Storie

Elena Clementi, chi è (e cosa fa) la facilitatrice maieutica che usa i Lego

Origami, carta e mattoncini diventano per la milanese – ma bresciana d’adozione – un modo per lavorare su emozioni, conflitti e idee: «Faccio emergere ciò che le persone non dicono»
Giulia Camilla Bassi
Elena Clementi al lavoro
Elena Clementi al lavoro

Post-it, un foglio ripiegato fino a realizzare un origami, parecchi mattoncini Lego divisi per categoria. Bastano oggetti così semplici per far dire a una persona qualcosa che a voce non avrebbe mai detto. È il principio su cui lavora da anni Elena Clementi, milanese di nascita, ma bresciana d’adozione, facilitatrice maieutica, certificata anche Lego Serious Play.

La parola chiave per entrare nel suo mondo è proprio questo: «maieutica», l’arte di far emergere qualcosa che c’è già, ma che non sempre trova le condizioni giuste per venire alla luce. I suoi laboratori non sono né lezioni frontali, né tantomeno consulenze calate dall’altro, ma un processo creativo, fatto di domande, ascolto e partecipazione, per aziende, gruppi, comunità e singoli, per costruire, raccontare (e raccontarsi), confrontarsi e scoprire connessioni nuove.

Dentro questo approccio Clementi ha costruito L’Una Itinerante, acronimo di Laboratorio urbano nuovo alfabeto itinerante: un progetto che tiene insieme facilitazione, gioco serio, pratiche creative e materiali di recupero. Un «nuovo alfabeto», appunto, fatto non solo di parole, ma anche di mani, oggetti, immagini, pieghe, costruzioni. Perché, nel lavoro di Clementi, il fare non è mai un semplice passatempo, ma piuttosto è un modo per pensare out of the box, per vedere meglio ciò che accade dentro una persona o dentro un gruppo, e per dare forma a ciò che spesso resta nascosto.

Elena, come è nato il suo percorso?

Arrivo dalla provincia di Milano, sono nata a Rho. Sono approdata a Brescia mentre stavo finendo la laurea in Economia e Commercio all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Erano gli anni in cui si aprivano le prime posizioni al servizio civile alle donne e c’era una posizione aperta nel Consorzio Nazionale della Cooperazione Sociale proprio qui in città. Mi sono occupata della mappatura e della riclassificazione dei bilanci di circa 1.200 cooperative che allora erano socie di questa rete cooperativa. Da lì è iniziata la mia avventura bresciana.

Poi resta?

Ho scoperto il mondo metalmeccanico bresciano, dove mi sono fermata per sette anni.

Quando capisce che quella non è più la sua strada?

Nonostante il lavoro mi piacesse, sentivo che non era la mia strada. Sono diventata una libera professionista e ho cominciato a studiare con Luciana Landolfi che in azienda ci aveva fatto un workshop di gestione del conflitto. La spinta a scoprire chi fossi e come volevo aiutare gli altri è nata da lì. Dopo essermi licenziata nel 2021, nel 2022 nasce l’esperienza di L’Una Itinerante. Come progetto era iniziato già qualche anno prima. Avevo scritto anche una tesi in cui davo la mia visione dell’essere umano inteso come metafora in quattro dimensioni: l’essere umano corpo fisico, l’essere umano organizzazione o impresa, l’essere umano comunità, e poi l’essere umano come metafora della natura.

Elena Clementi, facilitatrice maieutica
Elena Clementi, facilitatrice maieutica

Cos’è la facilitazione maieutica?

La facilitazione maieutica consente di andare a esplorare veramente le molte sfaccettature dell’essere umano attraverso diverse tecniche. Intendo il termine «maieutica» nel senso antico di «ostetricia»: poter far emergere le informazioni da dove stanno. L’essere umano, con le sue esperienze e competenze è detentore di un sacco di informazioni, che neanche sa di avere.

Che cosa fa, concretamente, la facilitazione?

La parte che preferisco è far capire alle persone, sia a livello di gruppo, ma anche e soprattutto individuale, che veramente possono tutto. C’è qualcuno che dice che non è vero, che è un’illusione. Ma io non sono d’accordo. Spesso pensiamo di non saper fare delle cose perché nessuno ci ha detto che possiamo essere in grado di farle.

E con che strumenti?

È un universo di esercizi che vanno a rispondere a un obiettivo che la persona, il team o l’azienda definisce. Su quello il facilitatore costruisce un percorso sulla base delle ore messe a disposizione. Quindi si va a raggiungere questo obiettivo con la partecipazione 100-100.

Cosa significa esattamente?

Tutte le persone che sono presenti al laboratorio hanno diritto di parola, tutto quello che fanno è ugualmente valido, indipendentemente dal ruolo aziendale e l’errore è graditissimo perché ci consente di andare a scoprire qualcosa di nuovo. Il risultato – o l’outcome, in termini tecnici – nasce dalla partecipazione di tutti, con un processo che dapprima fa divergere le tante informazioni che emergono, per poi farle convergerle.

