Erika Chiarini è una fucina di idee. In un periodo difficilissimo per il commercio (solo per dare un dato ricordiamo che in sei anni Brescia ha perso 1.361 negozi) la sua creatività l’ha, invece, fatta crescere nello stesso arco temporale. E in un settore difficilissimo, quello dei fiori. La titolare del negozio «La primavera» per carattere non riesce a stare nei confini della «fiorista»: negli ultimi anni ha creato claim e dato corpo ad idee. Qualche anno fa si inventò la consegna di fiori cantata, con un musicista e un cantante, poi è arrivato il «Metro di primavera» (una sorta di bouquet in scatola che si paga a misura) e ora ha attivato «Pit stop flower» (il marchio è registrato al Ministero delle Imprese e del made in Italy), un ritiro veloce «come – spiega lei – al fast food, restando in auto e pagando anche in digitale».
L’idea come le è venuta?
La gente ha sempre fretta e qui non c’è molto parcheggio, quindi ho pensato che questo servizio potesse aiutare le persone. Pensi ad una mamma con figli piccoli che deve trovare parcheggio, fare scendere i bambini ed entrare. E per facilitare la scelta del bouquet chiediamo la taglia: S, M, L o XL.

La sua avventura nel mondo dei fiori quando inizia?
Nel 2010 io e mia sorella abbiamo acquistato questo negozio che ora ha 70 anni e che si trovava sempre in via Ducco, ma più verso il Civile. Poi ad agosto 2020, in pieno Covid ci siamo spostati qui.
Quando gli altri chiudevano, lei si ingrandiva?
Durante il Covid il lavoro per noi è esploso e questo perché eravamo già attrezzati da 16 anni per il pagamento on line. L’avevo chiamato «Fiorista in tasca».
Qual è il suo segreto?
Ho lo spirito commerciale, avrei voluto occuparmi di marketing, e mi viene naturale creare, non mi devo sforzare per farmi venire le idee. Aggiungo anche che la comunicazione è importantissima: al cliente bisogna dare risposte veloci. Ho cominciato questo lavoro senza aver fatto un corso quindi, forse, ho un occhio diverso, fuori dagli schemi. Per questo, probabilmente, non faccio matrimoni, se non per piccoli e veloci, o funerali. Cesti sì, ma non tradizionali.

Cosa ha fatto prima?
Ha tempo (scherza)? L’impiegata, la commessa, la commerciale, ho venduto i primi Apple che allora si chiamavano Macintosh, un famosissimo robot da cucina, abbigliamento per parrucchiere, la barista astemia.
Tante cose, accomunate da cosa?
Dal saper raccontare e portare sé stessi.
Come è cambiato il suo lavoro negli anni?
Siamo cresciuti molto negli anni e, sembrerà strano, ma la scelta di tener chiuso la domenica e di aprire il lunedì è stata vincente, lavoriamo molto di più, forse perché gli altri sono chiusi.
Quindi è cresciuto anche lo staff?
Sì, e la squadra è fondamentale: quando mia sorella si è ritirata è arrivata Olga. Poi si sono aggiunte Barbara, che ha 62 anni ed era in Naspi, e Monica, 58. Poi ci aiuta Beatrice (Rovetta, protagonista di tante pubblicità, ndr) nei giorni di superlavoro, e presto entrerà a chiamata anche una 25enne. Scherziamo con Olga che è giovani dicendole che è la nostra badante.

I clienti sono gli stessi di sempre?
Non proprio: sono aumentati i ragazzini e così abbiamo capito che alle giovani piace ricevere fiori. A volte chiedono consiglio a no, altre si presentano con le mamme.
Cosa piace oggi?
Composizioni mosse, piante ma con vaso e, come dico io «vestite», cose originali e che non si vedono spesso.
Cosa crede che la guidi nel suo lavoro?
Creare qualcosa di bello e dare qualcosa che non si trova in altri posti.
Cioè?
Dobbiamo ricordarci che noi fioristi vendiamo emozioni in forma solida, che si tratti di amicizia, amore o, anche, condoglianze.
Secondo lei cosa manca oggi nel suo campo?
Il coraggio di investire.




