Nonostante io sia nato in Italia, da piccolo faticavo con l’italiano. Ricordo molto bene che fin dai primi giorni d’asilo gli altri bambini mi hanno accettato e si sono impegnati a cercare di insegnarmi a parlare al meglio delle loro capacità. Alle elementari le esperienze sono state perlopiù positive, anche se in questi anni i bambini hanno iniziato a riportare nelle discussioni idee politiche avverse allo straniero, udite fuori dal contesto scolastico.
Ho frequentato le secondarie di primo grado in un paesino diverso da quello in cui sono cresciuto. In questo stesso periodo ci sono stati i primi episodi di razzismo, spesso perpetrati con l’uso degli argomenti appresi durante le lezioni di storia.
Alle superiori è aumentato il numero di bambini figli di immigrati rispetto agli anni passati. Rispetto agli anni precedenti, le differenze culturali hanno avuto meno peso e anzi sono state oggetto di grande curiosità e ammirazione, come nel caso del Ramadan.
Dopo l’istituto tecnico ho potuto iniziare il percorso di ingegneria meccanica, qui a Brescia. In tutti questi anni non ho avuto ostacoli a proseguire gli studi. Le uniche difficoltà che ho avuto sono state quindi coi compagni di classe, in modo occasionale e non duraturo. Dopo quei momenti, però, restava comunque una domanda: «Come faccio a essere diverso quando conosco solo questo posto, quello in cui sono nato e dove ho tutto?».



