Sodinha: «Fede e famiglia mi han salvato, ma ho ancora la favela dentro»

Felipe Sodinha si racconta: «I soldi non mi hanno più fatto capire nulla, dall’alcool sono stato dipendente, con mia moglie l’incontro decisivo. Dio mi ha miracolato e mi ha dato mia figlia che vive di calcio come me»
Erica Bariselli

Erica Bariselli

Giornalista

Il talento senza controllo di Felipe Sodinha ha incantato anche la piazza di Brescia © www.giornaledibrescia.it
Il talento senza controllo di Felipe Sodinha ha incantato anche la piazza di Brescia © www.giornaledibrescia.it

È nato dove c’è sempre il sole, ma ha acquistato casa dove si succhia la nebbia. È stato uno dei tanti giocatori con un grande futuro dietro le spalle, però non ha rimpianti. Ha condotto una vita per lunghi tratti dissennata, ma ora intende essere un esempio. Si è buttato via e ha sperperato denaro però adesso vuole essere «un esempio, una guida sempre sicura per la mia bambina Valentina» e a 38 anni lavora sodo: «Per arrivare a 50 e non aver più bisogno di fare nulla». Ne ha combinate di tutti i colori e anche di più, però è amato e non incontri nessuno che ne parli male: al massimo ti ha fatto venire la voglia di dargli uno scappellotto per ricordargli che: «Ehi, hai un talento assurdo: cerca di metterti a posto, datti una sveglia e mettiti a posto». La vita di Felipe Sodinha è un film che ti fa piangere e ti fa ridere, ti immalinconisce e poi di nuovo ti regala un sorriso. Ti fa riflettere, anche.

«Feli» non ha mai avuto paura di raccontare i vuoti della sua vita, le cadute che avrebbero potuto rovinarlo per sempre, le cattive compagnie, la dipendenza dall’alcool («sì, ho avuto un problema, in particolare col whisky»), i soldi buttati o prestati e mai più rivisti, le feste con Ronaldinho. Fino al doppio fatale incontro: con la moglie Rosangela («lei aveva un problema con la birra») e con la fede: «Non ho problemi a dire che io sono convinto che Dio mi abbia fatto un miracolo».

Adesso la vita di Sodinha, divenuto anche personaggio social nei panni di se stesso, con le sue mille contraddizioni, ruota tutto attorno a Offlaga: alla società di calcio che ha rilevato facendola ripartire dalla terza categoria («Sono il presidente, ma anche giocatore»), a pochi metri da casa sua e accanto alla quale c’è la scuola frequentata da Valentina, di 9 anni.

«Mia figlia è come me, vive per il pallone. Da quando ha 2 anni gioca solo con quello. Ha una passione incredibile, ma non la forzerò a fare nulla. Sarà lei a decidere la strada che vorrà intraprendere: lei dovrà solo sapere da me che ogni scelta comporterà dei sacrifici. Io voglio che lei abbia la guida che è mancata a me poi dovrà solo pensare a come essere felice».

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Felipe Sodinha palleggia con la figlia Valentina

Felipe Diogo Monteiro, in arte Sodinha. Ci racconta chi è lei?

«Sono nato nello stato di San Paolo, a Jundiai in una delle zone più povere di una città di 700.000 abitanti. Abitavo in una favela e lì fino a quando non sono arrivato in Italia, a 19 anni, è stata la mia vita». 

Com’era questa vita?

«Era vivere in strada e giocare a pallone. A scuola andavo, ma se devo essere sincero il mio scopo era frequentarla per poter anche lì giocare a calcio e mangiare la merenda dato che a casa avevamo molto poco. Mia mamma faceva i mestieri a casa di parenti o altre persone mentre mio papà faceva il camionista e a casa lo vedevo magari una volta al mese: quando arrivava ci portava il pane. In totale siamo 5 fratelli. Da papà ho ereditato l'arte del calcio: era bravo, ma mio nonno a un certo punto gli disse “o giochi a calcio o ti sposi” e lui scelse la famiglia, aveva bisogno dunque di lavorare, di certezze. Lui oggi ha 67 anni e ancora si diverte a giocare comunque: lui era un play, molto più attivo di me e destro e sinistro è indifferente».

Lei come è stato avviato al calcio non da strada?

«Ero in giro con mia mamma e vidi una squadretta giocare. Avevo 4 anni, rimasi colpito. Lei mi disse “vuoi provare?”, ma io dissi no perché mi vergognavo: non avevo neanche le scarpe da ginnastica. Poi mi vide l’allenatore e mi convinse a provare: mi misurai con bambini di uno-due anni più di me. Il mister disse a mamma “deve venire qui, gli compro io le scarpe”».

