Nel 2009 Roberto Beccantini, insigne penna del giornalismo sportivo italiano, rimise il suo mandato. Toccò a Paolo Condò raccogliere il testimone: «La scelta fu di France Football, che per ogni Paese cerca di individuare la figura che abbia maggiore proiezione internazionale. Lavoravo alla Gazzetta dello Sport e mi occupavo esclusivamente di calcio estero. Così scelsero me». Firma del Corriere della Sera e opinionista di Sky Sport, è l’unico rappresentante italiano nella platea di giuristi del Pallone d’Oro.
Ce n’è uno per ciascuna Nazione che occupa le prime cento posizioni del ranking Fifa: «Che dal canto suo ha fatto di tutto per esautorarlo. Dapprima con il World Player of the Year, poi operando una fusione che durò qualche anno e portò a votare anche capitani delle Nazionali e commissari tecnici. Fu il motivo per cui nel 2010 vinse Messi e non Sneijder, che l’avrebbe meritato. Oggi la giuria è tornata ad essere puramente giornalistica, e la nostra categoria se lo deve tenere stretto».
Funziona così: ad ogni giurato viene chiesto di stilare una personale classifica dei dieci migliori giocatori di quella stagione calcistica. Al primo vengono assegnati quindici punti, al secondo dodici, e così a scalare fino al decimo. Chi ne totalizza di più vince. La premiazione avviene di norma a Parigi, ma quest’edizione farà eccezione: la cerimonia (in programma il 26 ottobre) si terrà al Palladium Theatre di Londra per rendere omaggio al primo storico vincitore, l’inglese Stanley Matthews.
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— Ballon d'Or (@ballondor) September 8, 2026
Condò, cosa rende così speciale questo premio?
«Sarà l’oggetto. Oppure il metodo, non saprei. I calciatori sono esosi, nella maggior parte dei casi pretendono un compenso anche per presenziare a un club di tifosi. Il Pallone d’Oro è l’unico motivo per il quale andrebbero a Parigi pure a piedi».
In che modo France Football, la rivista che lo assegna, codifica i criteri da applicare per il voto?
«Sono tre, e in quest’ordine: la prestazione individuale, l’impatto della stessa sui risultati di squadra, fino ad altri fattori come il fair play o la carriera. Ma le dico la verità: ho sempre votato secondo la mia sensibilità, premiando di volta in volta il giocatore che mi aveva impressionato di più. Naturalmente i trofei vinti ricoprono un ruolo importante, ma non sempre decisivo».
Ha la sensazione che il discorso riguardi anche i suoi colleghi?
«Credo di sì. Ma sono quasi tutti giornalisti di esperienza: in Spagna vota Alfredo Relaño, ex direttore di As e oggi columnist del País. Il rappresentante dell’Inghilterra è Henry Winter, un altro professionista di chiara fama. Gente a cui non devi spiegare nulla. Credo sia giusto lasciare un certo grado di libertà».
Da Africa, Asia e Nord America arriva il cinquanta percento circa dei voti, e non sempre in queste aree geografiche la cultura calcistica è paragonabile a quella europea: è un aspetto che influenza l’equilibrio del risultato finale?
«Messi e Ronaldo hanno vinto tredici Palloni d’Oro in due. Io li avrò votati sette volte, poco più della metà. È evidente che siano stati i migliori, e per distacco, della loro epoca. Ma in alcune annate l’avrebbero meritato altri: nel 2010 Sneijder aveva vinto il triplete con l’Inter ed era arrivato in finale al Mondiale, segnando moltissimo. Nel 2012 espressi la mia preferenza per Iniesta, che aveva dominato nel Barcellona e nella Spagna campione d’Europa. Nel 2013 il Bayern portò a casa tutti i trofei e Ribery fu travolgente».

Non tutti, insomma, partono dallo stesso livello di preparazione.
«Cito sempre questo esempio: qualche anno fa votavano tutti, anche il giudice delle isole Vanuatu. Con tutto il rispetto, ma cosa volete che ne sappia? All’epoca avrà visto i gol di Messi e Ronaldo sulla Cnn e avrà scelto solo loro. È un’iperbole, ma con questo intendo dire che la visibilità di certi personaggi in Paesi calcisticamente non così evoluti ha fatto sì che si andasse sempre sugli stessi».
Potesse cambiare una regola?
«Metterei un tetto alle volte in cui si può vincere. Robert De Niro è stato il migliore per tanti anni, ma si è fermato a due. Messi e Ronaldo sono stati meravigliosi in tutto, trovo però sia un crimine che Iniesta, il miglior centrocampista che abbia visto all’opera, non sia mai stato premiato».

Le viene in mente qualche altro nome?
«Nel 2020 si decise di non assegnarlo per via del Covid, e a mio parere venne fatto un torto a Lewandowski. Credo sia giusto che un giorno si ponga rimedio a questa mancanza, prima o poi lo proporrò agli amici di France Football. La scelta fu frettolosa, perché l’unico campionato che non venne fatto terminare fu la Ligue 1, che non è certamente una delle primissime leghe».

Perché si fa così fatica a darlo a un portiere? L’unico a vincerlo fu Lev Yashin, nel 1963.
«È già complicato mettere in relazione la prestazione di un attaccante con quella di un difensore, figurarsi con un portiere. Nel 2014 inserii in lista Neuer, che vinse il Mondiale da protagonista, ma non al primo posto. Da qualche anno è stato istituito un premio ad hoc, che porta proprio il nome di Yashin, e trovo sia stata una cosa corretta».
Nella sua carriera da giurato vedrà mai trionfare un italiano?
«La speranza c’è sempre. Nel 2021, con un po’ di sciovinismo, misi al primo posto Jorginho, che in quella stagione aveva vinto l’Europeo con l’Italia e la Champions League con il Chelsea. Non ne vado fiero. Lo feci anche un po’ per frustrazione».

In che senso?
«Non avendo avuto l’opportunità di votare Totti, Del Piero o Baggio, tutti i meravigliosi campioni che appartengono a un’epoca in cui non facevo parte della giuria, volli riscattarmi così. Tornando alla domanda iniziale, però, dico francamente che non vedo un talento italiano che possa riuscire a vincerlo da qui a qualche anno».
Per il Pallone d’Oro femminile votano invece in cinquanta: chi ci rappresenta?
«Gaia Brunelli, una brava collega che si occupa di calcio femminile per Sky. Fino a qualche anno fa il giurato italiano era Giancarlo Padovan, anche lui molto ferrato».

A detta di molti i favoriti sono Mbappé, Yamal e Kane. È forse l’edizione dall’esito più incerto da quando vota?
«Penso di sì, perché ciascuno di loro, accanto ai motivi per i quali potresti sceglierlo, presenta pure delle controindicazioni. Mi aspetto un voto molto sparpagliato, e di conseguenza il punteggio più basso della storia per il vincitore».




