Il 2 giugno di 40 anni fa si concludeva a Merano la 69esima edizione del Giro d’Italia e a trionfare fu Roberto Visentini, il secondo bresciano e da allora il solo ad aggiudicarsi la Corsa Rosa, nove anni dopo Fausto Bertoglio. Per un gioco del destino il 2 giugno era anche il suo compleanno, il 29esimo di Roberto Visentini da Gardone Riviera, talento puro per le corse a tappe, forte a cronometro, gran passista in salita e spericolato come pochi in discesa, classe sopraffina e un carattere schietto e sincero, a volte persino troppo secondo alcuni. Nonostante fosse il suo compleanno quel Giro però non glielo regalò nessuno, ma se lo sudò fino in fondo. Anzi, quel Giro rischiò persino di saltarlo.
«Una settimana prima dell’inizio del Giro caddi durante una gara e mi scheggiai lo scafoide della mano, ma alla corsa non volevo rinunciare, ero troppo in forma. Un bravo ortopedico mi fece una fasciatura di resina e rischiai. Poi fui anche fortunato. Perché quel Giro fu contrassegnato dalle cadute e io riuscii a evitarle tutte».
Una di queste cadute fu fatale alla prima tappa a Emilio Ravasio, giovane corridore dell’Atala Ofmega.
Me lo ricordo bene, cadde 5 o 6 posizioni avanti a me, andò a finire con la testa contro il paletto di sostegno del guardarail, capimmo subito che era qualcosa di grave. Lui forse non se accorse neanche, andò subito in coma. Fu portato via in eliambulanza. Ricoverato in ospedale, morì quindici giorni dopo. Quando apprendemmo la notizia al Giro ero appena diventato maglia rosa, fu dura per tutti proseguire.
Tornando a quel Giro sembrava disegnato apposta per lei, un prologo, una cronosquadre e soprattutto due crono individuali belle lunghe.
Si, ci tenevo particolarmente a correrlo quel Giro perché mi piaceva disegnato così. Inutile dire che era disegnato per Moser. Però c’erano anche belle salite. Ero finalmente in una squadra ben attrezzata, mentre negli anni precedenti ero anche salito sul podio al Giro, ma non avevo la squadra forte per poterlo vincere. L’anno prima avevo preso anche la maglia rosa, poi per una polmonite causata dall’aria condizionata in un albergo fui costretto al ritiro. Magari il Giro lo avrebbe vinto lo stesso Hinault, però potevo dargli fastidio oppure fare secondo, non mi avrebbe fatto schifo. In quegli anni se non mi facevano fuori, ero sempre lì a lottare con i migliori.

A questo proposito torniamo un passo indietro, nel 1983 era arrivato secondo alle spalle di Saronni, ma in realtà il miglior tempo fu il suo. Invece gli abbondanti abbuoni fecero sì che a vincere fu l’iridato di Goodwood. Anche se ci fu il giallo della crono di Parma.
Quando andai a rivedere i tempi di quella corsa, notai stranamente che dopo 10 chilometri prendevo già un minuto da Saronni. C’era qualcosa di strano, un’anomalia inspiegabile. Anche perché vi assicuro che andavo forte. Ma cosa vuoi in quegli anni ne ho viste di cotte e di crude, fra compravendite e accordi sottobanco.
Poi nel 1984, il Giro vinto da Moser, lei però venne aggredito dai tifosi trentini sulle Dolomiti, protestò vivacemente con la direzione di corsa e minacciò il ritiro.
Fu un’aggressione in piena regola. Tifosi che chiamare ignoranti è dire poco, forse meglio definirli delinquenti, bevevano un po' troppo prima del passaggio dei corridori e tiravano addosso a me, ma anche ad altri rivali di Moser erba, zolle di terra, sassi. A me ruppero due costole, non so se vi rendete conto.
Ma il servizio sicurezza dov’era?
Allora non c’era, né per me né per altri, eravamo alla mercé di questi scalmanati. Ricordo addirittura che qualche anno prima Baronchelli fu sonoramente menato da questi sedicenti tifosi.
E nel 1985 ci fu quel ritiro per polmonite?
È stato forse il momento più difficile della mia carriera da ciclista. Una bronchite trascurata si trasformò in polmonite e invece di lottare per la vittoria del Giro mi ritrovai al Civile di Brescia a lottare fra la vita e la morte. Furono 15 giorni bruttissimi, me la cavai per il rotto della cuffia.
Ecco spiegato perché il Giro dell’86 non voleva perderlo assolutamente, neppure con lo scafoide rotto.
Certo, anche perché fino alla frattura l’avvicinamento al Giro era stato ottimale, ero in gran forma.
Che si vide subito alla sesta tappa, da Cosenza a Potenza di 251 chilometri che lei vinse mettendo pressione alla maglia rosa Saronni.
Capii subito che poteva essere una tappa adatta a me, era lunga, ci voleva fondo e c’era una bella salita di 10 chilometri a venti dal traguardo, era il trampolino di lancio ideale. Ero a ruota di Bugno, poi partii, andai a recuperare i fuggitivi a un chilometro dal Gpm, e rilanciai in contropiede. Feci la discesa a tutta e presi un bel vantaggio che mi portai fino al traguardo.

