Casa non è solo dove sei nato e cresciuto. Casa è anche dove senti che affondano le tue radici. E a Jenna Prandini, californiana che in quasi 34 anni di vita non era mai stata a Brescia, è bastato fare 200 metri sulla pista Gabre Gabric di Sanpolino per capirlo. Anzi, l’aveva capito ancor prima di imbarcarsi dagli Stati Uniti.
«Quando ho detto a mio nonno che sarei venuta a Brescia per correre si è commosso», ha rivelato la velocista a stelle e strisce, per cui la presenza al Grand Prix di atletica di domenica è stato come un lungo viaggio alle origini.
La storia
Il bisnonno Pietro Antonio partì da Lodrino nel 1910 alla volta dell’America, trovò impiego nell’agricoltura a Porterville, nella zona interna della media California. Sposò Teresa, un’emigrata calabrese, da cui ebbe cinque figli: uno di questi, Carlo, è proprio il nonno di Jenna, mentre il padre della sprinter si chiama Carlo Junior.

La loro città è adesso Clovis, poco più lontana dalla prima tappa del viaggio dei Prandini, quasi 10mila chilometri dal piccolo centro della Valtrompia dove ebbe inizio questa storia. Il filo è stato riannodato nell’ultimo fine settimana nel nostro stadio di atletica cittadino, dove Jenna Prandini ha ricevuto prima una targa riconoscimento da parte del Comune di Lodrino, poi l’amore del pubblico con alcuni dei suoi «compaesani» che avevano anche preparato uno striscione di supporto sulle tribune.
«È stato quasi come correre in casa per me - racconta Prandini -, questo è un meeting giovane ma veramente di alto livello. La pista ed i servizi sono davvero belli. Ed i tifosi sono stati fantastici, spero che mi invitino ancora perché mi piacerebbe davvero correre nuovamente il Grand Prix di Brescia».
Orgoglio
Che per Jenna è stata una promessa mantenuta: undici anni fa, ai Mondiali di Pechino, ci raccontò che dopo la laurea avrebbe voluto venire nella terra della sua famiglia. «In realtà ero già stata in Italia, ma solamente a Firenze e Roma. Sono orgogliosa della mia famiglia, della mia carriera e soprattutto di quello che sono. Ho avuto la fortuna di viaggiare abbastanza, competere per gli Usa e vincere medaglie. Ho lavorato duramente per rendere orgogliosa la mia famiglia e la mia nazione».

Portando con se un po’ di sangue bresciano. «Mio padre ed i miei zii sono in contatto con i parenti che vivono qui. Nonno Carlo ha 95 anni e ama l’Italia. È malato, prima di partire sono andata a trovarlo ed era molto giù. Ma quando gli ho detto che venivo qui si è commosso. Nell’orecchio mi ha detto che non poteva essere più felice. E poi: "Vai a casa e farò il tifo per te dalla California"». Non è mai troppo tardi per scoprire che si possono avere due case: basta che siano sempre comunicanti.



