«Il lavoro più bello del mondo». Parola di Rosa Marcarini, classe 1962, in pensione dal 1° settembre dopo 42 anni di insegnamento, 38 dei quali dedicati al sostegno. «Anch’io, quando sono passata al sostegno dopo quattro anni perché avevo vinto il concorso, ho pensato che sarebbe stato provvisorio - racconta -. Invece mi è piaciuto moltissimo e non l’ho più lasciato».
La voce della maestra Rosa si accende. «Nonostante le difficoltà, infatti, è un lavoro estremamente creativo. Quando un ragazzo esce dalla quinta elementare e viene sostituito da un altro in prima, per noi docenti cambia tutto, è come se ci dovessimo reinventare». Cambia lo sguardo sull’alunno, cambiano i materiali didattici. La testa è in movimento finché non si trovano quelli più adatti. «Ricordo che una sera sono uscita con mio marito per festeggiare San Valentino. Lui è elettricista e la cena è finita con un suo progetto su un tovagliolo di carta per illuminare un disegno che stavamo facendo a scuola con un led».
Ma non è tutto. «Una volta ho chiesto al dirigente scolastico di comprare un forno a microonde. Con le bambine che seguivo abbiamo fatto la pizza, lavato i piatti... tutto per renderle autonome».
Perché l’obiettivo è questo, la maggiore autonomia possibile. E le soddisfazioni, per Marcarini, non sono mancate, alimentando la sua voglia di fare sempre di più. Il miglior risultato? «Quello della bambina con un ritardo cognitivo e difficoltà motorie, la cui mamma si è affidata a me nonostante le sue paure. Le dicevo di lasciarla fare, di non guardare quanto tempo ci mettesse per esempio a vestirsi e di controllare i suoi movimenti "da lontano". Siamo arrivate al punto che la bimba veniva a scuola da sola a piedi. E ora che è diventata grande, vive per conto suo, lavora e ha un compagno».
Avrà pur incontrato difficoltà nel suo lungo percorso di insegnamento di sostegno. «Alcune sono oggettive, oltre un certo obiettivo purtroppo non si può andare. Poi ci possono essere delle resistenze da parte delle famiglie, cosa che ho notato soprattutto negli ultimi dieci-quindici anni: a volte chiedono di non far lavorare troppo i figli, proprio come avviene tra i genitori degli altri studenti».
A sentire parlare la maestra Rosa, però, si capisce che il suo lavoro ha soprattutto prodotto moltissimi frutti, maturati anche oltre i confini della scuola e dunque preziosissimi. Ancora qualche ricordo: quel papà che piangendo le ha comunicato che il figlio aveva trovato lavoro, quell’ex alunno che ha bussato alla sua porta per dirle, anche in questo caso con le lacrime agli occhi, che aveva preso la patente.




