La pretesa di leggere le chat del partner, i messaggi insistenti per sapere dove si trova e con chi, la richiesta di condividere la posizione. Una serie di gesti che possono essere scambiati per manifestazioni d'interesse o considerati normali, soprattutto agli occhi dei più giovani, ma che possono avere anche un risvolto molto diverso: una necessità di controllo.
Le tecnologie digitali hanno cambiato il nostro modo di vivere le relazioni offrendoci da una parte nuove possibilità per comunicare e restare in contatto, ma dall’altra anche nuovi strumenti attraverso cui esercitare forme di abuso. È in questo contesto che si inserisce la cyber dating violence, una forma di violenza che si manifesta nelle relazioni sentimentali e che coinvolge in particolare gli adolescenti.
Cos'è la cyber dating violence
«La cyber dating violence è una forma di violenza che si manifesta nelle relazioni sentimentali tra adolescenti ed è mediata dalle nuove tecnologie e dai social network», spiega Gaia Cuccì, psicologa, PhD e ricercatrice in Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione all'Università Cattolica del Sacro Cuore, nonché membro del CRIdee (Centro Ricerche sulle Dinamiche evolutive ed Educative). «La violenza nelle relazioni è sempre esistita. La novità è la sua dimensione cyber, legata all'uso dei dispositivi tecnologici», precisa la ricercatrice.
Nel pratico il fenomeno comprende diverse forme di abuso, da quelle psicologiche ed emotive alle pressioni e agli abusi di natura sessuale. Il termine cyber richiama la dimensione online, ormai strettamente intrecciata alla vita quotidiana dei ragazzi, che costruiscono proprio qui una parte importante delle proprie relazioni.
Forme di abuso
La cyber dating violence può manifestarsi in forme diverse, che a volte si sovrappongono o possono presentarsi contemporaneamente. «La prima riguarda i comportamenti di controllo e sorveglianza del partner, amplificati dai social: chiedere di sapere password o leggere chat, monitorare l’attività online, geolocalizzare l’altro o controllare i suoi spostamenti».
La seconda forma è quella verbale ed emotiva: comprende insultare il partner via chat o minare la sua autostima, minacciarlo o umiliarlo. C’è poi la violenza relazionale: «L’obiettivo è isolare il partner anche screditandolo di fronte al gruppo di pari. Implica la diffusione di voci, pettegolezzi, dicerie, foto e video spesso manipolati, al fine di minare la reputazione e ridicolizzare il partner». Infine c’è la violenza sessuale online: un abuso basato, ad esempio, sul ricatto di divulgare contenuti privati (revenge porn) che tocca la sfera intima dei ragazzi.
E su questo i dati nazionali e internazionali dicono qualcosa di interessante: «Le percentuali di chi pratica cyber violenza non sono tante diverse tra maschi e femmine e anzi, in alcuni studi internazionali risultano essere le ragazze a mettere in atto in percentuali più elevate alcuni tipi di violenza, soprattutto quella del controllo. Rispetto alla violenza sessuale invece sono in maggioranza i ragazzi a metterla in atto».
Violenza online e violenza offline
«Rispetto alla violenza offline, quella che avviene nelle relazioni e negli spazi fisici, quella online è più pervasiva perché non esiste un vero confine spazio-temporale che separi la vittima da chi la perpetra», continua Cuccì. Attraverso messaggi, chiamate e social network, il controllo può infatti proseguire anche a distanza, rendendo difficile sottrarsi alle pressioni del partner.
Le due dimensioni spesso si manifestano però insieme: diversi studi hanno infatti evidenziato come la violenza online e quella offline possano coesistere e alimentarsi a vicenda.
La violenza online, a differenza di quella offline, è ancora in parte sottovalutata e spesso risulta difficile riconoscerla. «Recenti indagini mostrano come un gran numero di adolescenti facciano fatica ad identificare alcuni comportamenti di questo tipo come di violenza, soprattutto quelli di controllo – continua Cuccì -. Circa un adolescente su tre però ha avuto esperienza di qualche forma di cyber violence».
A delineare la diffusione del fenomeno ci sono anche i dati nazionali. Secondo il rapporto Stavo solo scherzando - Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti di Save the Children (2026) realizzato in collaborazione con Ipsos Doxa, un adolescente su quattro dichiara di essere stato vittima di atteggiamenti violenti all’interno di una relazione (schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti). Uno su tre è stato geolocalizzato dal partner. Il 28% ha visto condividere immagini intime senza consenso e il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati.
Perché gli adolescenti sono più vulnerabili?
Il fenomeno della violenza digitale riguarda sia i giovani sia gli adulti, ma gli adolescenti rappresentano una fascia particolarmente vulnerabile: «Sui social i giovani sperimentano una prima spinta all'autonomia. È qui che la maggior parte vive poi le proprie relazioni: la distinzione tra vita online e offline per loro è sempre meno netta tanto che il filosofo Luciano Floridi ha introdotto il concetto di onlife», spiega l’esperta, sottolineando come, in questa fase della vita, gli spazi di incontro e frequentazione siano spesso diversi da quelli degli adulti.
A incidere è anche la fase di crescita che li interessa: «L’adolescenza è un momento fondamentale per imparare a stare nelle relazioni – continua -. Gli adolescenti stanno vivendo un momento di cambiamenti e nuove esperienze, in cui ragazze e ragazzi iniziano a sperimentare le relazioni sentimentali. Per questo la sfida evolutiva di questa fascia di età non riguarda solo l’uso consapevole delle nuove tecnologie, ma anche la costruzione di relazioni affettive sane e rispettose».
