Si è spento a 88 anni il pugile Santo Amonti, noto come «la quercia di Gussago». Amonti, che lascia i figli Paolo e Alberto (l’amata moglie Maria è invece mancata alcuni anni or sono), è stato senz’altro (insieme al concittadino Vezzoli) il più grande tra i boxeur nati e cresciuti in provincia di Brescia.
Struttura da mediomassimo, con un «fisico perfetto e un repertorio pugilistico completo» come sovente ricordava sulle pagine del Giornale di Brescia l’amico Gino Cavagnini (che scrisse anche: «Nessun boxeur bresciano, tranne forse più tardi Chiodoni, fu dalla natura dotato come lui»), è stato campione nazionale sia in questa categoria che in quella «regina» dei massimi, nel corso di una carriera professionistica durata poco più di dieci anni: da maggio 1957, quando esordì a Brescia con un sonante ko ai danni del tedesco Heimann, ad agosto 1967, allorché sul ring di Los Angeles cedette all’americano Johnson.

Più ancora che il palmarés e un record comunque ragguardevole – 57 incontri vinti (di cui 37 per ko), 9 persi, 3 pareggiati – di Amonti restano i ricordi legati a un’eleganza innata, ai derby con il più accreditato tra gli avversari nazionali, anch’egli bresciano («il martello di Manerbio» Pietro Tomasoni), come pure alle immagini di stadi pieni e spettatori adoranti, in un’epoca in cui la «noble art» scaldava cuori e attirava folle.
La carriera
Tra i dilettanti Amonti, originario della frazione Croce (il cui simbolo campeggiava sui suoi calzoncini), rimase giusto il tempo dell’apprendistato, vestendo prima la maglia della Mariani Lombarda a Roncadelle e alle Fornaci, quindi della Pejo a Brescia, ma da «puro» il suo enorme potenziale atletico non riuscì a esprimersi appieno: troppo breve la distanza delle tre riprese per un pugile dall’attitudine dirompente qual era, sempre teso alla demolizione dell’avversario, come testimoniano le molte vittorie prima del limite ottenute in carriera.

Poi il maestro e promoter Tony Mariani lo lanciò nel mondo professionistico: Santo – così all’anagrafe, anche se tra i pro venne chiamato Sante – non aveva ancora vent’anni, e da lì prese il via un’avventura straordinaria, tra i mediomassimi. In diciannove mesi combatté 23 volte, vincendo in 22 occasioni, di cui 13 prima del limite (più un pareggio), e al 24° appuntamento si aggiudicò la cintura nazionale di categoria, sconfiggendo Domenico Baccheschi per ko all’undicesimo round. Era il 27 dicembre 1958, e a Brescia approdò il primo titolo professionistico nella storia pugilistica della città. L’anno successivo Amonti tenterà la scalata continentale, perdendo ai punti di misura, dopo quindici riprese tiratissime, contro il tedesco Erich Schöppner, allora terzo nelle graduatorie mondiali.
Forza e tecnica
Dopo il servizio militare e un incidente di percorso con il romano Rinaldi, Amonti cambiò categoria, passando nei massimi, dove gli avversari erano quasi sempre più alti e pesanti di lui. Eppure furono altri anni di gloria, conditi da vari titoli nazionali, ring e trionfi prestigiosi (contro il colosso Brian London, con Bygraves, Banks, Tomasoni, Cavicchi, Penna, Whitehurst), poche inevitabili sconfitte (contro Floyd Patterson, Mildenberger per l’europeo, nella rivincita con Tomasoni, che lo sorprese), una costante impressione di forza e tecnica.
La salma di Santo «Sante» Amonti riposa alla casa funeraria di Rodengo Saiano (in via Cantarana 7), mentre i funerali saranno celebrati domani alle 14.30 nella chiesa parrocchiale di Gussago.



