Calcio

Più italiani in serie A: sicuri sia la soluzione giusta?

Il caso inglese smonta questa tesi, quello spagnolo no. Dal 2014 a oggi i calciatori stranieri utilizzati nel campionato italiano sono aumentati del 14%, ma la chiave per ripartire forse è un’altra
Francesco Pio Esposito, attaccante dell'Inter e della Nazionale - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it
Francesco Pio Esposito, attaccante dell'Inter e della Nazionale - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it
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La sentenza Bosman, emessa dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, sancì la libertà dei calciatori di trasferirsi gratuitamente in un altro club alla naturale scadenza del contratto con una società professionistica. Fu l’esito della battaglia legale di un calciatore belga – Jean Marc-Bosman, appunto –, che a inizio anni ’90 non poté trasferirsi al Dunkerque perché la squadra che l’avrebbe dovuto lasciare libero di andarsene, l’Rfc Liegi, pretese il pagamento di un indennizzo, d’accordo con quelle che allora erano le regole del calcio europeo.

L’altro risvolto, meno ricordato di quella sentenza, fu la scomparsa del tetto al numero di stranieri presenti in un club, ritenuto discriminatorio nei confronti degli stessi atleti. È un tema che torna d’attualità oggi, dopo il fallimento della Nazionale in Bosnia: s’invoca il ripristino di norme federali che introducano limitazioni all’impiego di giocatori di altre nazionalità, per favorire – è la tesi di chi promuove questa posizione – la crescita dei talenti italiani.

La situazione in serie A

Può davvero essere questa una delle chiavi per far ripartire il movimento? Un dato oggettivo c’è: dall’ultimo Mondiale che l’Italia ha disputato (in Brasile, nel 2014), l’utilizzo di stranieri in serie A ha avuto un’impennata importante. Limitando il perimetro ai calciatori impiegati dalle società italiane, quindi quelli scesi in campo in almeno una giornata di campionato, si è passati dal 55,1% di giocatori non italiani schierati nel 2014/2015 al 69,2% della stagione attuale (secondo le statistiche di Transfermarkt, con un possibile margine d’errore ma comunque utili a inquadrare il fenomeno). È un dato parziale (il campionato è ancora in corso), ma il trend mostra una crescita costante, con un incremento di poco inferiore al 15% in poco più di un decennio.

Quello del Como è un caso di studio: in questa serie A ha messo in campo un solo calciatore italiano. Nel periodo preso in esame è un unicum, nel senso che nessun club, nemmeno il più esterofilo, aveva mai fatto registrare una percentuale così bassa (poco oltre lo 0%). E parliamo della squadra più cresciuta rispetto alla stagione scorsa: un anno fa lottava per non retrocedere, oggi si gioca la qualificazione alla Champions con Juventus e Roma. Almeno in questo caso, il miglioramento qualitativo della rosa è coinciso con la scomparsa dai radar di calciatori italiani: un fatto controintuitivo rispetto a quanto sostenuto da molti in questi giorni.

Nico Paz, stella spagnola del Como - Foto Ansa/Roberto Bregani © www.giornaledibrescia.it
Nico Paz, stella spagnola del Como - Foto Ansa/Roberto Bregani © www.giornaledibrescia.it

Le altre leghe

Torna utile un raffronto con le altre leghe. Il campionato inglese è per distacco il più ricco d’Europa, e da quelle parti la percentuale di giocatori provenienti dall’estero è superiore a quella della serie A: 75,4%. Soltanto due squadre, Everton e Newcastle, utilizzano più inglesi che stranieri: due club importanti, uno (il secondo) ha disputato l’ultima Champions League, ma attualmente sono fuori dalle posizioni che garantiscono l’accesso alle competizioni europee.

L’Italia è in linea con questa tendenza: le uniche società che hanno schierato in percentuale più giocatori italiani sono Cagliari (65,3%), Cremonese (58,7 %) e Fiorentina (53,6%), tutte in zona retrocessione o a ridosso di essa. Le statistiche della serie A non sono lontane da quelle della Ligue 1 (dove gli stranieri impiegati rappresentano il 65% del totale) o della Bundesliga (61,3%). L’unica che rompe questo schema è la Liga, il campionato spagnolo: qui la percentuale di atleti provenienti dal bacino nazionale sopravanza quella dei giocatori d’oltreconfine (56,6% a 43,4%).

Come leggere i dati

Qual è, allora, il modello di riferimento? Ricapitoliamo: in Inghilterra giocano più stranieri che in Italia, eppure la Premier è il campionato più visto nel mondo e la Nazionale, pur avendo vinto l’ultimo Mondiale nel 1966, è quarta nel ranking Fifa e partecipa regolarmente a tutte le competizioni più importanti, puntualmente tra le più accreditate alla vittoria finale. Dall’altra parte c’è la Spagna, vincitrice dell’ultimo Europeo e in controtendenza rispetto alle altre leghe. Non si discostano troppo dall’Italia, come detto, Francia (che oggi ha forse la concentrazione più elevata di talenti tra Nazionale maggiore e giovanili) e Germania.

Cos’hanno in comune queste federazioni? Impianti molto più moderni (parliamo di stadi, ma anche di centri sportivi), un approccio completamente diverso nella formazione dei talenti. Il rilancio, forse passa soprattutto da questi due aspetti. Il tetto agli stranieri può essere una soluzione, ma basta guardarsi attorno per comprendere che la formula non è automaticamente vincente. Il punto è che serve anzitutto costruire i campioni del futuro, prima di ragionare su eventuali paletti al loro impiego. Su questo fronte l’Italia è evidentemente in ritardo. È un tema che merita una riflessione, in un momento così delicato per il nostro calcio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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