Nell’antica Mesopotamia credevano che il cuore fosse il motore della vita. Ivano Saletti ne ha avuti due: quello di madre natura, con il quale è nato, e quello di un ignoto donatore, grazie al quale è rinato. Quindi è vissuto due volte. Non c’è altra spiegazione. Anche perché in una sola vita è difficile fare tutto quello che fa lui.
Classe 1970, alfiere del Neruda pensiero («Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati»), Ivano è un highlander che più volte ha guardato in faccia la morte. Il presidente Mattarella l’ha appena nominato Cavaliere della Repubblica: pergamena e congratulazioni sono arrivate dalle mani del sindaco Cristina Tedaldi.
La rinascita
Su di lui il destino doveva avere le idee chiare: se no, dopo averlo fatto nascere, non perdeva tempo a farlo rinascere. La sua prima vita finisce a causa di una cardiomegalia: trapianto o morte. Anche se Sant’Agostino diceva che «la morte non esiste», lui, per sicurezza, sceglie il trapianto, che gli concede il privilegio di rinascere. Come in una dissolvenza incrociata, dopo due arresti cardiaci, tanta paura e altrettanta speranza, nel 2005 in sala operatoria il battito passa da un cuore all’altro e lui si riaffaccia al mondo.
Riprende a lavorare come collaboratore scolastico al Capirola di Leno. La routine quotidiana tra le scartoffie, però, è solo la copertura per il resto. Nel tempo libero Ivano fa di tutto: sport, ad esempio.
«Volevo dimostrare che dopo un trapianto si può tornare alla normalità - dice -. Così ho iniziato a correre in bicicletta». Prima qualche giretto in Maddalena, poi a livello agonistico, vincendo, tra l’altro, il campionato europeo per trapiantati. Oggi Ivano continua a pedalare, in più allena i giovani della squadra Ghedi Ciclismo Biesse Carrera.
Siccome la bici non gli bastava, s’è messo a correre a piedi: «Avevo un sogno: finire la maratona di Brescia in meno di 4 ore». Obiettivo centrato al primo tentativo: 3 ore e 58 minuti.
In tivù con Piero Angela
Non potevano mancare il teatro e la televisione. La sua storia è finita in palcoscenico grazie al Teatro Caramella. Sul piccolo schermo, invece, l’ha portato il compianto Piero Angela, che, in occasione del 50° anniversario del primo trapianto (era il 1987: il chirurgo Chris Barnard impiantò un nuovo cuore nel petto di Louis Washkansky), l’aveva chiamato a raccontare la sua esperienza.
Ivano è iscritto all’Aido di Leno, di cui è vicepresidente: «Quando verrà il giorno - dice - mi piacerebbe che i miei organi potessero ridare la vita ad altre persone». Qui la sua faccia si fa cupa: «So che il mio donatore aveva solo 16 anni. Questa cosa mi ha mandato in crisi: mi sono chiesto più volte perché io, a 35 anni, fossi ancora vivo, lui a 16 no. Ringrazio la sua famiglia per la generosità dimostrata e mia moglie che mi è stata vicina».



