«Il lavoro della vita con un contratto che è un incubo»

«Il lavoro più bello della mia vita con il contratto peggiore di sempre». Marco ha 27 anni e un anno fa ha iniziato a lavorare come assistente alla didattica, una figura fondamentale in contesti accademici. «Ho fatto tutta la trafila: candidatura con bando, selezione dal coordinatore, contratto che prevede fino a 200 euro a 25 euro lordi all’ora. Ricevevo solo i contributi, ma non avevo né ferie né malattia, inoltre non avendo orari fissi non potevo neanche integrare con un part time».
Marco conosce bene il mondo dei Co.co.co. Anche prima del «lavoro della sua vita» si era arrangiato con vari mestieri - da autonomo sulla carta, da dipendente di fatto -. «Sempre a chiamata, sempre a disposizione. Contratti simili nelle istituzioni sono all’ordine del giorno, ma tra i miei amici ce ne sono tanti in questa condizione negli ambiti più diversi. Dal rider a chi lavora nell’arte, in tanti siamo sulla stessa barca». E tra i ventenni di oggi, tra le Partite iva, tra i Co.co.co di ogni età e genere regna la frustrazione.
«Tra i nostri genitori molti non capiscono: noi usciamo la sera e parliamo dei problemi di ognuno, delle difficoltà, delle delusioni sempre sul lavoro». Chi si immaginava la Gen Z raccolta intorno a un tavolo del pub, il sabato sera, intenta a guardarsi negli occhi e a confrontarsi sulle disgrazie altrui. Altro che Tik Tok. E alla pensione, qualcuno ci pensa? Marco ride. «Ormai è diventata una barzelletta. Sembra una battuta, ma davvero nessuno di noi ci pensa realmente. Siamo troppo occupati a fare lavori che adoriamo ma con cui non campiamo oppure a svolgere lavori che non ci piacciono ma che ci aiutano a sbarcare il lunario».
Altro che report sui tavoli del governo, altro che discussioni nei salotti televisivi: basterebbero queste parole per cristallizzare lo scenario attuale di un pezzo del Paese reale. «E comunque sappiamo che al massimo otterremo la pensione sociale o il corrispondente retributivo», aggiunge Marco con grande lucidità. E dire che qualcuno parla ancora di giovani «choosy».
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