Aimo Diana, doppio ruolo: mister e garante della storia del Brescia

L’allenatore figlio dell’epoca d’oro delle rondinelle come il vice Filippini: la continuità tocca a loro
Diana in azione al Rigamonti contro il Milan - © www.giornaledibrescia.it
Diana in azione al Rigamonti contro il Milan - © www.giornaledibrescia.it
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Tranne il dramma sportivo, non c’è ancora niente di fatto. Però, è «come se». Morto un Brescia, se ne fa un altro. Magari fosse così semplice andare oltre e bastasse spostare l’occhio un po’ più in là. Non può essere così e ci sarebbe qualcosa di sbagliato se così non fosse: ciò che non uccide, comunque fa molto molto male.

Una nuova passione

La corsa ai ricordi delle rondinelle che furono, prosegue. Ma nel mentre, prosegue – e anche a perdifiato – quella per restituire ai cuori biancazzurri una nuova passione: qualcuno è già disposto a gettarsi tra le braccia del nuovo Brescia che sarà, altri sono più restii però aperti e ben disposti. Altri ancora non lo accetteranno mai. Come sempre conteranno i fatti insieme alle intenzioni e alle spiegazioni punto per punto di un progetto che Giuseppe Pasini illustrerà solo quando in mano avrà qualcosa di ufficiale. Un’altra settimana ancora procedendo spediti verso la meta del viaggio di sola andata Salò-Brescia e intanto guardandosi intorni per schivare i sempre potenzialmente pericolosi rigurgiti celliniani.

Punto

Mentre si compilano incartamenti e si vagliano candidature imprenditoriali per mettere cemento all’opportunità di fare le cose fatte bene che si prospetta, occorre però lavorare anche alla simbologia che in quadro nel genere non è un di più: semmai assume un valore fondamentale. Raccogliere i cuori infranti e dar loro una nuova ragione di vita calcistica è essenziale. Non si esagera: il calcio è pur sempre la cosa più importante tra le cose meno importanti (cit.). Ha a che fare con l’identità e con lo specchio della realtà che si rappresenta. E Brescia, ha voglia di vedersi decisamente più bella di come non è accaduto fino a qui.

Bandiere

Tra i lutti sportivi da elaborare, c’è anche quello dell’addio di Dimitri Bisoli. Non ci sono state le condizioni per fare di lui il ponte di passaggio tra passato e futuro. Chi crede che dietro ci siano solo ragioni economiche (pur importanti), si sbaglia: è tutto un insieme di fattori, principalmente umani. Peraltro, già che si è destinati a rinascere e la piazza sarà chiamata a un nuovo esercizio di maturità, sarebbe bello inaugurare anche un nuovo modus operandi. Ovvero: non buttare il bambino con l’acqua sporca. Accadde già con Marco Zambelli: per il Brescia diede anima, corpo (e lasciò un ricco contratto) eppure ciò non valse per risparmiargli insulti. Salvo riabilitazione postuma.

La storia

Aimo Diana sulla panchina della FeralpiSalò  - Foto New Reporter Perteghella © www.giornaledibrescia.it
Aimo Diana sulla panchina della FeralpiSalò - Foto New Reporter Perteghella © www.giornaledibrescia.it

Nel caso di Bisoli, sul piatto non può valere di più un avventato «resterò in ogni categoria» rispetto a nove anni di dedizione assoluta e totale alla causa. Con l’ultimo anno che ha lasciato ferite profonde. Come sempre, ciascuno farà le proprie riflessioni: ma 114 anni di storia che si sono chiusi meritano di essere custoditi nel pieno rispetto di chi di quella storia finché ha potuto si è fatto sincero alfiere. Ad ogni buon conto, se la struttura della FeralpiSalò è al lavoro per dare alla nuova realtà un nome e maglie che riconcilino col passato, servono anche simboli «umani».

Continuità nella discontinuità

E due, sul Garda – col senno di poi sembra quasi un segno del destino – li hanno già in casa: Aimo Diana ed Emanuele Filippini. Circa 300 presenze in due (200 quelle del gemello «E») non solo nel Brescia, bensì nel Brescia dell’epoca d’oro. Quando non c’era la fuga dei talenti altrove e quando anzi quei talenti nascevano, crescevano e sbocciavano sotto casa: uno a Poncarale, l’altro a Urago Mella. Per Aimo Diana, che esordì in A da rondinelle a San Siro contro l’Inter nel giorno in cui fece il suo debutto Ronaldo il fenomeno, l’asticella si alza.

Emanuele Filippini con la maglia biancoblù - © www.giornaledibrescia.it
Emanuele Filippini con la maglia biancoblù - © www.giornaledibrescia.it

Da un alto il prestigio, l’orgoglio e l’onore di sedersi sulla panchina del Brescia al Rigamonti, dall’altro il compito di allenare anche il suo gruppo al peso delle responsabilità e di una maglia che pesano a prescindere da come e perché quelle maglie si arriva a indossarle. Anche in questo, Filippini dovrà dare il suo apporto. Continuità nella discontinuità: si rinasce (anche) da qui.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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