La memoria emotiva è una caratteristica della nostra mente che consente ad eventi legati ad intense emozioni di essere ricordati meglio di ciò che viviamo, vediamo, leggiamo, studiamo nella vita di tutti i giorni. C’è una base neurobiologica a questo fatto: quando vediamo qualcosa che ci emoziona, come ad esempio un’opera d’arte o un film, le immagini dalla corteccia visiva occipitale si trasmettono direttamente alla parte più profonda e primordiale del nostro cervello. Da lì riemergono talora nel pensiero conscio, a volte nei sogni oppure nell’attività creativa.
Il ciclismo, vissuto dal vivo ai bordi delle strade oppure visto nel bianco e nero della TV, per noi cosiddetti boomer nati negli anni 50-60-70, ha costituito una formidabile fonte di emozioni. Per inciso il termine boomer, che i giovani d’oggi ritengono dispregiativo , a me personalmente non dispiace perché rende l’idea di esplosione, di vitalità, gioia e libertà di quegli anni, di nuovi nati a profusione e di famiglie numerose e rumorose; in fondo ai nostri genitori andava molto peggio, perchè noi li chiamavamo matusa, abbreviazione di matusalemme, età 900 anni!
Il primo Giro visto dal vivo
Nella primavera del 1964, una mia zia mi portò in Castello a vedere l’arrivo di una delle tappe iniziali del Giro d’Italia, dicendo di approfittare dell’occasione perché secondo Lei il Giro faceva tappa a Brescia solo ogni morte di Papa. Questa frase mi era rimasta impressa. Avevo 10 anni, ero piccolino di statura, in cima alla salita davanti allo chalet c’era un muro di gente. L’altoparlante urlò che Michele Dancelli era scattato sulle Coste e si avvicinava da solo al traguardo.
Dopo poco sentii la gente ondeggiare ed inneggiare «Michele, Michele» e tra le gambe e le braccia di tutta quella bolgia, intravvidi solo per un attimo una maglia color castagna della Molteni con le braccia alzate che tagliava il traguardo vincitore. Emozione fugacissima ma indelebile, che rivedo ancora davanti ai miei occhi mentre la descrivo, come fosse successo ieri. Dancelli si prende anche la maglia rosa.
Tra l’altro vedere la corsa dal vivo era importante per noi bambini perché si vedeva il vero colore delle maglie dei ciclisti, che poi riproducevamo con le matite colorate su pezzi di carta circolare con scritto il nome del corridore, che poi mettevamo nel rovescio del tappo corona delle bottiglie di gazzosa o altre bibite. Per poi rifare sul marciapiede davanti a casa la tappa del giorno con la sola propulsione delle nostre goghe, cioè con l’indice o il medio della mano, caricato a molla dal pollice.
Bitossi, la Maddalena e il mito del Giro
L’anno successivo, a dispetto della zia, il Giro fece ancora tappa a Brescia sul Castello: io ero in gita scolastica. Franco Bitossi in volata vinse su Dancelli e gli altri. Incredibile la vicenda umana di Bitossi, soprattutto pensando ora ai progressi della Cardiologia. Aveva una forma di tachicardia parossistica che lo coglieva improvvisamente anche in corsa, per cui magari in fuga, si fermava, scendeva di bici, si sedeva su un paracarro e si faceva strane manovre sul collo e sugli occhi per fermare la tachicardia a 220 battiti al minuto. Poi a volte ripartiva, a volte no.
Nel 1966, grande tappa con finale in cima alla Maddalena, con la strada fino alla vetta appena aperta ed asfaltata dal sindaco Bruno «Ciro» Boni, detto appunto l’asfaltatore. Mia Mamma non mi lascia salire in bici lungo i sentieri. Guardo in Tv con passione la progressione del formidabile scalatore spagnolo Jimenez che vince la tappa per distacco. Gimondi, che ha vinto il Tour l’anno prima, è in difficoltà. Gianni Motta prende la maglia e non la molla più fino alla fine del Giro.
Aneddoto emozionale: il Giornale di Brescia riporta il giorno dopo che un tifoso è stato morso da una vipera vicino al traguardo. Incredibile. «Vedi», dice Mamma, «ho fatto bene a non farti andare, poteva capitare a te!».
Merckx, Bertoglio e le emozioni in bianco e nero
Il 28 maggio 1968, irrompe come un ciclone Eddy Merckx che sulla terra rossa della pista d’atletica del Rigamonti, sotto un diluvio e dopo la salita della Maddalena dalla parte dura di Muratello, batte in volata Adorni e Dancelli: pensate, è la prima di tante vittorie di Merckx al Giro, ma la maglia rosa va a Michelino nostro, che la tiene fino alle Alpi, dove il belga rifila distacchi abissali a tutti.

Faustino Bertoglio e il trionfo sullo Stelvio
E si arriva al 1975: Faustino Bertoglio da Concesio è sorprendentemente in maglia rosa e l’arrivo di tappa è in Maddalena dopo l’erta di Muratello. Ora sono grande – si fa per dire – per cui vado in motorino fino alle Cavrelle. Altra bolgia di gente: badando per terra che non ci siano altre vipere, tra gambe e braccia protese intravvedo la maglia rosa che arriva tra i primi.
Impressione del momento: il viso scavato ed il fisico filiforme di Bertoglio mi fanno venire in mente l’altro Fausto, quello mitologico. E questa sensazione si rafforza l’ultima tappa di quel giro, che quel matto di Torriani ha messo per la prima ed ultima volta sulla vetta dello Stelvio. Muri di neve altri 3 metri e due corridori da soli, i primi due in classifica: lo spagnolo Galdos ha solo 40 secondi di distacco da Bertoglio e scatta a ripetizione, almeno una ventina di volte: la faccia scavata e sofferente di Fausto nostro risponde sempre e non lo molla mai. Arrivano insieme a oltre 2700 metri. Per la prima volta un bresciano conquista il Giro.

Tripudio in bianco nero. Ancora per poco: gli anni dopo arrivano i colori anche in Tv. E nel 1986 un altro forte corridore bresciano Roberto Visentini farà il bis. Con un polso rotto per 20 tappe, alla faccia di chi diceva che essendo ricco non sapeva soffrire. E sull’ultima salita decisiva gli salta pure la catena, ma lui vince lo stesso il Giro. Tu chiamale se vuoi emozioni.



