Corioni-Cellino: le differenze e la verità storica ristabilita

L’ospitalettese diede tutto per evitare il crac, il sardo è stato invece scientifico nell’arrivare a questo epilogo
Erica Bariselli

Erica Bariselli

Giornalista

Gino Corioni, ex presidente del Brescia Calcio - Reporter/Spada
Gino Corioni, ex presidente del Brescia Calcio - Reporter/Spada

«Quando Corioni ha fatto fallire il Brescia…». No, il Brescia di Gino Corioni, a dispetto di come la vulgata popolare a un certo punto si era andata diffondendo, non è mai fallito. E il giorno in cui dopo avergli fatto il funerale 13 mesi fa, il Brescia calcio ha davvero avuto dolorosa sepoltura, è diventato anche quello buono per ristabilire la verità storica. Gino Corioni, semmai, per evitare il fallimento del Brescia ha fatto di tutto. Ci ha lasciato salute, azienda, case. Fu anche umiliato: quando gli vennero espropriate di fatto le quote del club per evitare il patatrac. Dei suoi errori, figli di una ragione offuscata dalla passione, ma che si sono trasformati nel più grande sogno sportivo vissuto dalla città, ha pagato tutto il conto e con lui, in silenzio, la sua famiglia.

Stanco e sofferente, ci ha messo la faccia fino all’ultimo, lasciato solo in alcuni casi anche da coloro che nei giorni di gloria sul suo carro banchettarono in lungo e in largo salvo poi aderire all’esercito degli sparatori su Croce Rossa. Il Brescia, lo ha davvero ucciso un uomo che invece in città non ha mai più rimesso piede.

Un uomo che «nessuno è più bravo di me in questo lavoro, vedrete che non vi lascerò con un fallimento»: così si presentò nel giorno del suo arrivo nel 2017. Un uomo che come un Attila moderno, laddove è passato non ha più fatto crescere un solo filo d’erba, neanche quella di Miami con la quale si vantava di aver seminato il terreno del Rigamonti.

Massimo Cellino - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Massimo Cellino - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Chi è il responsabile del fallimento? Inutile guardarsi in giro: la colpa è solo di Massimo Cellino. Tutta sua: ha voluto, senza che sussistessero ragioni logiche o tecniche, pilotare lo schianto della sua società. Forse aveva pensato che anche stavolta ne sarebbe uscito con uno dei suoi colpi di fortuna, con l’ennesima giornata d’azzardo: ma quando ha fatto ciò che ha fatto, era perfettamente al corrente di andare incontro all’irreversibilità delle sue azioni.

Nel frattempo aveva saturato di veleno l’ambiente, provocato fratture insanabili, creato un clima da tutti contro tutti. Anni di fatiche, solo fatiche. Un corto circuito capace di esasperare tanto gli animi da portare persone per il quale il Brescia calcio è stato ragione di vita, a vivere la sentenza di fallimento come un sollievo. Pazzesco.

Ci rimettono i creditori (ai quali va un pensiero) e niente ci restituirà il Brescia calcio. Ma la storia troverà – una sua strada l’ha già invero trovata – il modo di riscriversi in altra maniera e già da oltre un anno ciò che è stato sopravvive nei cuori di chi per il Brescia ha dato tutto e di chi per i bei sogni a occhi aperti vissuti è grato.

Per il resto, è vero che il tempo è galantuomo: per i galantuomini. Per i quali, sempre che possa consolare, c’è la gloria eterna. Per gli altri ci sono i tribunali. E poi l’oblio: la peggior pena per chi vede solo se stesso e non può stare senza specchiarsi. Foss’anche solo nel disprezzo di una città.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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