È nato come un piccolo esperimento quasi segreto, come tanti canali diventati poi popolari. Una prova, insomma: aprire un profilo social senza dirlo praticamente a nessuno e cominciare a raccontare l'archeologia (in questo caso) davanti a un vasto pubblico. Era il 2020, il mondo si era fermato e, proprio in quel momento, l’archeologa Camilla Franzoni decide di portare la sua voce sul web per raccontare storie di scavi, civiltà antiche e perdute, reperti interessanti e commentare alcune delle teorie più gettonate di fanta-archeologia. Da quel primo tentativo è nata Archeomilla, oggi uno dei nomi più riconoscibili della divulgazione archeologica italiana sui social.
Bresciana, archeologa da oltre vent'anni, Franzoni sbarca sui social e su YouTube dopo una lunga esperienza sul campo, trascorsa tra scavi, cantieri, trasferte e attività di archeologia d'emergenza. Oggi il suo profilo conta 80mila follower su Instagram, oltre 62mila su TikTok e un canale YouTube dedicato a contenuti più lunghi e approfonditi, per un seguito complessivo che supera i 150mila utenti tra le tre piattaforme.
Camilla, prima di Archeomilla c’è una lunga esperienza come archeologa sul campo. Come hai cominciato?
Ho studiato Conservazione dei beni culturali a indirizzo archeologico e mi sono laureata più di vent’anni fa, con l’obiettivo di fare l’archeologa. Durante gli anni dell’università, però, mi era un po’ passata la voglia di intraprendere questa professione. Mi ero un po’ disamorata non dell’archeologia come materia, ma dell’idea di trasformarla nel mio mestiere. Per una fatalità, uno dei primi lavori che ho trovato è stato proprio uno scavo archeologico in provincia di Brescia. Ho così cominciato a lavorare sul campo, al di là di ogni previsione, e mi è piaciuto molto.
È un mestiere diverso da come viene comunemente immaginato?
Molto. È fatto di trasferte, settimane o mesi lontano da casa, giornate lunghe e compensi non sempre adeguati. All’inizio accetti quasi tutto per imparare e farti le ossa, ma con il tempo senti anche il bisogno di vedere riconosciuta la tua esperienza. L’archeologo resta una delle figure meno pagate nel settore dei beni culturali ed è una situazione che speriamo di riuscire a cambiare.
La nascita di Archeomilla coincide invece con la pandemia. Che cosa è successo in quel periodo?
All’inizio del 2020 avevo continuato a lavorare, perché mi occupavo di archeologia d’emergenza e assistenza nei cantieri. Un lavoro considerato necessario. Poi mi sono fermata anch’io. Ero abituata a stare fuori casa dodici ore al giorno e improvvisamente mi sono ritrovata con molto tempo a disposizione. Ho cominciato a fare dei progetti per sfruttare quel tempo e non buttarlo via. Avendo tanto tempo da passare in casa, probabilmente come molte persone, mi sono fatta una grande abbuffata di contenuti online.
Che tipo di contenuti cercavi?
Non mi andava di perdere tempo guardando serie o film che non portassero a nulla; quindi, mi sono fatta una grande abbuffata di divulgazione. È lì che ho scoperto questo mondo, con canali famosissimi come Barbascura e Curiuss, del nostro bresciano Alan Zamboni, che tra l’altro è un mio amico.
A quel punto ti sei chiesta se esistesse qualcosa di simile dedicato all’archeologia?
Sì, speravo che esistesse, così mi sarei goduta quei contenuti. Ma invece non ho trovato nulla che non fosse legato a musei, canali istituzionali o tentativi da parte di singoli che, purtroppo, dopo poco avevano mollato.
Hai mai pensato che in Italia potesse mancare il pubblico?
Ho pensato a Barbero e ad Alberto Angela, che hanno fiumi di seguaci. C’è un pubblico amplissimo che apprezza questi contenuti, quindi non era un problema di pubblico. Probabilmente gli archeologi hanno già abbastanza cose da fare e non si mettono anche a fare divulgazione. Così mi sono detta: «Prova a farlo tu, questo canale».
Quanto è difficile concentrare l’archeologia nei pochi secondi di un video social?
Se hai il limite di sessanta secondi è veramente difficile esaurire un argomento complesso. È una sfida riuscire a concentrare una tematica archeologica in modo che sia accattivante, interessante, esaustiva e corretta. Per fortuna adesso hanno allungato un po’ i tempi e si possono approfondire maggiormente gli argomenti».
Nei tuoi contenuti parli spesso anche dell’archeologia bresciana. Che cosa pensi del patrimonio della città?
