Vero. Qualche volta i sogni non muoiono all’alba. Capita, uno di quei giorni in cui ti prende un che di malinconia d’altri tempi. Ti trovi a veleggiare nell’universo che la rete di questi tempi altri ti spalanca in un amen. Basta la leggera pressione su un tasto. Un semplice clic. Un paio di parole fanno da chiave al cassetto che si apre su un anno lontano. Roba da secolo scorso, quello breve.
Sorpresa! Il breve filmato in rigoroso bianco e nero venuto fuori dal tomo incorporeo «Archeologia dello Sport» è commentato dalla voce stentorea di un lettore come si deve. Siamo nel 1954, estate, il mese è giugno, il giorno è il 6.
«Dalle parti nostre»
Tema: il Giro d’Italia. Che passa dalle parti nostre. Quasi sull’uscio di casa. La tappa è la cronometro Gardone Riviera-Riva del Garda. Di chilometri 42. Tutti d’un fiato sulla Gardesana Occidentale. Folla sul percorso. Assenti, per quel solo giorno, i venditori di limoni sulla strada. Esibivano le «picarèle», una sorta di trecce di agrumi nostrani infilati con tanto di foglie, ai rari turisti di passaggio.

Svolgimento. La faccio breve quanto corta. Mi prende un colpo (quasi) quando dopo un minuto e spiccioli le immagini esitanti inquadrano un corridore (li chiamavamo così) con la maglia di campione del mondo. Guardo, riguardo. Quel viso che mi appare al fermo d’immagine è proprio Lui. Lo sfondo è certamente il ponte sul fiume nostro, il Toscolano. Lo stabile in alto a destra non c’è più. Abbattuto per fare posto al parco. Riconoscibili i manufatti in pietra di Botticino ancora oggi a fregio della strada.
Sorpresissima. L’uomo in sella è Fausto Coppi, il Campionissimo. Piemontese di Castellania, provincia di Alessandria. Fu Domenico e Angiolina. Non ha certo bisogno di essere presentato. Vinse tutto. Una leggenda. Lo portò via una banale malaria. È stato parte di quei sogni: «Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi». Così lo descrisse il telecronista Mario Ferretti durante una tappa epica, la Cuneo-Pinerolo, al Giro del ’49.
Coppi pedala, in quelle immagini incerte, proprio sul nostro ponte. Che segnò a lungo il confine amministrativo (e non solo…) fra Maderno e Toscolano. In quelle a seguire, è facile riconoscere il muretto che accompagna la Gardesana nel tratto (e oltre) tra la curva dopo la Chiesa di Toscolano e la Casetta. Dove il Nostro lancia gli occhiali al motociclista che gli si avvicina. Questo l’omaggio al Campionissimo e alla memoria. Che potrebbe essere fissata in una bella targa, magari proprio sul ponte. A ricordo del passaggio di quel ciclista che ci ha fatto sognare.
Cronaca. Per dovere di mestiere, Fausto Coppi in quella cronometro e quel giorno si classificò secondo. Dietro lo svizzero Hugo Koblet, «pedaleur de charme», di 1 minuto e 9 secondi. Terzo Fiorenzo Magni davanti all’altro elvetico, Carlo Clerici, che vinse quel Giro e a Pasquale Fornara. Media del vincitore: 41,872 kmh. Tempo: 1h.00’11”. Così recitano gli almanacchi.
Ricordo. Sfogliando pagine di giorni andati e lontani non posso, per motivi d’anagrafe, scovare ricordi miei di quella tappa. Ma di un altro passaggio del Giro, sì. Qualche anno a seguire, forse il ’58 o il ’59 (mah), ero nel gruppetto di bambini appostati in attesa dei ciclisti al cancello del brolo della proprietà delle signore Polver, sul marciapiedi della Statale. Esiste ancora, ora è il parco Penne Nere. Anche quel giorno di prima estate il gruppo e la carovana erano diretti a nord.

Al sopraggiungere di vetture che aprivano la corsa, un’auto rossa, una cabrio fiammante, si fermò al nostro vociare. Ci fissò, con lo sguardo buono, l’uomo al volante. La sua voce roca fece il resto. «È Bartali, è Bartali»: il grido si perse nell’aria. Come le caramelle lanciate dall’auto che scatenarono la nostra caccia. Poi l’uomo che fece incazzare i francesi ripartì agitando la mano in segno di saluto. Da qualche anno non correva più, ma era un altro nostro mito. Poi passò il gruppone. Quel Giro lo vinse Charly Gaul, lussemburghese, scalatore di lusso.
Epilogo. Questa la storia, certamente di minore calibro, che ha preso il largo quel pomeriggio. Che mi ha riportato ad anni in cui la mia valle era verde. Azzurro il cielo. Come il nostro lago.



