Ci sono genitori che ogni anno – diciottesimo compreso – preparano la festa di compleanno dei propri figli. «E poi ci siamo noi che da sette anni festeggiamo un compleanno che non c’è più perché il nostro unico figlio è morto a 15 anni» racconta la signora Daniela. È la mamma di Lorenzo Chiarini, adolescente di Roncadelle stroncato nel 2020 dalla leucemia. E domenica mattina nella chiesa del paese è in programma la messa. «Come fosse una festa vera e propria».
Signora Daniela, domenica Lorenzo avrebbe compiuto 22 anni. Come nasce questa scelta di continuare a festeggiare come se fosse ancora in vita?
Questo è ormai il settimo anno. Lorenzo è mancato il 6 agosto 2020, aveva 15 anni. Da quando ne avrebbe compiuti 16, 17, 18, fino ai 22 di domenica, li festeggiamo così, tra virgolette: con la messa, i fiori, i palloncini. Per noi il compleanno resta comunque il giorno più bello della nostra vita, perché è il giorno in cui Lorenzo il nostro unico figlio è nato.
È un modo per non fermarsi al giorno della sua morte o al contrario non riuscite ad andare oltre il dramma che vi ha travolto?
Se non avessimo reagito non saremmo qui. Proprio perché è il giorno del suo compleanno, noi vogliamo ricordarlo come un giorno di festa. È nato il primo novembre, il giorno di tutti i Santi. Diciamo sempre che questi santi non è che l’abbiano protetto tanto. Domenica ci saranno gli amici intorno a noi, poi io e mio marito andiamo a mangiare fuori e festeggiamo il suo compleanno con la torta. Lui avrà 15 anni per sempre, ma noi continuiamo a celebrarlo, ma non siamo fermi a quel maledetto giorno.
Lorenzo si è ammalato quando aveva soltanto 14 anni. Che cosa è successo?
È sempre stato un bambino sanissimo. Dalla sera alla mattina ha iniziato a non stare bene. Siamo andati in ospedale e la diagnosi è stata leucemia, quella più brutta che c’è. Ha trascorso 16 mesi ricoverato in Oncologia pediatrica e ha fatto anche il trapianto di midollo osseo. Ma dopo quasi un anno e mezzo non è sopravvissuto alla malattia. Non c’è più, ma anche da dove si trova sta facendo grandi cose, perché noi cerchiamo di tenere vivo il suo ricordo.

Lorenzo sapeva della gravità della sua malattia?
Sì, dopo 16 mesi in ospedale sapeva tutto. Noi, però, abbiamo sperato fino alla fine che potesse andare diversamente. Ha passato davvero l’inferno, ma sempre con il sorriso. A gennaio 2020 ha fatto il trapianto, poi la situazione è peggiorata piano piano. Ha avuto il rigetto e le cose sono andate sempre peggio. Il Covid ha complicato ulteriormente una situazione già difficile. Ma noi, fino all’ultimo, abbiamo continuato ad immaginare un epilogo diverso.
Che ragazzo era Lorenzo?
Era davvero buono, con un grande cuore. Era così come si vede nelle fotografie. Gli volevano bene tutti e gliene vogliono ancora. I suoi amici sono rimasti vicini a noi, vengono anche a casa a trovarci. L’altro giorno sono venuti il suo migliore amico e un altro ragazzo. Abbiamo tante persone accanto che ci aiutano.
Lei e suo marito come avete reagito alla perdita del vostro unico figlio?
Sicuramente in modo diverso. Io, da subito, ho detto che volevo farmi vedere mentre stavo bene, perché è una promessa che ho fatto a Lorenzo. Anche quando stava male, lui mi diceva: «Mamma, sto bene», per non farmi soffrire. Poco prima di volare via mi ha detto: «Mamma, voglio vedervi felici». Allora mi sono detta che dovevo sorridere per lui, perché da lassù mi guarda. Quando era qui non ho potuto fare niente per proteggerlo dalla malattia. Avrei voluto morire io al suo posto, ma né io né mio marito abbiamo avuto scelta. Per questo sorrido per lui, che non può più farlo.
Che cosa si sente di dire ai genitori che stanno affrontando una vita come la vostra, da genitori sopravvissuti ai figli in quello che è un cortocircuito della vita?
Ognuno vive il dolore a modo suo e non giudico nessuno. Vedo tante coppie che si separano, perché reggere alla perdita di un figlio è difficilissimo. Noi cerchiamo di trovare un modo per andare avanti. Mi fa rabbia vedere tanti ragazzi che sprecano la loro vita, quando penso a Lorenzo, che ha sofferto e ha lottato per restare qui. Lui voleva vivere. E lo ripeto anche ai giovani. Vado ogni anno nella scuola che frequentava Lorenzo, il Don Bosco, dove aveva iniziato il percorso di studi nel settore elettrico. Insieme ad Admo cerco di promuovere la donazione di midollo osseo. Vedo che tanti ragazzi vengono colpiti dal racconto. È una cosa che mi fa stare bene, perché riesco a dare voce a qualcosa. Altrimenti sembra che tutto quello che è successo non abbia un senso. Cerchiamo un modo per andare avanti: se prima dicevo che dovevo sopravvivere, adesso dico a mio marito che dobbiamo vivere. Per Lorenzo che non può più farlo.

E vi siete tatuati il volto di vostro figlio. Che significato ha quel tatuaggio?
Nessuno dei due aveva mai fatto tatuaggi. Lui è stato il primo e si è fatto tatuare il ritratto di Lorenzo. Dopo un paio d’anni l’ho fatto anch’io. Quando mi sveglio la mattina, mi lavo e lo guardo: mio figlio mi sorride. Sotto ho scritto «Racconterò di te». È quello che sto facendo e che cerco di fare ogni giorno. Per noi è la nostra luce infinita.




