Alle 21 del 6 maggio 1976 la terra del Friuli tremò. L’Orcolàt (il mostro, nel dialetto locale) seminò morte e distruzione: colpì 137 paesi e causò 989 morti, 50 solo a Buja, piccolo borgo quasi raso al suolo. Gli aiuti raccolti dai lettori del Giornale di Brescia in una corsa contro il tempo vi arrivarono già l’11 maggio, quasi per caso: un alpino al centro di smistamento di Udine segnalò alla carovana partita da via Saffi con tende per 500 persone, che proprio 500 sfollati si contavano a Buja. Le tende divennero poi baracche e infine case di padre Marcolini. Fu l’inizio di un’amicizia che dura da 50 anni.
Nessun supporto informatico. Poche telefonate, poche parole. Scelte rapide, senza esitazione alcuna, un’operatività collegata a una cultura del fare che era appannaggio indiscusso di quanti erano stati in più giovane età tra i mille protagonisti della ricostruzione del dopoguerra. La ricordo così la missione di soccorso alle popolazioni friulane che il nostro giornale promosse e organizzò nel maggio 1976: operazione che nei tempi e nell’ideazione era congeniale per una struttura come il quotidiano, Araba Fenice che rinasce ogni giorno dalle sue ceneri sfornando un prodotto nuovo.
La sottoscrizione
Missione che contò sulla generosità commovente dei lettori e delle imprese bresciane, che donarono 220 milioni di lire, oggi quasi 1,2 milioni di euro e che individuarono nel Giornale di Brescia il soggetto ideale per l’intervento a favore delle popolazioni friulane colpite dall’orcolàt, il sisma crudele.

Dalle mura di via Saffi (allora si entrava in redazione a fianco del cavalcavia), mossero però soprattutto persone di una generazione forse irripetibile che si era già caricata sulle spalle un’altra rinascita, quella dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Uomini che della discrezione facevano uno stile, abituati a parlare poco e a lavorare tanto, con un senso del dovere e del bene comune che troppi oggi paiono avere smarrito.
L’avvocato Silvio Pelizzari, direttore amministrativo del giornale, ufficiale alpino e comandante partigiano, figura quasi ieratica, non ebbe esitazioni nel varare l’iniziativa e scelse come perno della stessa Franco Maestrini, responsabile della tipografia, appassionato alpinista, staffetta partigiana diciottenne durante la guerra, cresciuto nelle «bande» di Padre Marcolini, il «muratore di Dio», cappellano degli alpini. E con Maestrini entrò in scena il secondo Franco, Solina (classe 1932, l’unico di loro ancora vivente), eccezionale alpinista, accademico del Cai, collaboratore del giornale.

«Dobbiamo andare» disse Maestrini e Solina, appena tornato da una spedizione in Patagonia, andò: a Ursinis Piccolo, frazione di Buja, dove la sua capacità di affrontare le avversità e l’abilità nel montare tende furono fondamentali, specie quando un nubifragio ne spazzò via a decine, appena montate, che furono rimesse in piedi durante la notte. E il terzo Franco, Arrighini, gigante burbero dalla forza impressionante, tuttofare di fiducia dell’avv. Pelizzari era l’instancabile organizzatore operativo delle spedizioni che partivano dal parcheggio del giornale: quando giunse coi primi camion a Buja doveva fermarsi un giorno; ci restò una settimana, senza neppure un vestito di ricambio, mentre tutto intorno era un brulicare di penne nere dei volontari alpini, anime dei cantieri.

La «macchina giornale» funzionava a pieno ritmo sotto l’occhio vigile del direttore responsabile Vincenzo Cecchini; gli inviati vergavano i loro reportage (Danilo Tamagnini lo faceva con la penna stilografica), i fotografi dello studio Eden portavano in redazione lucide stampe, vivide testimonianze in bianco e nero della tragedia e della speranza. Intanto i tre Franco lavoravano, senza sosta. L’avv. Silvio annuiva, sorridendo con discrezione. E quel sorriso aleggia ancora tra i fradìs, i fratelli friulani.




