Pensioni: più della metà non arriva a 1.000 euro e alle donne va peggio
Disparità di genere durante la carriera lavorativa, e disparità di genere (non potrebbe essere diversamente) anche sul fronte pensionistico.
La situazione è fotografata in modo nitidissimo dal report dell’Osservatorio statistico dell’Inps di Brescia. Scopriamo così che oltre la metà degli assegni di pensione (in totale, all’1 gennaio di quest’anno, sono 366.445) si ferma sotto la soglia dei mille euro; e c’è davvero poca filosofia da fare per capire quanto sia complicato arriva a fine mese. Ma è entrando nel dettaglio che viene certificata la differenza tra uomini e donne; perché la torta grafica dei primi ci dice che sotto i mille euro sono circa il 30%, e una fetta altrettanto ampia percepisce un reddito pensionistico di oltre 2mila euro.
Molto diversa la situazione sul fronte femminile; in questo caso oltre il 70% si ferma sotto i mille euro, addirittura il 95% non percepisce più di duemila euro lordi al mese, soltanto uno striminzito 1% riceve oltre 3mila euro (mentre per gli uomini si arriva al 9%).
Le cause
È bene fare una precisazione per quanto riguarda la disparità di genere sul fronte lavorativo. Si tratta di un divario che ha cause ben precise, il lavoro part-time che è soprattutto per le donne (e troppo spesso non si tratta di una scelta volontaria); donne che hanno pure meno ruoli dirigenziali: i posti di comando sono per il 78% nelle mani degli uomini. Perché la possibilità di carriera si attenua dopo il primo figlio e sparisce completamente dopo il secondo. Eppure nel 2023 le donne hanno superato gli uomini sia tra i diplomati (52,6%) sia tra i laureati (59,9%), ma questa superiorità nel percorso di studi non si traduce in una maggiore presenza nelle posizioni di vertice nel mondo del lavoro.
Oggi in Italia il 40% delle giovani donne di età compresa fra i 35 e i 44 anni non lavora, contro il 15% degli uomini, così come la metà delle donne con almeno un figlio di meno di sei anni fra i 25 e i 49 anni, percentuale che sale al 65% delle ragazze del meridione. C’è poi, appunto, la quasi impossibilità di conciliare la famiglia con il lavoro, dopo la nascita del primo figlio quasi una donna su cinque tra i 18 e i 49 anni che aveva una qualche occupazione ha smesso di lavorare. Ha continuato a farlo, anche solo in part-time, il 43,6% delle madri, con percentuali molto basse al sud: appena il 29%. Il 31% delle donne casalinghe dopo la maternità lo era anche prima.
Ci sono però piccoli segnali positivi, secondo i dati elaborati da ManagerItalia sempre su base Inps, le donne che ricoprono ruoli dirigenziali nel settore privato in Italia sono aumentate del 5,1% rispetto all’anno precedente, passando da poco più di 27.000 dell’anno precedente a 28.544. Un balzo ancora più significativo se si guarda indietro nel tempo: rispetto al 2008 l’incremento è del 101,5%. Miglioramenti anche nella nostra provincia, nel 2023 le manager donna erano 498, pari al 22% dei 2.221 dirigenti totali in provincia. Un dato in crescita del 6,4% rispetto al 2022, quasi un punto in più rispetto alla media nazionale.
I lavoratori
Il report dell’Osservatorio dell’Inps analizza anche i lavorativi attivi. Lo scorso anno le assunzioni totali sono state 170.814; per molte meno della metà si è trattato di un contratto a tempo indeterminato: 73.185. Tutte le altre sono nell’ambito del precariato, una piaga di questo nostro tempo che sembra quasi impossibile da sanare. Passando invece al quadro globale, nel 2024 i lavoratori sono stati 447.884, il loro reddito medio annuo lordo è stato di 25.418 euro. Con riferimento alla distribuzione per qualifica, nel 2024 la componente degli operai con 269.767 lavoratori rappresenta il 60% del totale, mentre il 34% è costituito dagli impiegati, il 3,4% dagli apprendisti, l’1,7% dai quadri e lo 0,5% dai dirigenti.
