Quando senti che un 15enne sale su un traliccio dell’alta tensione per farsi un selfie e rimane folgorato, oppure che un gruppetto di minori si diverte a colpire improvvisamente un ignaro passante mettendone in pericolo la vita, pensi che siano azioni di giovani annoiati da punire. In realtà sono prove violente per sfidare se stessi, le precarietà dell’esistenza e confrontarsi la vulnerabilità umana, che in adolescenza sembra non essere tollerata.
Aumentano ogni giorno allora le sfide estreme che abbiamo imparato a chiamare «challenge» e sono azioni violente, più spesso esibizionistiche. Potrebbero essere transiti violenti, e in parte lo sono, per mettere alla prova il proprio coraggio e vedere cosa accade quando si superano i confini e si va oltre il limite. Ma sono un bisogno antico, per la verità, che durante la crescita, risveglia l’archetipo dell’esploratore, e cioè del desiderio di conoscere le proprie abilità e ottenere immediate ricompense.
Una necessità fisiologica che ha a che fare anche con la morte e il morire, in adolescenza un pensiero quotidiano con cui ragazze e ragazzi si confrontano. Perché questa età è il tempo del rischio e di quel lavorio psichico e mentale, che nasce dalla ristrutturazione del proprio sé, quello del bambino interiore che si sta trasformando radicalmente. Segnala la fatica del far nascere un nuovo individuo, perché quando si cresce sembra che ogni barriera sia un limite invalicabile, ogni ostacolo un freno, ogni rifiuto una frustrazione dove invece c’è un bisogno enorme di gratificazioni. Le sfide servono per ottenere conferme e consensi e poi soddisfano la necessità di mostrarsi e mostrare le proprie capacità fisiche e mentali e del non essere più bambini.
Ma non si tratta allora di semplici trasgressioni, perché nell’educare di oggi, mancano per lo più le regole e i divieti o, se ci sono, non vengono fatti rispettare. Senza dire che le condotte estreme vengono banalizzate o poco considerate dagli adulti di riferimento, anche quando i comportamenti eccessivi esprimono azioni irresponsabili. Dalla trasgressività tipica dell’adolescente di una volta che voleva sfidare l’autorità, si è passati a una continua competizione che ha come obiettivo quello di diventare popolari e famosi o almeno ottenere la visibilità che serve in un mondo sempre più ed esibizionistico.
Le sfide ti danno riconoscimenti o approvazione immediata e ti permettono di guadagnare «like». Le challenge diventano trofei da esibire in quanto selfie o video che vanno messi subito in rete. Più sono «virali» e più ti riconoscono abilità. Più metti a repentaglio la tua vita e quella degli altri e più sei apprezzabile. Proteggerli o salvare le vittime inconsapevoli di questi «giochi» assurdi e violenti, vuol dire saper dare ai bambini e agli adolescenti confini e limiti, ovvero regole da far rispettare.




