Cronaca

I mulini, testimoni della storia bresciana: è tempo di valorizzarli

Un bando di 360mila euro della Regione Lombardia permetterà interventi di recupero sulle antiche strutture agricole del territorio
Paola Gregorio
Il mulino di Gavardo, si parla della struttura già nel 1528
Il mulino di Gavardo, si parla della struttura già nel 1528

Erano talmente fondamentali per la vita delle comunità che nascevano nei paesi prima dei castelli o dei palazzi dei nobili che quei territori governavano. Perché il grano, la farina e quindi il pane nei secoli passati erano fondamentali nell’alimentazione delle famiglie. E tutto questo senza i mulini sarebbe stato impossibile. In un mondo completamente cambiato queste affascinanti strutture restano a testimoniare il loro passato glorioso.

Nel Bresciano, terra di contadini, esistono diversi esempi significativi di mulini antichi, alcuni recuperati, altri in attesa di esserlo o abbandonati. Un aiuto per chi volesse valorizzarli arriva dalla Regione, che a luglio ha pubblicato un bando per sostenere (appunto) gli investimenti per il recupero e la valorizzazione dei mulini storici lombardi, stanziando 360mila euro per il triennio 2026-2028; le domande possono essere presentate dal 21 settembre.

Dal passato

Guardare al passato con lo sguardo della modernità è la filosofia di questo stanziamento, praticamente quasi in ogni comune della provincia c’era un mulino. Scopriamone alcuni. A Cignano, frazione di Offlaga, nella Bassa, il mulino della Mirandola di proprietà di Cesare Tomasoni - la sua famiglia lo possiede da fine Ottocento - ha sei secoli di storia: ha smesso di macinare negli anni Cinquanta. L’edificio del 1416 è stato risistemato dai proprietari, che hanno rismesso la ruota in ferro ed è un luogo vissuto dalla comunità, grazie anche ai volontari. Peraltro si trova sulla ciclabile Brescia - Cremona e chi la percorre può ammirarlo.

Il mulino di Cignano, frazione di Offlaga
Il mulino di Cignano, frazione di Offlaga

L’attività

Spostandoci in Valsabbia, il primo documento che testimonia la presenza del mulino di Gavardo risale al 1528, l’attività è terminata verso i primi anni Settanta del Novecento. Il fabbricato è stato restaurato per ospitare attività culturali, didattiche e ricreative: all’interno c’è una macina quasi integra mentre all’esterno, nel cortile, le tacche e le date segnate sul cancello testimoniano le piene che si sono susseguite nel tempo, la più rovinosa nel 1966. E il salto idraulico sfruttato nei secoli dei secoli per azionare la ruota è stato riconvertito per produrre energia.

In città

Ci sono poi mulini, magari meno conosciuti, e non recuperati anche in città. Come l’ex mulino della Borgognina, noto anche come mulino delle Marinelle a Caionvico, di proprietà privata, sottoposto a tutela monumentale assieme ai tratti del Vaso Musia che ne alimentavano le ruote idrauliche verticali. La sua presenza è già documentata dal catasto Napoleonico del 1809, mentre la realizzazione dell’ala sud è attestata dal 1848. «Ci piacerebbe che fosse restaurato e restituito alla comunità, anche per evitare il degrado della zona» commenta il presidente del Consiglio di quartiere di Caionvico, Alessandro Sassi.

Impegno

È rimasto invece per lungo tempo coperto dalla vegetazione infestante l’antico mulino del quartiere Don Bosco, all’incrocio tra la via omonima e via Dalmazia. Gli Amici di Bottonaga, assieme a Brescia Underground, periodicamente puliscono la grande ruota in ferro, tenendola libera dalla vegetazione.

Quel che resta del mulino del quartiere Don Bosco
Quel che resta del mulino del quartiere Don Bosco

«È di proprietà di oltre quaranta eredi – racconta Maurizio Zanini, segretario degli Amici di Bottonaga –. Era un mulino di granaglie, le origini si fanno risalire alla metà dell’Ottocento. Era conosciuto come il mulino Braga, famiglia che era arrivata nel quartiere negli anni Trenta del Novecento. È stato attivo sino agli anni Sessanta - Settanta».

Manutenzione

Il mulino Pilù, già mulino di Sopra e di Sant’Antonio, in località Calci, a Palazzolo, in prossimità dell’argine del fiume Oglio, ceduto al Comune, è pure sottoposto a tutela monumentale. È documentato fin dal 1482 ed è rimasto in funzione fino ai primi decenni del XX secolo. Non sono per ora previsti progetti di recupero ma il Comune ha avviato l’intervento di manutenzione sulla ciclopedonale, proprio in località mulino Pilù. I mulini erano utilizzati anche per la forgiatura del ferro.

Nel quartiere di San Bartolomeo, in città, c’è una delle sedi del Musil, il Museo dell’industria e del lavoro: il Museo del ferro illustra il ruolo storico della ruota idraulica e restituisce ai visitatori i caratteri e l’atmosfera di un antico ambiente di lavoro legato a un grande sapere artigiano.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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