Ha un cognome bresciano e un forte attaccamento alla sua Capriano del Colle, ma la lieve cadenza spagnola tradisce una vita internazionale e patinata: Clelia Muchetti è un’artista astratta prolifica e apprezzata e ciò che vuole esprimere con i suoi quadri sono le sensazioni inafferrabili delle emozioni.
Nel 2015 espose a Siviglia: la mostra si intitolava «Las ventanas de los sueños», «Le finestre dei sogni», ed era ospitata nel palazzo sede della fondazione Cajasol in Plaza de San Francisco. «Originale, forte e diversa»: così definì l’arte di Muchetti l’allora presidente della fondazione Antonio Pulido. Anche in questi giorni i suoi quadri sono esposti: «la pintora» (così la chiamano i giornali spagnoli) è protagonista di una mostra monografica negli spazi della storica Casa del Reloj di El Puerto, a Cádiz.
La vita di Clelia Muchetti
Ma facciamo un passo indietro. Perché la storia di Muchetti inizia a Brescia, da Palazzo Bocca di Capriano del Colle – dove trascorreva tanto tempo con la nonna – e soprattutto dai banchi dell’istituto delle suore Orsoline. La sua compagna di banco era un’altra bresciana nota, Loretta Forelli, amministratrice unica del gruppo che porta il suo cognome. «È un’amicizia molto forte, che conservo ancora oggi», sorride.
La svolta nella sua vita giunse in giovinezza. Durante il compleanno di un’amica conobbe José Carlos Ruiz-Berdejo Sigurtà, che in seguito sposò. Il nome composito suggerisce due cose: la nobilità e le origini spagnole. Nato a Siviglia negli anni ‘40 e cresciuto tra Valeggio sul Mincio e Milano, all’epoca frequentava il Collegio Militare Carlo Alberto a Moncalieri. Tra una coppa di champagne e l’altra, il party permise loro di scoprire di avere una forte passione in comune: quella per letteratura e per Leopardi. Ma anche per la Spagna, dove Clelia si trasferì per amore e dove studiò anche fotografia, dopo i primi anni di matrimonio trascorsi a Milano, a Villa Sigurtà.

Una volta in Spagna il marito si laureò in giurisprudenza diventando prima avvocato e poi Console Onorario d’Italia e della Repubblica di Cipro nell’Andalusia Occidentale ed in Estremadura. Oggi è Presidente Emerito del Corpo Consolare di Siviglia e vicepresidente dell’Accademia della Diplomazia del Regno di Spagna. La strada diplomatica fu peraltro seguita da entrambi i figli. Nel frattempo, Clelia mandava avanti l’azienda agricola di famiglia, senza mai smettere di dipingere e riuscendo a trovare la sua strada in una corrente specifica: l’astrattismo espressivo.
Dall’iper-realismo all’astrattismo
Inzialmente Muchetti era una pittrice iper-realista. Dettagli, paesaggi, nature morte… Quando è passata all’astratto sorprese tutti, e in primis la famiglia, abituata alla concretezza delle sue opere. Appeso in casa, per esempio, c’era un quadro con una natura morta impreziosita da un pesciolino morto. Era così reale che fu rimosso perché dava fastidio ai figli della coppia, allora bambini. Di queste opere iper-realiste però restano pochissime tracce e pochissimi esemplari, sparsi nelle case di amici e familiari.
A un certo punto, però, i sentimenti e le emozioni non erano più descrivibili con la concretezza figurativa: servivano luci e colori. E così l’artista ha trasferito su tela il metafisico impalpabile passando all’espressionismo astratto. Il merito va anche a un incontro fortunato: quello con le opere delle correnti astratte del ’900. Le studiò e arrivò a mettere a punto i quadri che oggi rappresentano bene la sua arte, fatta di pennellate libere e giochi di colore che tentano di catturare ed esprimere i sentimenti e le emozioni.
Catturare il sentimento
«Voglio catturare il sentimento, che però in quanto sentimento non ha forma. Mi metto quindi alla finestra dei sogni: da qui tento di vedere le emozioni dall’interno»: così Clelia Muchetti descrive il suo processo creativo, che usa l’astrazione per dare forma all’istinto.

«Certe cose non si decidono, vengono da sole», sorride. «Si approfondisce l’arte senza averne idea, anche perché cambia, le tendenze si susseguono... Io quando ho visto l’astrattismo me ne sono innamorata. Anche se in realtà amo tutto, amo l’arte. Amo parlare d’arte. Amo la gestualità, il movimento...». Il mondo dell’arte, dice, quando è vissuto da dentro è una cosa. Ciò che si percepisce da fuori – ovvero il mercato – è tutt’altro. «Non si può spiegare. Lo si può però intuire guardando le opere. Quando si guarda un’opera, essa lancia messaggi. Non è il quadro però a parlare: è la mente di chi guarda a farlo».
L’arte astratta la immerge completamente. Il marito racconta che per un singolo quadro ci mette anche settimane, aggiungendo strati su strati, riflessi su riflessi. Con orgoglio, sottolinea che Clelia è stata anche riconosciuta con l’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, rilasciatogli dalla Presidenza della Repubblica proprio in quanto artista italiana all’estero. Una famiglia di premiati, dunque, dato che lo stesso José Carlos ricevette a sua volta l’Ordine al Merito.
Un po' di Brescia nelle opere
Nelle opere Muchetti ci mette anche un po’ di Italia e di Brescia. «Prima di tutto mi sento bresciana. E così sulle tele dipingo il verde dei campi franciacortini, il blu e il turchese del Lago di Garda, il viola dei vigneti… Ma è con tutti i colori della tavolozza che riesco a esprimermi».




