Rossi e Carnasciali: «Precursore e innovatore: ecco chi era Lucescu»

Era già un allenatore in campo. Quel campo che “arava” su quella fascia sinistra da giocatore e per ben 164 volte con la maglia del Brescia addosso. Di quel Brescia, quello di Mircea Lucescu. Marco Rossi, ora stimato ct della Nazionale dell’Ungheria che guida da otto anni, non tradisce nella voce quel dispiacere forte per la perdita «soprattutto di un amico, che avevo sentito telefonicamente esattamente una settimana fa. La voce mi sembrava la solita, era come sempre positivo, non tradiva alcun problema. Era in attesa che lo chiamassero per applicargli il bypass: poi la situazione è precipitata e ho seguito con trepidazione questi ultimi giorni. Fino a ieri, quando ho saputo...».
«Ci sentivamo, abbastanza frequentemente – prosegue Rossi –, soprattutto da quando ho cominciato ad allenare l’Ungheria: Mircea è stato per me fonte di ispirazione e, cronologicamente, è stato il primo dal quale ho appreso davvero. Ultimamente sentivo che la sua stima nei miei confronti come allenatore era grande, e questo mi faceva molto piacere: ricordo che prima che diventasse lui il ct della Romania, aveva caldeggiato, in qualche intervista, la mia assunzione da parte della Federazione rumena. Provo un grande dispiacere».

I ricordi
Poi, la mente torna a quegli anni: «Dominammo quella serie B e nella successiva serie A avremmo certamente meritato la salvezza, senza alcuni torti arbitrali evidenti. Lucescu aveva portato Gica Hagi, in quel momento il più grande che Brescia avesse mai avuto. Eravamo davvero una bella squadra, facevamo un calcio diverso: per questo siamo ancora nella mente dei tifosi».
Un aneddoto lo porta all’Olimpico, Roma-Brescia: “Mircea mi disse: “Ho fatto preparare per te da Adriano (Bacconi, ndr) un video su Thomas Hassler. A quei tempi – sorride – di video ce n’erano pochi, ma studiai talmente bene le caratteristiche del tedesco, per fisicità diametralmente opposte alle mie, che non mi superò nemmeno una volta. Ora questo si chiama “match analysis” e Mircea ne fu il precursore». La chiosa è una constatazione: «Era ancora lucidissimo, con un’intelligenza superiore come quando l’ho conosciuto al Brescia. È stato uno dei grandissimi della storia del calcio, bisogna celebrarlo come tale».
L’altro esterno
Sull’altra fascia c’era lui. Spinta e difesa, doti di quello che ai tempi era considerato un terzino moderno. Daniele Carnasciali ora il calcio lo segue solo da appassionato mentre gestisce con il figlio uno stabilimento balneare a Castiglione della Pescaia. Ma quelle due stagioni con la V sul petto e con Lucescu sulla panchina gli sono rimaste nel cuore: «La prima cosa che ricordo pensando a Mircea, è quella sorpresa che ebbi nei primissimi allenamenti con metodi totalmente nuovi, all’avanguardia. L’ho sempre considerato uno dei migliori, se non il migliore in assoluto, che ho avuto tra i tanti. La notizia della sua scomparsa mi ha turbato».
Un flash lo riporta al presente: «Quando l’ho visto sulla panchina della Romania a 80 anni, ho detto “pensa te, guarda che spirito ha Mircea!”. Personalmente, mi ha fatto diventare giocatore». Sul perché quel Brescia sia ancora vivo nella testa dei tifosi, Carnasciali dice: «Perché era un Brescia moderno, che giocava in maniera diversa. E con giocatori importanti. Giocatori che sicuramente ebbero con lui, anche quelli più esperti, un’ulteriore crescita grazie all’innovazione che portò. La gente si ricorda le squadre che vincono, ma soprattutto le squadre che giocano bene e in maniera diversa. E quel Brescia, grazie a Lucescu, fu quel tipo di squadra».
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