Penso che Brescia sia una città bellissima e molto ricca dal punto di vista storico e archeologico, ma che la conoscano in pochi. Eppure, se cammini per Brescia, l’archeologia la vedi, perché è anche abbastanza monumentale. Se penso al Capitolium, non puoi non notarlo quando ci passi davanti. Però mi è capitato spessissimo che persino i bresciani non sapessero che cosa hanno in città. Quando porto in giro amici, conoscenti o parenti e faccio loro una sorta di tour della Brescia archeologica, immancabilmente mi dicono: «Non sapevo neanche che ci fosse tutta questa roba a Brescia». E io dico: «Ma vivi qui!».
Perché, secondo te, il patrimonio archeologico cittadino è ancora così poco conosciuto?
Un po’ perché spesso andiamo in giro con le fette di salame sugli occhi, presi da tante altre cose. Un po’ perché Brescia forse non è particolarmente abituata a fare leva sui propri beni culturali. Si è sempre presentata soprattutto come la città industriale, delle aziende e dell’imprenditoria, del ferro e della metallurgia, e molto poco come una città culturale.
Pensi che dovrebbe investire maggiormente su questa identità?
Brescia ha veramente tanto da offrire. In occasione del bicentenario della scoperta della Vittoria Alata e dei bronzi del Capitolium sicuramente si sta facendo promozione, ma non basta puntare su un particolare evento: il bicentenario capita una volta ogni duecento anni. Penso che la città potrebbe puntare di più su questo aspetto in maniera più costante.
Nei tuoi video smonti spesso teorie di fanta-archeologia, dalle piramidi costruite dagli alieni alle civiltà misteriosamente scomparse. Perché esercitano ancora tanto fascino?
C’è sempre il fascino del mistero, delle cose nascoste, dell’andare a ravanare nel torbido e far uscire cose che sarebbero riservate a un’élite o agli addetti ai lavori, mentre il grande pubblico viene lasciato all’oscuro. Questo ha già di per sé un grande fascino, e non riguarda soltanto l’archeologia. Questi complotti, poi, spesso sottendono ragioni legate alla storia di un popolo, di una zona o di una regione.

Un esempio in particolare?
Pensiamo alla Sardegna. Diventa quasi una forma di orgoglio personale e identitario: ti riappropri di una storia che senti tua, invece di accettare quella che viene calata dall’alto dall’Accademia o dalla comunità scientifica. Nessuno vuole togliere nulla alla civiltà nuragica, che è una delle civiltà più affascinanti che abbiamo nel Mediterraneo. Si cade però nell’eccesso quando si vuole attribuire alla civiltà nuragica o agli Shardana (l’antico «Popolo del mare», ndr) praticamente qualsiasi successo avvenuto nella storia.
E poi ci sono gli alieni che avrebbero costruito le piramidi…
È una teoria che non ha alcun senso. Si nega che siano state costruite da esseri umani perché, secondo qualcuno, non potevano avere la tecnologia necessaria. Però sembra perfettamente logico che alieni arrivati da chissà dove nell’universo riescano a respirare la nostra aria, a mangiare quello che offre il pianeta e a sopravvivere alla pressione atmosferica. Poi arrivano qui e, con la loro tecnologia ipergalattica, che cosa fanno? Dei monumenti di pietra. E questo, per il complottista, è assolutamente logico.
Come si fa a parlare di queste teorie senza alimentarle?
Bisogna stare molto attenti, perché chi ci crede spesso ne fa una questione identitaria. Si sente parte di un gruppo, di una sorta di élite che ha capito tutto, e diventa una questione di «noi contro loro». Se non accetti quella teoria, allora sei contro di noi. Bisogna parlarne senza prendere in giro, senza deridere e senza minimizzare, cercando però di portare le persone a ragionare con la propria testa e fornendo gli strumenti per capire. Non parlerei tanto di verità, perché è una parola che non mi piace molto usare, quanto di buon senso.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, che rapporto può avere invece con l’archeologia?
In questo momento l’intelligenza artificiale mi preoccupa soprattutto per la questione ambientale. Mi sembra una divoratrice di risorse e ho molta paura di come si sta diffondendo e delle conseguenze che potrà portare. È questo, forse, l’aspetto che mi preoccupa di più. Però penso che nell’ambito archeologico possa diventare una grande risorsa. Penso, per esempio, al grande lavoro fatto sui papiri carbonizzati di Ercolano. Nessuno avrebbe mai potuto srotolarli fisicamente. Attraverso delle scansioni, la tecnologia e l’intelligenza artificiale sono riusciti invece a srotolarli digitalmente e a leggerli.
Quali altri sviluppi immagini?
Potrà velocizzare tantissimo l’interpretazione e la traduzione dei testi antichi, anche nelle lingue morte. Chissà che non possa dare una mano a trovare finalmente la chiave per comprendere quelle che non siamo ancora riusciti a tradurre.



