Carlo Galli: «Quel "qualcuno" che decise la strategia della tensione in Italia»

Nicola Rocchi
Il docente domani sarà relatore ai Pomeriggi in San Barnaba nell’anno del 50° anniversario della strage di piazza della Loggia
Piazza Loggia il giorno della strage
Piazza Loggia il giorno della strage
AA

Il terrorismo non ha vinto la sfida portata negli anni Settanta alla democrazia italiana; ma altri sono i fattori che in seguito l’hanno indebolita, al punto che «oggi - afferma Carlo Galli - il nostro nemico non sono tanto gli estremismi politici, quanto la grande sfiducia dei cittadini nella democrazia».

Galli, docente emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, chiuderà domani, martedì 26 marzo alle 18, gli incontri dei «Pomeriggi» promossi dal Comune di Brescia all’Auditorium San Barnaba (piazzetta Michelangeli) curati da Fondazione Calzari Trebeschi con Casa della Memoria e Fondazione Micheletti.

L’occasione è il 50° anniversario della strage di piazza della Loggia. Un episodio centrale della cosiddetta «strategia della tensione» che prende avvio nel 1964 con il Piano Solo, il progetto di colpo di Stato ordito dal gen. De Lorenzo, e si manifesta nel 1969 con la strage di piazza Fontana a Milano. Commenta Galli: «Siamo arrivati a prendere gli esecutori, ma non i mandanti. E il fatto che ci sia una serie di eventi molto importanti di cui possiamo ricostruire solo a grandi linee la genesi, i responsabili e le finalità, è una grave ferita per la democrazia».

Prof. Galli, chi tirò le fila della strategia della tensione?

Pur con la prudenza necessaria, dirò su questo cose non gradevoli ma verosimili, cioè che l’Italia nel secondo dopoguerra ha conosciuto una situazione di sovranità limitata. Eravamo sottoposti a un forte controllo da parte sia degli Stati Uniti, sia dell’Inghilterra. Questa condizione aveva un aspetto visibile ed uno sotterraneo. Esistevano valutazioni, mai discusse con gli italiani, sul rischio che l’Italia diventasse un Paese troppo di sinistra.

Qualcuno decise allora che qualcosa andava fatto per portarci a una condizione di "democrazia protetta", autoritaria, attraverso l’utilizzo da parte straniera di pezzi anche molto importanti dei nostri apparati di sicurezza.

Questa influenza straniera sotterranea non è provata...

Non abbiamo le prove, soltanto indizi. Ma sono talmente forti, che perfino Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse e interrogato sulla strategia della tensione, disse che, ricostruendo la situazione da un punto di vista sia logico sia storico, appariva un predominio politico-strategico americano con un’appendice inglese, e un loro utilizzo di parti dei nostri apparati.

L’iniziativa, dunque, non fu presa in Italia?

Qui agirono volenterosi collaboratori di un disegno che aveva non solo una qualità criminale, ma che oggi appare anche frutto di un gravissimo errore di valutazione, perché non c’era in realtà il rischio che il nostro diventasse un Paese comunista.

Anche il terrorismo di sinistra sarebbe stato infiltrato?

Almeno nel «caso Moro», è probabile che ci fosse il tentativo di orientarlo in una direzione analoga a quella della strategia della tensione (che era di estrema destra): mostrare cioè che in Italia c’era una situazione di grave rischio per l’ordine pubblico, al quale bisognava rispondere con una politica più nettamente di destra.

Alla fine la democrazia è stata più forte...

Quella sfida l’ha vinta. Non ha invece vinto la sfida generata dal mancato ricambio del ceto politico, dalla corruzione, dalla trasformazione dei partiti in centri di clientelismo; e in parallelo dalla disaffezione dei cittadini verso la politica e la democrazia.

Ogni nostro sforzo, oggi, dovrebbe andare nel tentativo di rinvigorire metodi, procedure, istituzioni, per far sì che gli italiani tornino a pensare di vivere in un sistema relativamente trasparente, di cui capiscono qualcosa perché ne sono gli autori.

Si è affermata un’idea sbagliata di democrazia?

Pensiamo che essa coincida con la pretesa di soddisfare tutti i desideri dei singoli, elevati a diritti. Sono i frutti delle politiche neoliberiste: i veri, grandi bisogni sono sempre meno rappresentati; cresce la disuguaglianza sociale, il Paese si va disfacendo in tante repubblichette che fotografano le differenze anziché tentare di superarle. Questo è il vero pericolo per la nostra democrazia. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.