La memoria non teme il tempo. Non almeno quella della gente del Friuli che in questi giorni rivive l’eco mai sopita del sisma che cinquant’anni fa esatti - era la sera del 6 maggio 1976 - seminò morte e distruzione in 137 paesi. Furono 989 le vite spezzate nella laboriosa regione del Nord-Est.

Di queste, ben 50 furono a Buja, paese di seimila anime che fu devastato dal terremoto e accanto alle croci contò oltre 500 sfollati. Tanti quanti erano i posti disponibili nelle 59 tende che la carovana di aiuti partita l’11 maggio 1976 da Brescia grazie allo slancio solidale dei lettori del GdB portava con sé. Da Udine e dal centro di smistamento aiuti allestito al casello autostradale del capoluogo friulano proprio a Buja e in particolare alla frazione di Ursinins Piccolo furono inviati i bresciani.
La cerimonia
Era l’inizio di quella storia che siamo qui ancora a celebrare a distanza di mezzo secolo, fatta di una solidarietà e di uno spirito di concretezza tipicamente bresciano, che trovarono un proprio doppio nella determinazione e nella riconoscenza altrettanto straordinarie da parte degli amici di Buja. Una storia che sarà ripercorsa proprio oggi a Buja: dopo la messa celebrata la sera del 6 maggio in suffragio delle 50 vittime nel Duomo di Santo Stefano, con la deposizione di una corona d’alloro alla lapide commemorativa delle vittime, infatti, si terrà oggi la cerimonia civile.
Alle 10, all’auditorium della Casa della Gioventù bujese, saranno proposte testimonianze e filmati. All’iniziativa celebrativa, grazie all’invito dell’Amministrazione Comunale guidata dalla sindaca Silvia Maria Pezzetta, parteciperà anche il vice direttore del nostro quotidiano, Giorgio Bardaglio: un modo per rinnovare il vincolo di amicizia che lega la comunità dei lettori del GdB alla popolazione di Buja, di ieri, di oggi e di domani, in segno della condivisione di quelle ore terribili di mezzo secolo fa.
Legame rinnovato
La raccolta del GdB lievitò a 220 milioni di lire, i fondi si tradussero, sapientemente amministrati da chi gestì l’emergenza, tanto a Brescia quanto a Buja, in tende, baracche, case, spazi comuni, dal municipio alla scuola da campo. Nacque il Villaggio Brescia, celebrato come esempio nell’emergenza. Ma la solidarietà verso Buja e i Comuni limitrofi divenne un fatto collettivo per i bresciani.
Ci furono i tremila alpini delle tre sezioni Ana bresciani che oltre che a Buja a Gemona, Osoppo, Artegna, Carnia Villa Santina e non solo, furono di casa, con le ferie tramutate in giornate di infaticabile ricostruzione. Ma anche singole comunità che si prodigarono per la stessa Buja: spedizioni di aiuti partirono da Orzinuovi come da Gottolengo e Adro, accolte fraternamente da una popolazione grata anche e soprattutto quella sorta di amicizia spontanea germogliata tra le macerie.
Nei decenni le occasioni per rinnovarla sono state tante: l’inaugurazione della chiesetta di San Giuseppe, nella frazione di Ursinins Piccolo, riqualificata dai bresciani (e ricordata da una targa e da un bassorilievo dei Santi Faustino e Giovita) il 18 marzo del 1979 fu assunta a cifra della fine dell’emergenza. Poi vennero le visite ripetute negli anniversari. Nel 1996, fu l’allora sindaco di Brescia Mino Martinazzoli, a tagliare il nastro di via Villaggio Brescia.
Ma la riconoscenza bujese è un fiume inesauribile. Nel 2006 e nel 2016, ecco il dono al GdB di medaglie commemorative (in una terra che è patria dell’artigianato d’incisione) e l’incontro rinnovato di chi c’era e di chi non ha mai dimenticato.



