Storie

Congedarsi da vivi: personaggi famosi che si sono scritti il necrologio

Il 29 settembre sul Giornale di Brescia è comparso un annuncio mortuario scritto, come saluto ai propri cari, dallo stesso defunto. Un gesto commovente, realizzato anche da personalità celebri, non solo in forma scritta: l’artista bresciano Cavellini, per esempio, preparò il proprio centenario
Marco Papetti

Marco Papetti

Giornalista

Ennio Morricone - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Ennio Morricone - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Saluto con affetto amici e conoscenti. Brindate alla mia salute. Io ho vissuto sempre come volevo, ora sono libero di volare in tutti quei luoghi mai visti». Così, rivolgendosi direttamente alle persone che in vita gli hanno voluto bene, pochi giorni fa un cittadino ha deciso di congedarsi dai propri affetti scrivendo da sé, in prima persona, il proprio necrologio, pubblicato sul Giornale di Brescia. Un messaggio commovente, reso ancora più emozionante dalla scelta, insolita ma significativa, di redigere il proprio addio di proprio pugno. Per quanto poco diffusa, questa scelta ha dei precedenti illustri: personaggi famosi – artisti, scrittori, musicisti – che hanno predisposto in anticipo il proprio necrologio o, in varie modi, forme di commemorazione postuma della propria opera. Come, per esempio, l’artista bresciano Guglielmo Achille Cavellini, che ideò le celebrazioni per il centenario della sua nascita, con l’esposizione delle sue opere nei principali musei del mondo.

Montanelli

Nel mondo del giornalismo, un caso celebre di auto-necrologio è quello di Indro Montanelli, che poco prima di morire scrisse il messaggio di congedo dai lettori che lo avevano seguito negli anni. Questo il messaggio che lesse in pagina chi acquistò il Corriere della Sera il 23 luglio 2001: «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza, prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un’urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio».

Indro Montanelli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Indro Montanelli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ennio Morricone

Un altro caso è quello di Ennio Morricone. Il grande compositore, morto il 6 luglio 2020, preparò il proprio necrologio, che cominciava così: «Io Ennio Morricone sono morto». Un messaggio d’addio, confessa Morricone nel testo, scritto in questo modo per una forma personale di riservatezza: «C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare». 

Il messaggio si chiudeva con il saluto ai propri cari, tra i quali c’era ovviamente anche l’amata moglie: «Un saluto pieno, intenso e profondo ai miei figli Marco, Alessandra, Andrea, Giovanni, mia nuora Monica, e ai miei nipoti Francesca , Valentina, Francesco e Luca. Spero che comprendano quanto li ho amati. Per ultima Maria (ma non ultima) . A lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare. A Lei il più doloroso addio».

Gli epitaffi

Diversi personaggi famosi, più che il necrologio, hanno preferito scriversi l’epitaffio, l’iscrizione sulla lapide. Frasi spesso autoironiche o irriverenti, come quelle pensate da Gianfranco Funari, giornalista e conduttore televisivo, che sulla propria tomba volle che venissero riportate due frasi: «Ho smesso di fumare» e «Manco da qui taccio!». Franco Califano, invece, optò per «Non escludo il ritorno», una frase che è anche un richiamo al titolo di un suo album del 2005.

E poi Walter Chiari: «Amici, non piangete, è solo sonno arretrato», un epitaffio ironico che in realà non fu davvero inciso sulla sua lapide, ma – a quanto si racconta – soltanto confidato dall’attore al regista Dino Risi.

David Bowie

Anche se non sono proprio necrologi in senso stretto, celebri sono anche alcuni casi di artisti che hanno deciso di congedarsi dall’esistenza raccontando, attraverso una creazione artistica, la propria stessa morte. Come David Bowie: poche settimane prima della sua scomparsa, uscì il singolo «Lazarus», primo brano del suo ultimo album «Blackstar».

Tanto il testo della canzone, quanto il videoclip sono pieni di rimandi, simbolici e non, alla morte. Basti la traduzione dei primi due versi: «Guarda quassù, sono in paradiso/Ho cicatrici che non si possono vedere». Lo stesso storico produttore di Bowie, Tony Visconti, che curò la promozione dell’ultimo album del Duca Bianco, confermò la natura testamentaria della raccolta, parlando di «un regalo d’addio», lasciato dall’artista ai suoi fan.

La celebrazione postuma di Cavellini

Tra le auto-commemorazioni postume preparate da personaggi famosi quando ancora erano in vita, merita di essere ricordata quella fatta da un geniale artista bresciano, Guglielmo Achille Cavellini. Anche in questo caso non si tratta proprio di un necrologio, ma di una celebrazione della propria eredità realizzata però, in prima persona persona, dall’artista. 

Cavellini e Warhol a Brescia
Cavellini e Warhol a Brescia

Una celebrazione pensata non per la propria morte, ma per il centenario della sua nascita. E in maniera coerente con una sperimentazione artistica che aveva impegnato Cavellini negli ultimi decenni della sua vita. L’artista, nato a Brescia l’11 settembre 1914 a Brescia, dagli anni Settanta fu assorbito da una pratica artistica che lui stesso definì «Autostoricizzazione»: un processo creativo in cui il protagonista di ogni opera era lui stesso, attraverso la forma dell’autoritratto. 

E, al culmine di questo percorso, Cavellini immaginò la celebrazione per il proprio centenario, da festeggiarsi nel 2014. Una ricorrenza a cui Cavellini non pensava che avrebbe assistito (e infatti non vi assistette, essendo morto nel 1990), ma che aveva preparato in anticipo, anche con 16 manifesti realizzati per le mostre che sarebbero state allestite in suo onore nei principali musei del mondo. E pure per mezzo di finti francobolli, concepiti come opere d’arte e dedicati proprio al suo centenario. 

Un francobollo «autoprodotto» da Cavellini
Un francobollo «autoprodotto» da Cavellini

Così Cavellini parlò di questa celebrazione postuma nell’autobiografia «Vita di un genio», uscita nel 1989: «Nel 2014 il sistema da tempo avrà esaurito la sua tradizionale funzione. Non esisteranno più le gallerie d'arte, il mercato, il collezionismo e le migliaia di critici arroganti, presuntuosi, che il tempo avrà inesorabilmente dimenticato, come sempre è avvenuto. Anche dipingere con i colori e i pennelli sarà un antico ricordo. Nasceranno altri uomini geniali che logicamente opereranno con i nuovi mezzi proposti dalla scienza e dalla tecnica. Il nostro pianeta continuerà la sua strada, sempre freneticamente alla ricerca del nuovo e del diverso. Costruiranno città spaziali. I resti delle civiltà passate saranno gelosamente conservati. L'arte servirà ad educare la sensibilità. Finché ci sarà l'uomo ci sarà anche l'arte, espressione del proprio tempo. Mi rammarico perché non mi sarà possibile seguire e conoscere l'evoluzione della mia opera, che ha determinato una autonomia di pensiero e una liberazione da ogni condizionamento. L'arte sarà la vita e la vita sarà l'arte».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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