In via San Faustino, all’altezza del civico 1B, un vetro incastonato nella pavimentazione permette di guardare sotto la strada. L’acqua che si vede scorrere è quella del Bova e del Celato, riuniti nell’antico alveo del Garza. La finestra, installata nel 2013 da Brescia Underground, associazione che esplora e documenta il sottosuolo cittadino, rende visibile un frammento della geografia di Brescia purtroppo dimenticato da molti: quella dei corsi d’acqua nascosti sotto edifici, vie e piazze. Forse Brescia non è mai stata esattamente una piccola Venezia, certo, ma comunque in antichità si conformava come una città attraversata da una rete di fiumi, rogge e canali artificiali che per secoli ne hanno alimentato la vita e l’economia. A San Bartolomeo, il Bova e il Grande, derivati dal Mella, insieme al Celato, più a est, favorirono già dal tardo Medioevo lo sviluppo di mulini, concerie, magli da ferro e da rame, frantoi e opifici per la molatura del ferro. Anche dentro le mura l’acqua muoveva le ruote delle attività produttive: nel 1562 si contavano dieci mulini di proprietà privata sui canali cittadini. Nella seconda metà del Seicento sono documentati, fra gli altri, mulini al Carmine, a Sant’Agata e al Fontanone, presso la chiesa di San Giuseppe. L’acqua alimentava anche filatoi e concerie, contribuendo in larga parte alla vocazione manifatturiera della città.
L’acqua, allora come anche oggi, era una risorsa tanto importante da richiedere regole precise. Nel luglio del 1722, per esempio, durante un periodo di siccità, un’ordinanza vietava i prelievi dal Mella in diversi territori a monte di Brescia, salvo quelli destinati ai mulini, con l’obbligo di restituire l’acqua al fiume. Anche dal Bova e dal Grande l’irrigazione era consentita soltanto nelle ore stabilite per le domeniche e le feste di precetto. La produzione di farina e le necessità dei campi dipendevano così da un equilibrio di diritti, turni e manutenzioni.
La mappa dei fiumi nascosti
Seguire il percorso di questi corsi d’acqua restituisce anche una diversa mappa del centro, delineando l’immagine di una Brescia forse più romantica. Il Bova percorreva via Fiume, l’attuale via Fratelli Bandiera, e via Bova, per confluire nel Celato al Ponticello, all’angolo fra via San Faustino e contrada del Carmine.

Nell’Enciclopedia Bresciana di Antonio Fappani è ricordato già nel 1248 con il nome di «vasus flumine de Ponticello»; la denominazione Bova compare negli statuti del 1470. Il Celato penetrava invece nella città murata all’altezza di Fossa Bagni, fra l’attuale galleria del Castello e piazzale Cesare Battisti, alimentando le piscine dello stabilimento municipale di bagni pubblici, inaugurato nel 1882: una era gratuita, destinata ai meno abbienti, l’altra, invece, a pagamento, con spogliatoi e docce. Il Celato insieme al Molin del Brolo, al Dragone e agli altri canali, distribuiva l’acqua alle attività urbane e, oltre le mura meridionali, a orti, giardini e campagne.

Questa geografia, però, cambiò notevolmente nel tempo. Come ricostruisce lo storico bresciano Marcello Zane, nel 1797 il Governo Provvisorio deviò le acque del Garza, chiudendo i due passaggi fra le mura di Porta Pile attraverso i quali il torrente entrava in città. Nel vecchio alveo continuarono a scorrere Bova e Celato, con il nome di «Garza di fossa»: è il percorso di cui oggi possiamo osservare un tratto attraverso il sopracitato vetro di via San Faustino. Non tutto, però, scomparve sotto la strada nello stesso momento. Un tratto del Celato lungo via Galilei, per esempio, rimase a cielo aperto fino al 1955-1956. Le esplorazioni di Brescia Underground hanno inoltre documentato, fra contrada Santa Chiara e Fossa Bagni, coperture differenti: lastre di pietra disposte a capanna e volte ribassate in mattoni. Strutture che conservano le tracce degli interventi con cui la città ha progressivamente coperto i suoi corsi d’acqua.
Il lato meno romantico
La Brescia d’acqua aveva però anche un volto meno romantico. Nei canali, infatti, venivano riversati liquami e scarti di ogni genere delle botteghe, affidando alla corrente il compito di allontanarli. Una ricostruzione storica pubblicata dal Comune di Roncadelle ricorda che, all’inizio del Novecento, Bova e Celato furono utilizzati, con gli alvei cementati, come principali collettori della rete fognaria cittadina.
Sottoterra rimangono anche testimonianze della vita quotidiana sulle rive. Proprio in un’intervista al Giornale di Brescia Andrea Busi di Brescia Underground raccontava di aver individuato nelle cantine accessi ai corsi d’acqua utilizzati dalle lavandaie: molte aperture risultano oggi murate, mentre una, in un palazzo di via Battaglie, era rimasta integra. Sotto Palazzo Calini ai Fiumi avevano inoltre riconosciuto un ponte-canale attraverso il quale il Bova intersecava il Dragone. Una rete fatta, dunque, anche di attraversamenti e passaggi segreti fra le case e l’acqua.
I totem e le tracce in città
Per ritrovare questa geografia si può cominciare però senza scendere necessariamente nel sottosuolo. Nel 2009 Brescia Underground ha installato tredici totem dedicati ai corsi d’acqua cittadini, da Porta Pile a via Battaglie, dal Carmine a Sant’Agata, fino al Serraglio.

Un’altra traccia si incontra nella stazione della metropolitana di San Faustino, dove una gigantografia e un pannello raccontano il ponte ottocentesco di Porta Pile e il sistema idraulico che permetteva alle acque di accedere al centro urbano. Per passare dalla strada al sottosuolo, uno degli accessi è la Porta Rossa di via Annibale Calini 7, nei pressi di piazza Mercato. Qui si raggiunge il partitore del Serraglio. Il percorso «Il sottosopra per tutti» permette di osservare Bova e Celato dalle passerelle, senza entrare in acqua, dopo una passeggiata fra le vie e le piazze del centro. Chi sceglie «Nelle arterie della Leonessa» segue invece l’alveo dei due corsi d’acqua con torcia, casco e stivali inguinali. La visita dura circa tre ore e termina riemergendo da un tombino in contrada del Carmine. Si torna così fra le stesse strade, dopo averne scoperto il sottosopra, in profondità.



