-el-Mandeb. Tutti gli altri, considerati ormai nemici, furono confinati nella Carlotto e nei forti di Shan-Hai-Kwan (struttura terminale della Grande Muraglia) e Tang-ku, oltre che nella caserma di Robinson Road, nel quartiere internazionale di Shanghai. La situazione mutò dal 19 ottobre ’43, quando, nata la Repubblica sociale italiana, i militari furono posti davanti alle due opzioni: aderire alla Rsi, venendo liberati, con la possibilità di lavorare per il locale arsenale giapponese, se non addirittura di svincolarsi trovando impiego autonomo. Per gli altri scattò la prigionia, fra Cina - nei campi di Wei Shen e Tientsin - e Giappone (a Hirohata e Kemanai).
«L’opera di convincimento – scrive Alessia Glielmi – a favore dell’adesione all’Rsi fu molto insistente, fino a veri e propri episodi di maltrattamenti e vessazioni». A favore di Salò giocava anche la pessima fama dei giapponesi coi prigionieri. L’esito è nei numeri: «A Shanghai solo in 29 scelsero di non firmare, su 450 prigionieri». Percentuali non dissimili si ebbero anche a Tientsin: su 200 unità, solo 24 militari dissero «no».
Per tutti, la guerra finirà solo nel settembre 1945, dopo la liberazione della Cina occupata dalle truppe di Tokyo. Un patto con gli Usa disciplinò il rimpatrio degli italiani, ma alcuni ottennero il congedo in loco proseguendo le loro vite imbarcati su navi della marina mercantile o all’estero.
I bresciani
Cinque come detto i marinai bresciani di cui si ha conferma dagli atti: del resto la nostra provincia non era area di reclutamento della Regia Marina. Si tratta di cinque coscritti del 1918, dunque 25enni alla data dell’Armistizio. Non risultano lealisti al re: nessuno dunque fu ristretto nei campi giapponesi.
Due i militari provenienti da Brescia città: Lorenzo Romano di Sant’Eufemia, marinaio di stanza alla caserma italiana di Shanghai: della sua storia emblematica ci occupiamo più sotto; e Luigi Alberti, cannoniere di leva, in forza allo stesso presidio: risulta rimpatriato a Napoli l’8 febbraio ’47. Altrettanti sono i «figli del Benaco»: il cannoniere armaiolo Enzo Beschi di Desenzano, inquadrato alla caserma Carlotto di Tientsin. Sappiamo che lavorò poi nei cantieri navali giapponesi a Shanghai, salvo trovare impiego privato nel gennaio ’45. Congedato a Shanghai il 10 marzo ’47 si imbarcò come secondo ingegnere su navi della China Water Transport (Cwt), l’organizzazione post-bellica che gestiva i trasporti d’emergenza nell’area. Pure gardesano, ma di Portese, il marinaio Ettore Baccolo l’8 settembre era ricoverato all’Ospedale francese di Pechino, da cui venne trasferito a quello tedesco, quindi a Tientsin e infine nuovamente all’ospedale francese. Tornò in Italia il 14 maggio 1947. Unico proveniente dall’Ovest bresciano era invece il radiotelegrafista Secondo Capo Aristide Silvio Gola di Palazzolo. Marò volontario destinato a Tientsin, vi trovò l’amore e la prospettiva di una vita lunga e inattesa, che lo portò sulla sponda opposta del Pacifico, in California: altra storia di «dimenticato d’oriente» che raccontiamo proprio di seguito.