I redditi
Per gli operai il reddito medio annuo si ferma a 21.726 euro, cifra che sale a 28.776 per gli impiegati; una crescita molto consistente per i «quadri» che arrivano a 74.433, un reddito che supera ampiamente i 100mila euro (precisamente 133.708) per quanto riguarda i dirigenti. Altri dati: il Dipartimento delle Finanze, con riferimento ai contribuenti Irpef che dichiarano oltre 120.000 euro lordi complessivi, quantifica lo scaglione dei più bresciani più abbienti in 11.659 persone fisiche che, complessivamente, dichiarano 2,6 miliardi di euro, con un reddito medio di 226.002 euro.
I dati delle dichiarazioni Irpef presentate dai bresciani nel 2024, con riferimento all’anno di imposta 2023, presentano i conti dei 941.285 contribuenti anche se, in realtà, a dichiarare redditi sono 919.332 bresciani, poiché a tanto ammonta la frequenza, cioè il numero delle dichiarazioni relative a tutte le diverse tipologie di reddito. I più abbienti tra i bresciani rappresentano meno dell’1,3% dell’insieme dei contribuenti e dichiarano quasi l’11% dell’ammontare complessivo dei redditi, con un reddito medio che è 8,6 volte quello del totale dei contribuenti.
Nel dettaglio
Passando al dettaglio dei dati del report Inps presentato ieri, le pensioni vigenti nella nostra provincia sono per l’84% di natura previdenziale e per il 16% di natura assistenziale. Queste ultime sono costituite per il 15,5% da pensioni e assegni sociali di cui il 33,81% erogate a soggetti di sesso maschile, il restante 84,5% delle prestazioni sono erogate ad invalidi civili sotto forma di pensione e/o indennità, di queste ultime l’indice di mascolinità è del 40,5%. Dall’analisi per categoria di pensione, si osserva che le prestazioni di tipo previdenziale sono costituite per il 73,8% da pensioni della categoria vecchiaia/anzianità, per il 2,6% da pensioni della categoria invalidità previdenziale e per il 23,6% da pensioni della categoria «superstiti».
Si legge nel documento: «Si osserva che le prestazioni di tipo assistenziale presentano un tasso di mascolinità costantemente inferiore al 50%; questo fenomeno può essere attribuito ad una maggiore presenza delle donne nelle classi di età più avanzata (con maggior rischio di invalidità) insieme ad una maggiore esposizione alla povertà (molte donne in età avanzata non hanno avuto versamenti sufficienti per la maturazione di una prestazione previdenziale)».
Le prospettive
Come dicevamo, la differenza retributiva segna inesorabilmente anche il futuro pensionistico, soprattutto da quando è in vigore il sistema totalmente contributivo: l’assegno pensionistico verrà calcolato sulla media di quanto versato all’Inps durante tutta la carriera lavorativa. Attualmente le pensioni integrate al minimo (ovvero circa 500 euro) sono pagate nel 90% dei casi a donne. In futuro tutto questo non esisterà, ci potranno anche essere assegni di 100 o 200 euro, ed ancora una volta a essere penalizzate saranno le donne.
Dall’analisi per categoria di pensione, si osserva che le prestazioni di tipo previdenziale sono costituite per il 73,8% da pensioni della categoria vecchiaia/anzianità, per il 2,6% da pensioni della categoria invalidità previdenziale e per il 23,6% da pensioni della categoria «superstiti».
Ampliando la comparazione, l’importo medio mensile delle pensioni liquidate (sia per i maschi che per le femmine) risulta più basso rispetto alla media regionale e lievemente più alto rispetto invece alla media nazionale.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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