Storie

Una a Vienna, l’altra a Zurigo: le vite parallele delle gemelle Bianchi

Cristina e Roberta, lumezzanesi, si sono trasferite al di là delle Alpi dopo l’università, e lì sono rimaste: una è scienziata farmaceutica, l’altra art director
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Cristina e Roberta Bianchi
Cristina e Roberta Bianchi

Sono uguali, hanno la stessa voce, e ora pure la stessa lieve inflessione ibrida di chi vive all’estero da qualche anno. Anche se l’accento bresciano (anzi, lumezzanese) si percepisce comunque. Una vive a Vienna, l’altra a Zurigo: Cristina e Roberta Bianchi sono gemelle, vengono da Lumezzane, hanno 41 anni, sono sempre, sempre state in classe insieme (dall’infanzia al liceo) e oltre ad avere lo stesso aspetto hanno scelto anche lo stesso destino. Seppur a centinaia di chilometri di distanza. Entrambe, infatti, dopo l’università si sono trasferite all’estero. E lì sono rimaste.

In Svizzera

«A Zurigo sono arrivata alla fine del 2009 – racconta Roberta, che si era laureata in Biotecnologie mediche all’UniBs –. Ho pensato: se non mi muovo ora, non lo farò più. Al Politecnico di Zurigo c’erano diverse posizioni aperte e ho scelto un laboratorio dell’Istituto di scienze farmacologiche che mi piaceva. A Brescia studiavo oncologia e angiogenesi, qui ho spostato il focus dai vasi sanguigni ai vasi linfatici. Sono stata lì sei anni, dopodiché mi sono spostata: qui la farmaceutica è un’industria importante, le grandi case stanno qui, è relativamente facile trovare lavoro nel mio settore». Così è diventata scienziata in Roche e pian piano ha fatto carriera, uscendo dal laboratorio per occuparsi di progetti. «Ci sono stata fino al 2024, quando a causa di una riorganizzazione – come accade nelle aziende grandi – mi hanno licenziata». Ma niente panico: «Hanno indorato la pillola, ovvero non mi hanno lasciato a casa con tre mesi di preavviso, ma con quello che chiamano garden leave per cercare lavoro senza andare in disoccupazione e ricevendo comunque lo stipendio. Ero in maternità, quindi sono riuscita a godermela senza stress e a trovare un altro lavoro in un’azienda biotech», sorride. A proposito di maternità: «Una volta che lavori all’estero e fai una famiglia all’estero, è difficile tornare. Anche se la famiglia d’origine manca. Se dovessi tornare in Italia punterei a Brescia, non avrebbe senso un’altra città, ma nel mio settore conosco solo un’azienda».

L’Austria

Anche Cristina, che a Vienna è arrivata 14 anni fa, non pensa di tornare. «Ci ho fatto l’Erasmus nel 2008, per caso, mentre studiavo al Politecnico di Milano», racconta. A Vienna Cristina ha conosciuto il suo compagno e ha deciso di tornarci dopo un periodo a Milano. «Da allora lavoro nello stesso studio di comunicazione, sono senior art director». In Austria, dice, si sente più tutelata, tanto che quando ha deciso di diventare madre ha preso un anno di congedo tornando poi a tempo parziale, senza sentire mai pressioni da parte dello studio. «E poi le scuole dell'infanzia sono aperte tutto l’anno e per i ragazzi in età scolastica ci sono solo nove settimane di vacanze estive. Lavorare e prendere ferie è più facile».

Ora sono quindi lontanissime, ma si sentono tutti i giorni. «E il sabato mattina i bambini si videochiamano», sorride Roberta. Che ormai ha la doppia cittadinanza: «Non mi sento svizzera, ma almeno posso partecipare alla vita pubblica». Cristina, invece, sta imparando solo ora il tedesco: «Per anni sono riuscita a evitarlo, ora lo sto facendo per mio figlio. Che quando parla in italiano ha l’accento bresciano».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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