La storia di come si è arrivati alla fine del vecchio Brescia ha il suo acme nel sei giugno del 2025, esattamente un anno fa. È un mesto anniversario, raddolcito dal conforto di una nuova società che dalle quelle ceneri ancora calde è risorta, e a dodici mesi di distanza è lì a giocarsi il ritorno in serie B.
Quel Brescia, che oggi non esiste più, si schianta in fondo al canyon a giugno. Ma la caduta comincia molto prima, nel febbraio dello stesso anno. Il 17 (una data ricorrente) la società, guidata da Cellino, procede al pagamento dei contributi sugli stipendi di novembre, dicembre e gennaio con crediti d’imposta acquistati dalla Alfieri Spv. Con le stesse modalità, ad aprile, copre le pendenze relative a febbraio e marzo.
L’avviso
Verrà fuori che quei crediti, che possono essere legalmente acquistati da terzi per saldare un debito, sono in realtà inconsistenti. L’Agenzia delle Entrate notifica l’irregolarità al Brescia già il 9 maggio. Nel frattempo la squadra, invischiata fino all’ultimo nell’aggrovigliata lotta per non retrocedere in serie B, conquista la salvezza diretta sul campo, battendo 2-1 la Reggiana (reti di Bianchi e Verreth).

I nuvoloni gonfi d’acqua sono già all’orizzonte, ma nessuno se n’è ancora accorto. Per qualche giorno la notizia viene sottaciuta, resta rinchiusa nei corridoi dell’erario e della sede biancazzurra in via Solferino. E Cellino? Tira dritto: presiede l’approvazione della trimestrale e apre alla cessione del club, «a patto che qualcuno porti i soldi».
Scoppia il caos
Gli organi della giustizia si muovono con grande rapidità. La Covisoc, l’organo della Figc incaricato di vigilare sulla situazione economico-finanziaria delle società di calcio, notifica la chiusura delle indagini al Brescia e trasmette gli atti alla Procura federale. La fragile patina di segretezza che aveva avvolto questi sconvolgenti sviluppi si sbriciola.

Il play out tra Salernitana e Frosinone viene congelato: serve attendere la sentenza di primo grado, quella del Tribunale federale nazionale, per capire come muoversi. Ma è da subito evidente che la posizione della società di Cellino, sul piano della giustizia sportiva, sia compromessa. L’imprenditore sardo si schermisce: «Siamo stati truffati».
E mesi dopo la Procura di Brescia gli darà ragione, chiedendo la sua archiviazione per la compravendita dei falsi crediti d’imposta. Ma il versante sportivo dell’inchiesta corre molto più veloce. Il Tfn infligge otto punti di penalizzazione ai biancazzurri: quattro da scontare nel campionato appena concluso, quattro in quello successivo. E quindi retrocessione. Il club annuncia battaglia, l’impetuosa corrente della piazza esonda: in pochi giorni i tifosi protestano prima sotto la sede, poi in piazza Loggia.
La trattativa

In questa storia entra pure una vecchia conoscenza del Brescia: Francesco Marroccu, già dirigente in due diverse parentesi sotto la presidenza di Cellino. Da tempo serpeggiano voci su un soggetto non meglio definito in trattativa con il patron, che dal canto suo prova a sviare: «Andrea Radrizzani è la persona a cui avevo venduto formalmente il Brescia, ma adesso è tutto sospeso».
In realtà Marroccu è il facilitatore delle contrattazioni con una cordata d’imprenditori (le cui identità non emergeranno mai) intenzionata a portare avanti i discorsi anche con la prospettiva sostanzialmente certa di una ripartenza dalla C. C’è un orizzonte, che è quello del sei giugno, termine ultimo per adempiere alle scadenze dei pagamenti e iscrivere la squadra. Entro quella data va trovata una convergenza.
Il problema è che la trattativa si trascina su un terreno accidentato, si ferma e riparte con incedere sempre più traballante. Gira voce che la società stia provando a raggiungere un’intesa con l’Agenzia delle Entrate per regolarizzare la propria posizione, e gli interlocutori chiedono una prova scritta di questo accordo. Rimpalli continui che scandiscono una marcia dolorosissima. Agli ultimi tornanti spunta pure l’ipotesi di un «accordo ponte», che consenta al club di onorare le pendenze e trattare con più calma i dettagli della cessione. Ma è ormai evidente che sia troppo tardi.
L’epilogo e la rinascita
Il 5 e il 6 giugno sono due dei giorni più drammatici della storia sportiva di questa città. L’esistenza del Brescia è appesa a un filo. Ci si aggrappa alla speranza di un miracolo, come un ripensamento di Cellino, che fin dall’inizio ha giurato che nel suo Brescia non avrebbe messo più un centesimo. Qualcuno crede bluffi. Ma più le ore passano, più è chiaro che il presidente intenda portare fino in fondo la propria linea. E così è.
L’ultimo gong risuona alle 15 del 6 giugno. Da quel momento in poi, il Brescia è fuori tempo massimo per onorare le scadenze. E non ha dunque i requisiti per iscriversi al campionato di C. La storia potrebbe finire con quest’ultima mesta cartolina: i dipendenti che lasciano la sede alla spicciolata, il segretario generale Mastropasqua che l’abbandona per ultimo, chiudendola per sempre.
Invece no: Brescia ha incassato il colpo e si è rialzata subito, con il tavolo convocato in Loggia dalla sindaca Castelletti e con l’eccezionale chiamata a raccolta del tessuto imprenditoriale da parte di Pasini. L’Union, araba fenice, ha l’occasione domani di chiudere un primo cerchio. Ma già oggi, senza sapere come finirà la stagione, fa un certo effetto guardarsi indietro. Chi l’avrebbe detto, appena un anno fa.