Perché è importante?

È importante perché mette al centro il valore delle persone, che sono sempre più considerate il vero asset strategico delle aziende. Anche se non amo il termine «asset» o «risorsa», mi piace più pensare alle persone come a un seme, che si rompe dall’interno per sua volontà, per dare vita a quello che porta in dote.

Perché usare disegni, post-it, Lego?

Il processo maieutico è quello della domanda e della risposta, ma la risposta non è sempre a voce, ma può arrivare anche usando un artefatto visivo, come un post-it o un foglio di carta, per esempio, se ti chiedo di rispondermi facendo un disegno. Oppure tramite un artefatto concreto, come i mattoncini Lego. Alla fine del laboratorio, a seconda del processo e della metodologia messa in campo, c’è il momento della condivisione che può essere parlata o meno.

E il metodo Lego Serious Play come funziona?

C’è un core process. Inizio facendo la domanda. Tutti costruiscono qualcosa – un modello – che risponde alla domanda e poi condividono quello che hanno costruito. Lo raccontano e tutti possono fare domande sul modello dell’altro.

L’esperienza si svolge sempre allo stesso modo?

Ci sono sette tecniche per l’applicazione del metodo che sono frutto dell’evoluzione che è stata fatta negli anni, rispetto anche agli obiettivi posti, che possono essere: far emergere informazioni, migliorare la comunicazione, migliorare il problem solving o ridefinire strategie aziendali.

Si parte sempre dal lavoro individuale?

Sempre. È la base per poi andare a lavorare o su un modello condiviso o su altri livelli. Se parliamo di identità aziendale, io ti chiedo di costruire un modello che racconti le caratteristiche dell’identità aziendale dal tuo punto di vista. Tu costruisci la tua visione, io costruisco la mia, perché lavoriamo nella stessa azienda ma avremo punti di vista differenti e anche punti in comune.

E quando i punti di vista non coincidono?

Di regola ci sono massimo dodici partecipanti per facilitatore, proprio perché ognuno deve parlare e tutti devono ascoltarsi. Ognuno dice: questo pezzo non può mancare sul modello condiviso. Si mette una piattaforma nel mezzo e si comincia a lavorare con tutti i mattoncini per rappresentare questo modello. La cosa bella è che se qualcuno non è d’accordo, quel pezzo comunque non scompare. Quel pezzo c’è, ci deve essere, perché per me è importante, anche se tu dici che non lo è. E da lì inizia una negoziazione sulla criticità e sul suo posizionamento. Per questo il lavoro può esplorare varie direzioni e può essere ripreso o sviluppato in più sessioni.

Accanto ai Lego ci sono anche carta e origami…

Utilizzo i materiali di recupero perché mi piace, per divertirmi, per sperimentare cosa le mie mani possono andare a creare. E dall’altro lato, li utilizzo per fare laboratori. Ad esempio, oltre ai laboratori creativi nel senso più puro, uso vecchi calendari o agende e metto insieme l’arte dell’origami e alcune tecniche di respirazione. L’ho chiamata «meditazione del fare».


E cos’è, nel concreto, la meditazione del fare?

Cominciamo dalla carta e, piega dopo piega, ci concentriamo sulla respirazione e sul fare le pieghe, per scoprire qualcosa di noi, trattenere o lasciare andare. Quello che facciamo non ha alcun vincolo di conclusività. Non ci importa se arriviamo a finire l’origami: quello che ci interessa è il viaggio. Ci interessa prenderci del tempo per noi, per riscoprirci, per vedere cosa proviamo quando ci viene chiesto di rallentare e accogliere tutto quello che viene. Se poi, in questo processo, saremo arrivati a creare questo origami, avremo imparato anche a farlo. Ma l’origami non è l’obiettivo.

Che bagaglio resta a chi partecipa?

Molti di questi esercizi della facilitazione maieutica le persone che li hanno sperimentati possono introdurli dal giorno dopo nella loro «cassetta degli attrezzi», usandoli in qualunque contesto, perché alcuni sono veramente molto semplici. Per esempio, senza neanche dichiararlo, un tal esercizio potrebbe essere usato in ufficio per fare una riunione impostata in un certo modo, in cui si ascolta il parere di tutti.

Da che età si può applicare?

Le cosiddette Liberating Structures, le «tecniche liberatorie» che insegno anche alle educatrici, possono essere usate fin dalla prima infanzia, perché sono strumenti di sospensione del giudizio e di inclusione, che valorizzano l’errore e la diversità e pongono all’ascolto di tutti. Un bagaglio di crescita fondamentale per i bambini, per costruire un futuro migliore.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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