L’aria del Garda se l’è goduta ancora per un po’, ma Rolando Maran è pronto a imbarcare le valigie: «Ci siamo quasi. È una volontà che ho condiviso con la Federazione». Da un paio di mesi è l’allenatore dell’Albania, che ha scelto di conoscere dal suo cuore pulsante, Tirana: «Reputo sia giusto così: serve una figura che viva il Paese, che sappia come rappresentarlo. Essere commissario tecnico non significa soltanto fare le convocazioni».
Le due sconfitte in amichevole con Israele e Lussemburgo non hanno scheggiato l’entusiasmo contagioso dell’ex Brescia. Anzitutto perché sono ininfluenti. E poi in questo momento sta ancora annusando la nuova realtà. Di far parte di un grande progetto, però, è una convinzione che porta dentro già da un po’: «L’Albania è in forte crescita, il movimento calcistico lo è altrettanto: lo stadio in cui giochiamo è pazzesco, e Tirana è davvero un gioiellino».
Perché una Nazionale dopo anni passati a guidare club italiani?
«Per gli stimoli che mi trasmette questa sfida. Non ci ho pensato un secondo quando sono stato contattato. Il presidente ha entusiasmo, si respirano ambizione e voglia di diventare grandi. Quest’investitura è un orgoglio enorme, rappresento un popolo e mi sento addosso questa responsabilità. E poi l’idea non è del tutto nuova».
In che senso?
«Già due anni fa sfiorai una Nazionale. All’epoca non c’erano le condizioni. Peraltro tutto avvenne in concomitanza con la chiamata del Brescia, al quale non seppi dire di no».
Come cambia la vita di un tecnico quando non allena più quotidianamente una squadra?
«Radicalmente. C’è un’altra metodologia di lavoro. È sempre calcio, ma fatto in maniera completamente diversa. La quotidianità un po’ mi manca, anche se a esser sinceri il carico di lavoro è importante, mi impegna ogni giorno. Inizialmente non credevo fosse così».

L’attività che assorbe la maggior parte del suo tempo è lo studio dei calciatori albanesi che giocano in giro per il mondo. Qual è la filiera per monitorare i progressi di tutti?
«In Federazione ho trovato una struttura di livello, che mi ha messo da subito in condizione di valutare in maniera approfondita tutti i giocatori convocabili».
Ci spiega come funziona?
«Ci lavorano sette o otto persone. Loro fanno una prima scrematura. Poi tocca a me: li valuto, e seleziono quelli che ritengo siano i migliori per le nostre esigenze».
Che livello ha trovato tecnicamente?
«Molto alto. C’è un intero movimento di Nazionali, un tempo zeppe di dilettanti, che hanno alzato esponenzialmente l’asticella. Non siamo gli unici. Ma stiamo crescendo, e vogliamo continuare a farlo».

Scarta l’idea di tornare ad allenare un club, in un futuro lontano?
«Nella vita ho imparato a non precludermi nulla. Questa però è una scelta che ho fatto con convinzione, spero di restare a lungo. Ho sensazioni positive, sono felice. Mi sento addosso un’energia che non riesco nemmeno a descriverle. Ogni volta che mi fermo, mordo il freno».
L’obiettivo sul campo è la qualificazione agli Europei. Cos’altro si augura Rolando Maran?
«Di rendere il popolo albanese orgoglioso della propria squadra. Vorrei che si riconoscesse nella Nazionale. Che si sentisse rappresentato».
E lei si sente rappresentato dall’Union Brescia? Che peraltro ha appena recuperato la «V», un pezzo di storia.
«Eccome. Soprattutto perché è composta da bresciani, gente seria, che vuole far bene e ha portato entusiasmo. Pure la storia del marchio, che hanno voluto fortemente, lo dimostra. È giusto che il popolo bresciano si identifichi in essa. Si stanno strutturando per tornare a grandi livelli. E ci riusciranno».
La sua esperienza a Brescia si conclude con la gioia per la salvezza conquistata sul campo, al termine di una stagione di enorme sofferenza. Cosa le resta di quell’anno?
«Il legame con la gente. Che capì le nostre difficoltà. Noi non ci nascondemmo mai. E questa lealtà rafforza il rapporto che si crea con una tifoseria».
Prova rancore nei confronti di Cellino?
«Non entro nel merito. Dico soltanto che il venerdì ero a pranzo con la squadra per festeggiare la salvezza, e la domenica mi ritrovai a vivere un dramma. Non ci volevo credere. Quella è una cosa che mi porto ancora dentro».

Il momento più bello in biancazzurro?
«Sono due: i play off, sfumati in una partita a Catanzaro che fu anche sfortunata. Fossimo andati avanti ce la saremmo giocata, chissà cosa sarebbe successo. E poi il giro di campo dopo la vittoria con la Reggiana. Lì festeggiavamo una salvezza, ma poter salutare il pubblico in quel modo fu davvero speciale. Lo ricorderò per sempre».
Quello più complicato?
«Non fu sul campo, ma davanti a un telefonino. Quando seppi dei guai che portarono alla mancata iscrizione».
Quando si sarà tolto ogni soddisfazione con l’Albania, le piacerebbe tornare?
«Ho appena iniziato un’avventura fantastica, che mi ha restituito un entusiasmo incredibile. Spero duri il più a lungo possibile, come le ho detto. A Brescia però resto affezionato. Al punto che ho scelto di viverci. Credo la dica lunga».

Da collega dei due contendenti, chi vince il Mondiale?
«La Spagna».
Perché noi non ci andiamo da tre edizioni?
«Gli altri sono andati avanti, noi ci siamo fermati. Eravamo convinti fosse sufficiente restare fedeli a noi stessi. E invece il calcio è in continua evoluzione. Ci siamo crogiolati nei successi del passato senza pensare a migliorarci. Serviva mettersi in discussione prima, tutti. Dal primo all’ultimo».
Ora tocca a Maldini e Leonardo ricostruire. Come legge la mossa di Malagò?
«È un ottimo primo passo».