La maglia rosa in quel Giro arriva a Foppolo.
Una tappa bella dura, arrivammo fra muri di neve, io decisi di attaccare perché non potevo attendere oltre.
Quando si rese conto di aver vinto quel Giro?
Solo quando tagliai il traguardo a Merano, l’ultima tappa. Ci furono insidie fino alla fine, persino l’ultima frazione non era la classica passerella, ci fu uno sparpaglio generale, lì bastava forare una gomma e addio sogni di gloria.
Corrisponde a leggenda metropolitana o è vero che dopo la vittoria prese una colossale balla con i compagni?
Facemmo festa sì, ma io a tarda sera tornai a Gardone dove fui festeggiato dagli amici gardesani, poi al mattino, quasi senza dormire, tornai in Alto Adige e andai a sciare con gli amici di Bolzano in Val Senales. L’avevo promesso, ed era il mio modo per rilassarmi dopo le tensioni della gara. Finito di sciare al pomeriggio tornai a casa, uscii ancora in bici per 80 chilometri di scarico e poi basta. Si ricominciava di nuovo ad allenarsi. Resettare tutto e pensare alle corse successive.

Se guardiamo la classifica generale di quel Giro si mise alle spalle i più grandi campioni dell’epoca. Secondo fu Saronni, terzo Moser in fase discendente della carriera nonostante il record dell’ora conquistato due anni prima, quarto Greg Lemond che quell’anno andò poi a vincere il Tour de France, quinto Claudio Corti, ex campione del mondo dilettanti poi bresciano d’adozione, sesto un giovane Franco Chioccioli che cinque anni dopo vincerà la corsa rosa.
Sono riuscito a battere tanti campioni, ma a quel Giro andavo veramente forte.
Dopo un Giro così però iniziarono le pressioni per farla andare al Tour de France.
Sì, ma io avevo già corso tanto. Certi appuntamenti non si possono improvvisare, bisogna pianificare tutto, dalla preparazione fisica alle… medicine. Del resto, non è un mistero, non si va a caccia senza cartucce.
Nel 1987 però cambia tutto, con il famoso tradimento di Sappada.
Una vergogna, ma se c’è uno che sa tutto di questo sono solo io. Quel giorno scolliniamo ad un Gpm a 100 chilometri dal traguardo, io in maglia rosa e subito dopo c’è il rifornimento. Mentre mi appresto a prendere la borsina con bevande e alimenti, scattano subito in contropiede due corridori, ma a sorpresa sono due della mia squadra, Scheeper e l’irlandese (Roche ndr) che si portano via un gruppetto di corridori con i quali erano già d’accordo. A quel punto mangio subito la foglia e inizio a capire tante cose. Capisco che l’azione era stata programmata da qualche giorno, capisco quel via vai negli hotel, quelle continue corse alla cabina telefonica (allora non c’erano i cellulari) di alcuni corridori per combinare i piani, già comprati prima. Era tutto combinato a mie spese.
Poi arrivo in fondo alla discesa e mi ritrovo solo, senza compagni di squadra, io che ero la maglia rosa, lasciato solo come l’ultimo dei gregari per 50 chilometri a fondo valle senza vedere neppure un’ammiraglia. La maglia rosa va sempre tutelata, se poi salta, giusto che ci sia un altro compagno a prendere il suo posto, ma io fui lasciato solo. C’erano corridori, amici di altre squadre che si avvicinavano a me a chiedermi come mai, se stessi male e dove erano i miei compagni, e io gli rispondevo scocciato, chiedete alla mia ammiraglia. Fu una vergogna. Anche perché la Carrera divenne grande l’anno prima grazie al sottoscritto quando vinsi il Giro, prima non era nulla….