Quindi trovò il suo sfogo dentro un contesto comunque non facile: crescendo come ha fatto a non farsi trascinare in brutti giri?

«Grazie all'educazione che mamma mi ha dato. Lei mi diceva: “Anche se tu non hai nulla non rubare agli altri”. E io questa cosa l’ho sempre portata con me. Andavo in giro con ragazzi che commettevano furti – mai soldi: solo cibo, per mangiare letteralmente –,ma io sono sempre riuscito a rimanerne fuori. Idem dalla droga. Dico grazie sempre agli insegnamenti che ho ricevuto in famiglia: inoltre vedevo come si riduceva chi ne faceva uso e anche questo mi ha dato la lucidità per non caderci. Qualcuno dei ragazzi che frequentavo è anche diventato trafficante: sarebbe potuto accadere anche a me».

Poi l’Italia, nel 2007…

«All’Udinese. Mi vide un osservatore dei bianconeri, mostrò delle immagini a Pozzo che si innamorò di me e mi fece 5 anni di contratto, in serie A. Solo che arrivo e….»

E?

«Io venivo dal niente. Non avevo nessun tipo di struttura: non sapevo la lingua, né cosa e come mangiare. Avevo solo l’educazione di mia mamma, ma per il resto ad esempio non ero in grado di gestire i soldi. In poche parole poi tra denaro importante e macchine e lussi non ci ho capito più nulla. C’era comunque anche un problema di solitudine, non conoscevo nessuno e volevo tornare a casa. Anche tenere i contatti all’epoca era più difficile, non è come ora con i telefonini».

Poi cosa è cambiato?

«Ho conosciuto un po' di brasiliani come Reginaldo, Siqueira, Barreto...Mi hanno dato una grossa mano. Però io avevo una testa per cui facevo tutto come volevo io. Da povero che ero, mi sono ritrovato pieno di soldi e ho iniziato a fare il cretino. Non il cretino cattivo, ma comunque il cretino tra auto, feste, vestiti e sfizi vari. La sola cosa che non ho mai fatto è stato consumare droga».

Sandro Calori per Felipe Sodinha è stato come un papà: fu lui a portarlo a Brescia dal Brasile
Sandro Calori per Felipe Sodinha è stato come un papà: fu lui a portarlo a Brescia dal Brasile

Andiamo avanti, al suo arrivo a Brescia su segnalazione di Sandro Calori: è il 2012 e lei dopo Udine era stato al Bari, alla Paganese, al Portogruaro – dove appunto incrociò Calori – prima di tornare in Brasile…

«Al Bari mi mise fuori rosa Conte perché tornai in ritardo dal Brasile: aveva ragione lui, comunque io là mi comportai male, senza la testa. Tornai a Udine e poi mi trasferii al Porotgruaro dove vincemmo un bellissimo campionato….Poi io mi ruppi il crociato, volli tornare in Brasile: mi mancava la famiglia. Poi la nuova svolta proprio con Calori che arrivando al Brescia disse a Corioni “conosco un ragazzo brasiliano sul quale possiamo provare a fare una scommessa”. Corioni disse sì, mi vide in un allenamento con la Primavera e pure lui si innamorò di me».

Lo straordinario gol di Sodinha a Cesena: era il 2014 reporter©zanardelli
Lo straordinario gol di Sodinha a Cesena: era il 2014 reporter©zanardelli

Però poi con Iaconi in panchina finì di nuovo fuori rosa…

«Arrivai tardi dal Brasile...».

Solito schema…

«Sì, però fu a causa dei miei procuratori. Io prima di andare in vacanza a casa mia firmai col Brescia un rinnovo molto importante. Feci tutto da solo. Corioni mi fece una proposta incredibile, a ingaggio triplicato. Ora lo posso dire: si trattava di uno stipendio da 600.000 euro. Non mi sembrava vero. Firmai. Poi i miei agenti lo vennero a sapere, mi chiamarono e mi dissero: “Ma sei scemo? Avevamo altre proposte per te, anche più importanti. C’era il Torino”. Mi dissero di rimanere in Brasile, di non rientrare, mi avrebbero detto loro quando farlo. Io li ascoltai, non pensai se fosse giusto o sbagliato. Io mi dicevo solo “tanto un contratto ce l’ho”. Nel frattempo Zambelli mi chiamava dicendomi di rientrare».

