A duecento anni dal ritrovamento della Vittoria Alata e dei grandi bronzi rimasti nascosti per secoli in un’intercapedine del Capitolium, la città torna a interrogarsi sul proprio patrimonio archeologico e sul modo in cui questo continua a parlare al presente. Martedì 19 maggio alle 17.30, per l’ultimo appuntamento (partecipazione riservata agli iscritti) del corso «Intrecci d’identità: il deposito dei bronzi di Brescia», promosso da Fondazione Brescia Musei nel bicentenario del loro ritrovamento, all’auditorium di Santa Giulia, insieme a Serena Solano della Soprintendenza di Brescia, sarà ospite Anna Patera, archeologa all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Le abbiamo chiesto di ripercorrere le sfide del restauro e gli interventi più recenti, tra cui quello sulla testa ritratto tradizionalmente identificata con l’imperatore romano Marco Aurelio Probo.
Dottoressa Patera, cosa significa affidare un’opera all’Opificio delle Pietre Dure?
Prima di tutto significa instaurare un rapporto di grande responsabilità e di fiducia reciproca. Il richiamo immediato è alla Vittoria Alata di Brescia, l’opera con cui è iniziata la nostra collaborazione con Fondazione Brescia Musei e con il Comune. La Vittoria Alata aveva lasciato la città solo in pochissime occasioni. Affidare un’opera con un così grande valore identitario non significa solo consegnarla a un laboratorio, ma condividere un intero percorso di conoscenza, tutela e valorizzazione che ha coinvolto l’intera comunità.
Cosa ci può raccontare sul restauro della testa ritratto del cosiddetto Probo?
La testa, attualmente in mostra al Museo Archeologico di Firenze, è stata un’occasione importante di ricerca, perché non era mai stata oggetto di un intervento organico. Per noi era importante poterla affrontare con la tecnologia oggi disponibile. Come ogni intervento di restauro, l’azione è stata preceduta da una fase conoscitiva con una serie di test preliminari, fondamentale per recuperare la leggibilità dell’opera e per acquisire informazioni tecniche sulla sua produzione.

Quali novità ha restituito il restauro?
Il restauro ha riportato alla luce estese tracce della doratura originaria, applicata con la tecnica a foglie d’oro direttamente sulle superfici del bronzo. Le indagini scientifiche hanno confermato che la testa fu realizzata con la tecnica della fusione a cera persa indiretta, mediante una lega di rame, stagno e piombo con percentuali tipiche della bronzistica romana imperiale. Radiografie e tomografie ci hanno consentito di studiare dettagli come alcuni difetti di fusione già corretti in antico.
Che sfida fu restaurare la Vittoria Alata?
Fu una vera sfida, anche perché alcune fasi del restauro ricaddero durante la pandemia, proprio nella fase finale, con la chiusura dei laboratori. Tuttavia, il ponte tra Brescia e Firenze non si è mai interrotto tramite incontri online e studio della documentazione. Siamo comunque andati avanti. E questo ha fatto sì che il ritorno della statua a Brescia assumesse un forte valore simbolico di rinascita e resilienza per la città.

Perché il contesto dei bronzi bresciani è eccezionale?
Il ripostiglio dei bronzi di Brescia, scoperto nel 1826, è un ritrovamento eccezionale non solo per la Vittoria Alata, ma per la quantità e lo stato di conservazione delle opere recuperate. Nell’antichità la statuaria monumentale in bronzo era percepibile nel paesaggio urbano e contribuiva a costruire davvero l’identità visiva delle città antiche. I bronzi antichi sopravvissuti sono davvero pochissimi, e le circostanze che ne hanno consentito il rinvenimento sono legate a eventi eccezionali: terremoti, naufragi o, come nel caso di Brescia, occultamenti volontari.
Quanto sono cambiate le tecniche di restauro?
Il cambiamento più importante è stato il passaggio da una visione prevalentemente interventista a una cultura della conservazione preventiva e della manutenzione programmata. Il restauro è sempre più interdisciplinare. Ogni intervento è un sistema complesso e la consapevolezza di questo ha cambiato profondamente il modo in cui lavoriamo.
E la comunicazione che valore ha?
La comunicazione e la divulgazione sono ormai da considerarsi parte integrante del restauro. Restaurare un’opera non vuol dire soltanto intervenire sulla materia, ma anche trasmettere conoscenza e valore, rendere comprensibili le scelte conservative e condividerle, con la comunità scientifica e con il grande pubblico.