Cosa le ha insegnato questa vicenda?
Diciamo che il ciclismo, mi ha insegnato a conoscere le persone. Ho imparato a capire i furbi e i disonesti al primo approccio, certe persone le riconosco fin quando scendono dall’ammiraglia.
Nonostante la rabbia per l’episodio che le costò il secondo Giro, la sua carriera prosegue qualche anno, ma l’anno seguente c’è la famosa tappa del Gavia sotto la bufera di neve.
Un altro episodio vergognoso. Gran parte dei corridori arrivarono al traguardo in macchina, io fui tra i pochi a scendere dal Gavia in bici, però caddi tre volte, con me anche delle moto finirono a terra. Quando durante la salita mi avvicinai all’auto di Torriani per chiedergli di annullare la tappa o neutralizzarla in cima al Gavia, lui abbassò il finestrino e disse che a Bormio c’era il sole, poi rialzò il finestrino e scappò via. Ma se riesco a brancarlo a fine tappa gli faccio fare una brutta fine.
L’ultimo anno della sua carriera da pro fu il 1990 alla Malvor con Saronni
Avevo già deciso che avrei smesso a breve, ma in realtà quell’inverno mi preparai bene, stavo ritrovando il colpo di pedale degli anni passati, invece a decidere per me fu un incidente. Fui investito da auto che faceva inversione a U nei pressi di casa sul lago di Garda, rottura del perone e quaranta punti alla tibia a una settimana dalla Vuelta e poi fui costretto a saltare il Giro. Rientrai dopo, ma correre con il dolore era davvero troppo. Decisi che al ciclismo avevo dato abbastanza.
Si sente soddisfatto della sua carriera?
Sono contento, ben voluto da tutti, anche da chi non m’aspettavo. Sono amico di tutti i corridori. Ho tanti amici, ma tutti fuori dal mondo del ciclismo. L’ambiente era marcio, mi riferisco a quello dei dirigenti delle squadre.
Per anni è stato lontano dalle corse?
Dal 1990 non sono andato più a vedere una corsa, neppure quando il Giro mi passava sotto casa.
Solo gli amici di Sabbio Chiese l’hanno convinta a presenziare alla partenza della tappa qualche anno fa.
Lì sono andato volentieri perché ho ritrovato tanti amici della valle, imprenditori fuori dal mondo del ciclismo, è stato bello.

E poi pochi mesi fa a Milano quando è entrato di diritto nell’Hall of Fame del Giro.
Sì perché mi hanno dato il Trofeo senza Fine che ai miei tempi non c’era. Quando smisi di correre, ho regalato tutti i miei trofei e cimeli, ho tenuto solo la coppa del Giro del 1986 e adesso terrò il trofeo Senza Fine.
Consiglieresti ad un giovane di fare ciclismo?
È dura, oggi non ci sono squadre italiane, chi fa il professionista oggi è un uomo senza patria, uno zingaro del pedale, forse manca pure lo stimolo di correre e allenarsi sulle proprie strade. Quel che è certo è che ho sconsigliato mio figlio dal praticarlo il ciclismo. Gli ho detto non ti azzardare, altrimenti ti taglio le gambe: ha passione, va in bici con gli amici, ma da cicloturista, in mountain bike.
Che cosa le ha insegnato e lasciato il ciclismo?
Mi insegnato a stare al mondo, mi ha aiutato a conoscere le persone, a distinguere i falsi dai genuini. Poi sotto il profilo dei risultati fin dalle categorie giovanili ho sempre vinto facile. Avevo un gran recupero. Un dono di natura. Sono sempre andato forte, ma ho sempre fatto la vita d’atleta, anche se qualcuno diceva il contrario.
L’accusavano di essere ricco e viziato.
Balle, Moser ne aveva molti più di me, a lui però non hanno mai rimproverato nulla. Io facevo la vita d’atleta con tanti sacrifici, mi pagavano per questo, giusto che rendessi al massimo.
Quale corsa vinta le è rimasta nel cuore?
Mi piacevano le corse con salite e discese, dove rischiavo tanto, ma veniva fuori la grinta che avevo.
Ricorrono quest’anno anche i 50 anni della sua vittoria al Guizzi (oggi Città di Brescia) da dilettante, lei che è stato anche campione del mondo negli Juniores.
Vero, quella corsa la dominai, scattai sul Castello, poi pennellai le curve in discesa e me ne andai solitario. Ancora oggi c’è gente che si ricorda con emozione quel giorno.
Emozioni Visentini ne ha regalate tante, grande nella vittoria quanto nella sconfitta, una leggenda per il ciclismo bresciano.




