Salute e benessere

Il fascino del bagno di gong: «Ecco il potere del suono»

Nicola Veneziani, in arte Nico Viaggi Sonori, racconta la pratica del sound healing tra handpan, campane tibetane e strumenti ancestrali. Un viaggio acustico di un'ora e mezza per staccare dal rumore quotidiano e rigenerare il corpo
Giulia Camilla Bassi
Il silenzio del bagno di gong
Il silenzio del bagno di gong

Ci si sdraia su un tappetino, in tutta comodità, avvolti, magari, in una coperta morbida. Si chiudono gli occhi e, per circa un'ora e mezza, non resta altro da fare. Solo ascoltare. A guidare l'esperienza sono i gong, l'handpan, le campane tibetane, il tamburo sciamanico e altri strumenti ancestrali: suoni interamente acustici che si diffondono nello spazio, generando vibrazioni percepibili anche sulla pelle e, negli intervalli tra una nota e l'altra, lasciano affiorare quelli che Nicola Veneziani chiama «istanti di assordante silenzio».

A guidare queste sessioni è proprio Nicola Veneziani, meglio conosciuto come Nico Viaggi Sonori, tra le figure più note nel panorama cittadino — e non solo — del sound healing (letteralmente, «guarigione attraverso il suono»): una pratica dalle radici antichissime, che va dai canti armonici tibetani ai gong cerimoniali asiatici, e che negli ultimi decenni ha trovato nuova popolarità in chiave di benessere psicofisico.

Alla base

La filosofia di base è semplice: il corpo, composto per circa il 60% di acqua, è un naturale conduttore di vibrazioni, e il suono può entrare in risonanza con l'organismo non solo attraverso l'udito ma anche attraverso pelle e tessuti — un po' come un diapason che, colpito, fa vibrare alla stessa frequenza un oggetto vicino. Tra i benefici più spesso riportati da chi vi partecipa ci sono: rilassamento profondo, riduzione percepita di stress e tensione muscolare, un miglioramento soggettivo del sonno e una maggiore sensazione di presenza. A differenziare il bagno di gong da altre pratiche come la meditazione guidata è proprio l'assenza di indicazioni da seguire: nessuna tecnica, nessuna immagine da costruire mentalmente. Il suono, in questa filosofia, lavora da solo.

Abbiamo incontrato Veneziani per farci raccontare come è nato il suo percorso, cosa accade davvero durante un'immersione sonora e perché, in un tempo dominato da notifiche e rumori continui, ascoltare possa diventare un modo per ritrovare il silenzio e, forse, anche se stessi.

Nicola, Come sei arrivato al gong e all'handpan?
Tutto è iniziato nel lontano 2019, quando un amico mi ha mostrato un video di due ragazzi che suonavano l'handpan. Me ne sono innamorato all'istante. Li ho contattati per farmene costruire uno, e mi hanno indirizzato da Elaia a Milano, da Mumi e Ale, che ormai sono amici. Così ho fatto realizzare il mio primo handpan. È come se la vita mi avesse sussurrato qualcosa, mostrato cose che poi ho scelto.

Nel 2022, poi, è arrivato un secondo segnale dall'Universo: la vita mi ha proposto la magia dei gong. La gong master Monica Benatti — che purtroppo è mancata pochi giorni fa — mi disse di essere stanca e che le avrebbe fatto piacere che fossi il suo successore. All'epoca la risposta poteva essere solo sì o no. Ho scelto il sì. Mi sono iscritto a un corso a Bologna per diventare gong master con il mio attuale maestro, Christof Bernhard, ed è lì che tutto ha avuto davvero inizio.

Cosa accade concretamente durante un bagno di gong?
Le persone si sdraiano su un tappetino, si coccolano nelle proprie coperte e vivono la propria esperienza a occhi chiusi. In questo modo si «annienta» il sistema associativo e si attiva in maniera esponenziale il sistema percettivo. Restano un'ora e mezza in ascolto, e ognuno vive il proprio viaggio. Io suono i miei strumenti, dove fanno da re i sacri gong.