E alla fine, dopo quasi un mese,  rientrò che pesava 100 kg…

«Erano 98 kg per l’esattezza. Tornai che la squadra era in ritiro a Temù. Il giorno dopo la notizia delle mie condizioni era su tutti i giornali…»

In una intervista un Corioni furibondo si scagliò contro di lei e disse «Sodinha passa il suo tempo a bere birra e mangiare hamburger».

«Era falso. La birra nemmeno mi piace. Se si dicono le cose – sorride –  bisogna dirle giuste: il mio problema semmai era con il whisky. Comunque posso dire che di tutti i posti in cui sono stato, Brescia è stato quello in cui mi sono comportato meglio in generale perché da subito ho percepito la città come casa. E diciamo che tutte le stupidate che ho fatto anche in quel periodo non le ho comunque mai fatte nei posti in vista: semmai in luoghi privati o fuori dai confini».

Come se cambiasse qualcosa… Ma a proposito di Corioni: se lo ricorda che lei mise in mora la società mentre l'allora presidente era disperato e cercava il modo di salvarla?

«Purtroppo sì. Non ho rimpianti nella mia vita, ma quell’azione è l’eccezione che conferma la regola. Me ne sono pentito amaramente, non lo rifarei più. Anche in quell’occasione però ascoltai stupidamente i miei procuratori: mi dissero di firmare delle carte perché avrei avuto subito i soldi che mi spettavano, ma non mi ero informato sulle conseguenze. Fu un grosso sbaglio».

Zambelli e Caracciolo festeggiano Sodinha dopo il gol al Manuzzi contro il Cesena
Zambelli e Caracciolo festeggiano Sodinha dopo il gol al Manuzzi contro il Cesena

Riprendiamo il filo rispetto al suo stato di forma: aveva un problema con il bere?

«Con il tempo ho capito di sì, che avevo una dipendenza. Bere mi mancava sempre: la mattina, il pomeriggio e la sera. Ero gonfio come un pallone, ma nemmeno mangiavo tantissimo. Se mi sono detto che ero un alcolista? Sì, me lo sono detto. Anche se poi tutto è cambiato».

Ci torneremo. Proseguiamo con la carriera: tappa a Trapani dove incontra Serse Cosmi.

«Un mio riferimento umano, non solo professionale. Come Calori, anche se i due sono molto diversi. Cosmi mi è entrato dentro perché è un uomo che non giudica, molto sincero. Persona incredibile. Poi lì accade che lavorare sul sintetico mi fa uscire dei problemi fisici. In un consulto a Roma mi dicono che mi devo far rioperare a entrambe le ginocchia. Io però avevo alle spalle già 5 interventi. Quella notizia mi fece perdere la voglia di giocare oltre al fatto che mentalmente non ero ancora maturo: neanche a Trapani mi sono comportato benissimo. Comunque decido di lasciare il contratto che ancora avevo e torno in Brasile. Siamo quasi nel 2016».

Torna a casa e come vive?

«Mi svegliavo quando volevo poi magari andavo a giocare a footvolley e alla sera al ristorante: fisso, sempre nello stesso che era molto bello ed era di un mio amico. Una vita molto normale che inizialmente mi andava bene. Poi dopo 5-6 mesi ho cominciato a chiedermi: ora che faccio? Il calcio iniziava a mancarmi».

Economicamente lei come stava?

«Non avevo problemi di soldi. Ho speso moltissimo e male, ho prestato un mucchio di denaro mai più rivisto, ma sono riuscito a fare qualche investimento. E ho messo a posto la famiglia. Non mi è mai più mancato nulla». 

Felipe Sodinha durante una gara contro il Bari
Felipe Sodinha durante una gara contro il Bari

Ritorniamo alla sua vita senza calcio…

«Accade che un giorno l'amico proprietario del ristorante mi dice “Feli stasera arriva una mia amica, ma non è una delle solite, questa è diversa, vedrai”. Io mi preoccupo subito perché il macchinone che avevo era in riparazioni. E mi dicevo “come faccio senza l'auto che per me è come se fosse il numero 10?”. Comunque arriva Rosangela e scopro che lei è davvero diversa, che ha qualcosa di speciale».

Rosangela però come lei ha un problema con l’alcool, corretto?

