Calcio

Raducioiu: «Lucescu e quella gita agli Uffizi: muore una parte di me»

L’ex attaccante del Brescia: «Sono tristissimo, gli devo tutto. Ai tempi della Dinamo, durante una trasferta in pullman a Firenze, ci portò al museo. E io in biancazzurro fui una sua vittoria»
Florin Raducioiu nella sua seconda esperienza a Brescia: tornò nel 1998 - © www.giornaledibrescia.it
Florin Raducioiu nella sua seconda esperienza a Brescia: tornò nel 1998 - © www.giornaledibrescia.it
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La voce rotta dall’emozione, basta la prima dozzina di secondi di telefonata per rendersi conto cosa significasse, per Florin Răducioiu, Mircea Lucescu: «Poco fa mi ha chiamato un giornalista e sono scoppiato a piangere. Gli devo tutto, mi ha consigliato e sostenuto nella mia crescita. Una parte di me è morta».

Da queste parti lo si ricorda per aver fatto parte della colonia dei romeni a Brescia, plasmata da Mircea. Ma il legame tra i due è più profondo, più antico: «Nemmeno un anno fa ci vedemmo a Bucarest per il suo ottantesimo compleanno: per l’occasione comprai una giacca rosa, proprio ieri pomeriggio l’ho ripresa in mano. Poche ore più tardi ho ricevuto la notizia della sua morte. Sono tristissimo».

Lucescu e Radicioiu all'ottantesimo di Mircea
Lucescu e Radicioiu all'ottantesimo di Mircea

Fu proprio Lucescu a farla esordire tra i professionisti: era il 1986, lei giocava per la Dinamo Bucarest.

«Lui era un visionario, interpretava la sua professione in una maniera pure oggi attualissima. Mi riferisco anche alla predisposizione a dare fiducia ai giovani. Avevo sedici anni, un bambino. Eravamo in ritiro poco fuori Bucarest, mi chiamò in disparte e mi disse che avrei giocato contro il Politehnica Timişoara. All’epoca il livello del calcio rumeno era più alto: era un campionato duro, in quegli anni la Steaua vinceva la Coppa dei Campioni».

Fu il padre della match analysis. È vero che se ne serviva già in Romania?

«Eccome. La Dinamo era controllata dal Ministero dell’Interno, che gli metteva a disposizione la tecnologia dell’epoca. Lui ci illustrava il modo di giocare dei nostri avversari con un registratore video e cassette Vhs. Partecipavamo alla Coppa delle Coppe, l’omologa dell’attuale Conference League, e così conoscevamo meglio, a suon d’indicazioni e linee tratteggiate, anche le squadre che avremmo affrontato all’estero».

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Addio a Lucescu, il legame con Brescia

Poi la portò a Brescia, nel 1992/1993.

«E io fui una sua vittoria. Mircea dovette vincere qualche titubanza del presidente Corioni, la piazza comprensibilmente non era soddisfatta del mio arrivo, anche perché dovevo sostituire Ganz. Perdipiù io venivo da una brutta stagione a Verona. Vero che quell’anno retrocedemmo, ma porto Brescia nel cuore, mi legano tanti bei ricordi a questa piazza».

Lucescu, comunque, contribuì al suo rilancio. Al punto che l’anno dopo lei andò al Milan.

«Mi resuscitò, esattamente come fece con Hagi. Fui io a convincere Gica a rimanere da voi un altro anno, dopo la retrocessione in serie B».

Dice davvero?

«Sì. Gli assicurai che restando a Brescia un altro anno avrebbe giocato un Mondiale, quello del 1994, da protagonista. E così fu».

Raducioiu festeggiato da Rossi e Sabau dopo un gol - © www.giornaledibrescia.it
Raducioiu festeggiato da Rossi e Sabau dopo un gol - © www.giornaledibrescia.it

C’è un aneddoto che ricorda con particolare piacere?

«Ai tempi della Dinamo facemmo un torneo a Firenze. Viaggiammo in pullman, anche per sua volontà: ci spingeva a essere curiosi, ad approfondire. Ci portò agli Uffizi, e io rimasi senza parole. Ci diceva sempre: “Non so se diventerete tutti grandi calciatori, ma approfittate di queste occasioni per arricchirvi culturalmente”. Sull’autobus si sedeva sempre sulla fila di destra, secondo posto. Da dov’ero io, vedevo sempre sbucare giornali occidentali: la Gazzetta dello Sport, L’Equipe, France Football e il Guerin Sportivo. Glieli metteva a disposizione il governo, e lui li divorava. Sempre a proposito della curiosità che lo animava in ogni cosa che faceva».

L’aveva sentito di recente?

«A Istanbul, per il play off con la Turchia. Io e altri della generazione d’oro, tra cui Hagi e Popescu, eravamo in tribuna. Sabau ha invece dovuto rimandare all’ultimo. L’ho visto dimagrito, affaticato. Ma era determinato a dare una mano alla sua Nazionale. Ho letto sul vostro giornale una frase che mi piace molto: “I cavalli di razza muoiono in pista”».

Così è stato.

«Sì, anche se credo che la sconfitta l’abbia amareggiato. Le racconto questa: dopo l’infarto che l’ha colpito durante la riunione tecnica con i suoi giocatori sembrava stesse abbastanza bene. Ha insistito con i dottori affinché lo lasciassero libero di andare in trasferta in Slovacchia, per una partita che peraltro non contava nulla. Questo per farle capire la tempra che ha avuto, fino all’ultimo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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