Il californiano di Palazzolo che trovò l’amore a Tientsin
Dall’Ovest bresciano al West americano. In parafrasi: da Palazzolo a Pacific Palisades, elegante quartiere residenziale di Los Angeles a due passi da Santa Monica. Lunga e imprevedibile la strada percorsa da Aristide Silvio Gola, nato sulla sponda bresciana dell’Oglio l’11 aprile 1918 e morto sulle rive californiane del Pacifico il 7 settembre 2008, alla ragguardevole età di 90 anni. Il tutto passando per la Cina. Là dove l’allora 19enne radiotelegrafista Secondo capo (grado equivalente a quello di sergente) della Regia Marina giunse nel 1937, volontario alla caserma Carlotto del Battaglione San Marco di Tientsin. Nella Concessione italiana il palazzolese visse il primo scorcio della Seconda guerra mondiale, quindi vi conobbe la prigionia subito dopo l’8 settembre ’43, salvo poi riottenere la libertà aderendo alla Rsi. Fu tra i primi a congedarsi (31 dicembre ’46), avendo trovato impiego come radiotecnico per i servizi civili dell’Us Army. Un lavoro scelto forse per assicurarsi la libertà di contrarre matrimonio: Gola, infatti, aveva conosciuto proprio a Tientsin Bianca Angela, nata nel 1921 a Shan-Hai-Kwan da famiglia di origini milanesi e «figlia del console italiano della Concessione» (così per le fonti americane, più probabilmente un funzionario diplomatico). Da lei avrà un figlio Adrian, nato nel 1948. I tre risultano censiti come residenti di San Francisco già nel marzo 1950. Da lì si trasferiranno nel 1960 a Los Angeles: Gola fu assunto infatti alla Sdc di Santa Monica, una delle più prestigiose e pionieristiche imprese informatiche. Alla sua morte il bresciano, vedovo da quattro anni, sarà ricordato anche per la sua non comune passione per il tennis, sport che praticò fin oltre gli 80 anni.
Da Sant’Eufemia a Shanghai e ritorno (16 anni dopo)
«Partito col battaglione San Marco ritorna con la moglie e una bimba». È il titolo dell’articolo che apparve sul Giornale di Brescia del 19 maggio 1954, a firma di un allora giovane Danilo Tamagnini, cronista di razza e futuro inviato del nostro quotidiano, uno che le storie le fiutava da lontano.

Ne aveva del resto tutti i crismi quella di Lorenzo Romano, che partito come marò nell’agosto del 1938 fu travolto dagli eventi e trascorse in Cina l’intero conflitto. Ma, come rivela appunto l’articolo, rivide l’Italia e la famiglia che lo attendeva a Brescia solo 16 anni più tardi. Il cronista si reca in via Lucio Fiorentini nel tratto oggi ricadente nell’abitato di San Polo vecchia, ma allora considerato ancora Sant’Eufemia e incontra i familiari dell’«ingegnere» - così nell’articolo, ma il riferimento potrebbe essere al ruolo tecnico di bordo ricoperto una volta congedato -, che ancora non è giunto in città, ma ha scritto da Napoli ove è giunto su un quadrimotore «assieme a 30 profughi da Sciangai» (sic). Con la lettera ha inviato a casa una prima foto di sè con la moglie, Anna Jan, italiana conosciuta in Cina, e la figlioletta Diana di otto mesi. «Il mio Enzo è partito che era un ragazzo, vent’anni aveva, e ora mi torna uomo fatto con moglie e figlia accanto» commenta la madre, descritta al pari del marito come commossa nell’attesa.
Tanto più che al ritorno affidava le speranze per le sorti di un altro degli otto figli, disperso in Russia e nel suo cuore di mamma di certo destinato a tornare dopo una tardiva liberazione. Sul destino di questi nulla si sa e la cronaca non dice. Quello che invece ci raccontano gli atti della Regia Marina sulle vicende di Lorenzo Romano colmano almeno in parte le incognite che, nonostante la corrispondenza negli anni, anche ai genitori restavano sulla odissea del marò. Di stanza alla Caserma Battaglione San Marco di Shanghai, l’8 settembre fu confinato in essa con i compagni. Vi rimase fino al congedo, concesso il 10 marzo 1947 per aver trovato impiego da terzo ufficiale su un rimorchiatore d’altura della Us Navy. Un impiego che si presume durato 7 anni, fino appunto al ritorno del 1954.
Di più le ricerche condotte a Brescia non rivelano. Ma la circostanza si presta a lanciare l’appello a suo tempo avanzato dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato di Brescia, non nuova a ricerche sulle sorti dei bresciani in divisa, affinché chi avesse notizie di soldati di Tientsin o Shanghai si facesse avanti.