«Lei si dava alla birra e beveva anche 10 volte più di me. Comunque accade che una sera ci distruggiamo, litighiamo anche e ci separiamo. Io, che intanto ero arrivato a pesare 104 kg, mi sono risvegliato il giorno dopo in una favela in casa di gente che nemmeno conoscevo. A ogni modo lei non mi voleva più parlare finché non ricuciamo e decidiamo di metterci insieme. Un giorno mentre stavamo camminando passiamo davanti a una chiesa. Io avverto il bisogno di entrare e lì succede qualcosa. Succede che il pastore si mette a parlare di famiglia, coppie, single e vita in generale. A me sembrava che si parlasse di me. A Rosangela sembrava che il pastore parlasse di lei. Di colpo abbiamo sentito entrambi cambiare qualcosa. Dal nulla. Intanto all’improvviso non ho più avvertito il bisogno di alcool: ora quasi vomito se sento l’odore del whisky e sono praticamente astemio. A ogni modo tutti e due iniziato a frequentare la chiesa e ci rimettiamo in sesto. Al Signore chiedo anche di farmi tornare a giocare a calcio e da un esame alle ginocchia poco tempo dopo scopro che mi è spuntato un osso che mi tiene insieme il crociato. Io sono convinto di aver ricevuto un miracolo, al 100%».

E da lì la scelta di tornare al calcio e in Italia con Rosangela, nel frattempo diventata sua moglie.

«Sì col Mantova e poi a Mestre fino alla chiamata del Rezzato di Sandro Musso. Per me fu l’occasione per riabbracciare Brescia che avevo nel cuore. Poi andai in trattativa con la Giana: saltò tutto perché mi ero strappato. Nonostante questo ricevetti la chiamata del Modena, piazza importante e di nuovo tra i professionisti: il diesse mi conosceva e mi prese anche rotto. Fu bellissimo».

Nella sua seconda vita da calciatore Felipe Sodinha ripartì anche dal Rezzato, tra i dilettanti
Nella sua seconda vita da calciatore Felipe Sodinha ripartì anche dal Rezzato, tra i dilettanti

Intanto era nata Valentina.

«Un sogno che si realizzava. Un cerchio che si chiedeva. Lo ammetto: avrei voluto un maschio per poterci giocare a calcio, ma fui felicissimo ugualmente perché le femmine hanno un rapporto speciale con il papà. Oltre a essere così, Valentina è pure una calciatrice. Gioca da quando cammina, non si separa mai dal pallone. Ha 9 anni, gioca qui a Offlaga nella mia società insieme ai maschi: si fa rispettare, ha grande personalità. La voleva il Milan, ma preferiamo che resti qui e che giochi con i bambini fino a che sarà in età per farlo, a 12 anni. Io non le ho mai insegnato nulla, ma fa dei grandissimi numeri oltre a giocate che nessun maschio della sua età fa: ha una tecnica pazzesca. Il piede? Destro. Ma pure io lo ero: sono diventato mancino col tempo, con gli allenamenti di mio papà. Più in là comunque si vedrà cosa vorrà fare la mia bambina. Intanto vive la sua normalità. Si sente famosa e quando mi  fermano per strada per una foto – sorride – vuole esserci anche lei. Lei che anche se in casa parliamo portoghese è proprio una bambina italiana, una bambina di Offlaga».

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I palleggi di Valentina

A proposito: che ci fa un brasiliano nella nebbia?

«Ci sono arrivato tramite un tifoso che veniva a vedere il Brescia solo se giocavo io. Si chiama Marco Gala, con gli anni è diventato una grande amico: è di Offlaga, mi ha fatto conoscere il posto ed è andata finire che ho comprato casa».

Resterà qui per sempre?

«Penso che tra una decina d’anni torneremo in Brasile. Poi vedremo cosa deciderà Valentina per la sua vita: di certo sarà lasciata libera in tutto. Io solo le starò accanto con i migliori consigli, qualunque strada decida di intraprendere. Qui, in Brasile o altrove, con il calcio o meno».

Ci dice qual è la cavolata più grande che ha fatto?

«Troppe ne ho fatte».

Anche le feste con Ronaldinho?

«Quelle – ride – sono una medaglia».

Sodinha e Guardiola: si sono incontrati a Brescia
Sodinha e Guardiola: si sono incontrati a Brescia

Non pensa di aver sprecato un grande talento?

«Non ho rimpianti, ho vissuto la mia vita e se ho fatto del male è stato solo a me stesso».

E adesso chi è Sodinha?

«Uno che ha chiesto a Dio di avere una vita completa e l’ha avuta. Però dentro mi porto sempre la favela. Io, a quasi 40 anni sono ancora quel bambino in quel posto che non uscirà mai da me: forse è anche per questo che mi sento amato dalla gente». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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