L’influenza dei social e dei teen drama
A influenzare il modo in cui gli adolescenti vivono le relazioni contribuiscono in particolare i modelli che incontrano online, sui social, o nei prodotti di intrattenimento. «Tante persone, ad esempio su TikTok, che è il canale maggiormente utilizzato dagli adolescenti, più o meno consapevolmente danno consigli sbagliati su come vivere le relazioni ai giovani. Questo può succedere anche perché i contenuti vengono realizzati da persone che possono non essere esperte», osserva Cuccì.
Un ruolo importante è svolto anche dai cosiddetti miti romantici, veicolati talvolta da film e serie televisive per adolescenti. «Nei teen drama si trasmettono stereotipi di coppia e si cerca di normalizzare l'amore tormentato o si scambia la gelosia per interesse. La romanticizzazione dei comportamenti negativi del partner passa anche da questi contenuti». Ed è così che, quando la gelosia viene rappresentata come una prova d’amore e il controllo una manifestazione d’interesse, diventa molto più difficile riconoscere i segnali di una relazione poco sana.

Conseguenze psicologiche e fisiche
Una prima conseguenza per chi sperimenta questo tipo di violenza riguarda i rapporti futuri: «I dati mostrano che se un ragazzo ha subito violenza in giovane età è possibile che questa si rimanifesti da adulto – sottolinea la psicologa -. È come se il giovane avesse imparato a vivere nel modo sbagliato le proprie relazioni e continui a imbattersi nello stesso schema».
Inoltre, la violenza comporta l’emergere di una serie di difficoltà psicologiche e fisiche: ansia, stato di allerta costante, difficoltà nella concentrazione e nel regolare il sonno, diminuzione dell’appetito. L’abbassamento di autostima che ne deriva comporta anche la compromissione della percezione della propria immagine, l’emergere di sintomi depressivi e l’isolamento. Tutto ciò porta ad un malessere generale e ad un conseguente calo nel rendimento scolastico o lavorativo.
I campanelli d’allarme
Ma dove finisce l'interesse e comincia il controllo? Per Cuccì, la distinzione è netta: «Non esiste un confine tra interesse e controllo perché sono due cose assolutamente distinte. Se il partner ti chiede a che ora hai allenamento di pallavolo e ti augura di divertirti si sta interessando a te. Se te lo chiede per controllarti e accertarsi che sei davvero in palestra è un altro discorso».
È fondamentale dunque insegnare ai giovani a riconoscere da subito i segnali di una possibile violenza: «Un campanello d’allarme sono i comportamenti del partner: domande insistenti, richiesta di condivisione di chat personali o password, monitoraggio della nostra attività. Bisogna stare attenti: queste richieste e questi comportamenti non vanno mai bene e non sono mai da giustificare. Tutto deriva da una mancanza di fiducia ma senza questa non può esserci una relazione sana».
L’importanza della prevenzione
In questo quadro assume sempre più importanza il tema della prevenzione. «Prevenire si può: bisogna lavorare sui singoli. L’adolescente deve essere messo in grado di identificare il rischio e avere figure di supporto che lo aiutino e con cui confidarsi: un adulto di riferimento, non solo i genitori, ma anche un insegnante, l’allenatore, un amico di famiglia. Bisogna lavorare tanto sull’educare ad identificare e non giustificare questi atteggiamenti».
Il lavoro principale avviene sul singolo: «Come equipe lavoriamo proprio su questo: sulle competenze che servono ai singoli per stare bene in una relazione. La chiamiamo la competenza romantica: si deve insegnare fin da piccoli l’empatia, l’ascolto, il rispetto degli altri e il consenso, la capacità di gestire i conflitti, di vedere le cose da più punti di vista e valorizzare le differenze, saper negoziare, gestire spazi ed emozioni. Insegnato questo si insegna anche come gestire nel modo corretto una relazione».
Il ruolo degli adulti
Se i social sono il luogo in cui ci si imbatte nella cyber violenza, quello che devono fare gli adulti è innanzitutto educare al loro utilizzo: «Bisogna accompagnare i giovani nella visione dei contenuti. L’educazione ai social non deve essere un controllo diretto e fine a sé stesso. I genitori non devono limitarsi a dare regole o imporre limiti: a fare la differenza è il dialogo. Per questo una regola deve essere spiegata e non imposta per essere compresa: l’obiettivo è rendere i ragazzi capaci di leggere i contenuti in autonomia, non vietarglieli».
Allo stesso modo è indispensabile l’educazione all’affettività e alla sessualità per lo sviluppo di competenze relazionali nelle dinamiche di gruppo e di coppia. «È un lavoro importante e deve essere capillare: riguarda le famiglie, ma anche la scuola, gli educatori sul territorio, i consultori e le Istituzioni. Perché qualcosa si smuova ci vorrebbe un cambiamento culturale che interessi tutti. I ragazzi non devono sentirsi soli: dobbiamo imparare a comprenderli ed accoglierli, sostenerli nello sviluppo della propria autonomia, del proprio senso critico e nella comprensione delle caratteristiche degli ambienti digitali senza fermarci mai al solo giudizio».


