Dopo l’abbandono estivo di Mauro Ferrari nel basket, la caduta di Massimo Cellino l’anno scorso nel calcio, l’unica società di Serie A che produce sport ai massimi livelli è l’An Brescia, dei patron Marco e Franco Bonometti, rientrati ufficialmente nel 2011 a sostegno della formazione pallanuotistica bresciana, ma promotori di nuoto e pallanuoto da oltre 45 anni (a cominciare furono i loro genitori).
Marco, insieme a suo fratello, rappresentate gli ultimi rimasti fra le figure storiche che sostengono lo sport a Brescia ai massimi livelli. Vi sentite soli?
«Non è questione di sentirsi soli o meno, è la motivazione che ci muove che è importante. Fin da quando ho cominciato a lavorare, ho sempre avuto l’idea di dover ritornare qualcosa ai mondi che mi avevano formato, sia fisicamente che umanamente: scuola e sport. Da qui l’impegno a sostenere la Fondazione che gestisce il liceo Luzzago e quello per l’An Brescia. Entrambe queste realtà hanno un immenso valore formativo per i giovani. Nel caso dell’An non si tratta solo della prima squadra ma di tutto il movimento giovanile, maschile e femminile che sta alla base».
In passato lei ha ricoperto il ruolo di traghettatore del Brescia Calcio, consegnandolo nelle mani di Massimo Cellino. Allora si era espresso positivamente sul suo arrivo, alla luce dell’evoluzione degli eventi è ancora di questa idea?
«Partendo dal presupposto che non ho tutti gli elementi per poter giudicare la situazione, Cellino non ha tutti i torti. Il sequestro dei beni personali che è poi stato sciolto, la truffa subita e i punti di penalizzazione con la conseguente retrocessione non lo hanno certo favorito. Quello che è certo è che nella sua avventura bresciana non ha avuto vita facile. Nei miei confronti è sempre stato corretto».
Lei e suo fratello avete un passato da pallanuotisti, quando questo sport a Brescia era fondamentalmente sconosciuto. Siete stati coinvolti nuovamente a rientrare nell’ambiente nel 2011 da Piero Borelli. Lui è mancato da 7 anni, voi siete rimasti. Non era quindi una questione di sola amicizia o di un debito morale nei suoi confronti?
«Borelli lo sapeva, noi ci siamo sempre stati, anche quando non eravamo visibili come ora. Mio padre e il padre del presidente Andrea Malchiodi hanno cominciato più di 40 anni fa, noi figli gli siamo succeduti. Ma ancora prima della rinascita dell’An Brescia, avevamo sostenuto una squadra che dalla Promozione era arrivata in A1. Gli ultimi 25 anni hanno poi visto l’ambiente raccogliere fior di risultati: 2 scudetti, 2 Coppe Italia, 3 Coppe Len e 1 Euro Cup».
Che significato ha per lei sostenere un progetto sportivo come quello dell’An Brescia? Qual è il valore, al di là di quello economico che non è stato certo indifferente, soprattutto, in questi 15 anni? Filantropia, passione o altro?
«Nella mia carriera sono stato giocatore, allenatore delle giovanili, dirigente accompagnatore. Oggi, insieme a Franco, mi sento moralmente impegnato a contribuire alla crescita di un movimento basato sui valori che ci sono stati trasmessi. Sono la passione e i valori a portare avanti il progetto, non è una mera questione di soldi».
La pallanuoto viene considerato in Italia uno “sport minore”, eppure è l’unico gioco di squadra con la palla che può vantare ben 3 ori olimpici. Che cosa manca a questo movimento per crescere?
«Ci sono due aspetti da considerare: lo sport sta in piedi grazie ai mecenati, ma se uno si avvicina a questo mondo cercando un reale ritorno economico ha già perso in partenza. C’è poi il tema di una Federazione troppo vecchia, che si basa su regolamenti altrettanto vetusti. Uno degli esempi più lampanti è quello di non poter aver il doppio tesseramento e permettere ai giocatori della Brescia Waterpolo di giocare anche con l’An, se lo meritano. C’è poi il tema dei calendari che dovrebbero esser più sostenibili dal punto di vista fisico per i giocatori, soprattutto per chi gioca in Nazionale. Per noi è stata una soddisfazione vedere 7-8 dei nostri convocati durante la scorsa stagione, ma non possono tornare distrutti. E poi c’è l’annoso problema della classe arbitrale, che rischia di rovinare questo gioco. Un altro aspetto è quello della sostenibilità delle società. A Brescia va dato atto alla sindaca Castelletti di aver risolto il problema delle piscine, che in altre città invece chiudono».
A Brescia prosegue un progetto per la crescita di giocatori dal proprio vivaio, capita però come quest’anno che qualcuno scelga di nuotare in altri lidi. La considera una sconfitta o una battuta d’arresto nel progetto stesso?
«Noi non forziamo nessuno: chi vuole rimanere rimane, chi vuole valutare possibilità di crescita è giusto che vada. Io ho fatto un contratto di 15 anni con l’allenatore Bovo, anche per creare un vivaio forte, perché il livello di vivaio e squadra va mantenuto nel tempo».
Alla luce di qualche partenza eccellente, il prossimo anno si annuncia una stagione ancora più dura e difficile rispetto al passato. È più una sfida o una scommessa?
«A noi interessa fare spettacolo per attirare i giovani. Se saremo bravi vinceremo titoli. Si parte sempre per vincere, ma fa parte del gioco anche perdere. L’importante è giocarsela sempre a viso aperto. Mi auguro che la pallanuoto attiri sempre più pubblico, solo così può crescere questo movimento, lo constatiamo anche dal fatto che molti più giovani lo stanno scegliendo come sport. Qualsiasi mecenate si voglia fare avanti per condividere questo progetto è sempre ben accetto, ma dubito che qualcuno voglia farsi avanti».