Lì per me inizia una sorta di magia: si crea un limite impercettibile, a volte inspiegabile, dove è come se smettessi di essere io a suonare gli strumenti, e fossero loro a suonare me. È un istante di presenza totale, dove si annienta qualsiasi pensiero e si crea un'interconnessione tra me e gli strumenti.

Qual è l’invito che rivolgi ai partecipanti?
Per me è importante che la gente si ascolti davvero. Anche nella presentazione iniziale non chiedo tante cose, giusto qualche dettaglio tecnico, poi dico solo: ascoltatevi, permettetevelo, state facendo un regalo a voi stessi. Sì, ascoltare la mente, che è sempre in loop, il soma — il corpo — quando sussurra, quando dialoga in quegli istanti. Ma il vero invito è ascoltare le sensazioni e le emozioni. È strano, perché quando chiudi gli occhi è come se gli strumenti ti conoscessero già, sapessero cosa devono comunicarti, cosa devono sussurrarti — e in base al tuo vissuto, al tuo istante, escono cose diverse. È diverso per ognuno, dipende da come stai, da chi sei in quel momento.

Perché si parla di «bagno»? Il suono si percepisce anche fisicamente?
Assolutamente sì. Quando suono, i miei vestiti vibrano sempre: il suono non è altro che vibrazione, un movimento di particelle che poi si trasforma nel timpano e viene percepisci a livello uditivo. È proprio questo il senso del termine «bagno»: invece di immergerti in acqua, ti immergi metaforicamente nel suono. Il termine è stato coniato dal supremo maestro Don Conreaux.

Tutto è acustico, niente amplificazione meccanica — anche quando qualcuno mi chiede che microfoni uso, la risposta è: nessuno. E poi c'è il fascino dei suoni che escono da questi gong: uno potrebbe pensare che diano solo un «bong» e basta, e invece con tecniche particolari generi suoni che sono universali. Alcuni sentono il canto delle balene, altri sensazioni completamente diverse: è bizzarro, ma è proprio questo il fascino.

Ogni gong è accordato in modo specifico?
Assolutamente sì. Vengono forgiati a mano, con un'accordatura quasi segreta, quasi mistica, che dà loro una direzione ben precisa. Se prendi due gong della stessa serie, la nota di base è la stessa, un do, le frequenze e le armoniche sono quelle, eppure non sono mai uguali l'uno all'altro: uno può essere più morbido, l'altro più duro; uno più profondo, l'altro meno. C'è uno studio dietro chi accorda e sintonizza ogni singolo gong.

Quanto conta lo spazio in cui suoni?
Suono principalmente a Castello Quistini perché per me è casa, e ha un riverbero spettacolare. La location per me è fondamentale. Ogni volta che scelgo uno spazio lo faccio con estrema cura: deve «essere casa», deve risuonare in me — l'acustica è una parte quasi fondamentale. Mi è capitato di fare sopralluoghi, decidere di procedere comunque, e poi ritrovarmi in spazi non protetti: penso a uno studio yoga con una palestra accanto, dove a un certo punto senti un peso cadere e la gente lo percepisce. Per me quella non è cura.

Oggi siamo circondati da notifiche, video, rumori continui: chi viene da te cerca il suono, ma forse cerca soprattutto il silenzio?
Principalmente la gente partecipa per curiosità, per vivere l'esperienza in sé, e quasi sempre ha un'aspettativa altissima di rilassarsi, anche se non è sempre così, perché ognuno ha il proprio vissuto, il proprio essere. Io amo vederla come un istante che ciascuno si prende per sé stesso, per un'introspezione sana e profonda. Attraverso il suono le persone possono ascoltare quegli istanti di assordante silenzio che si creano tra una nota e l'altra. È un istante prezioso che ognuno si dedica per ascoltarsi.

Qual è la reazione che incontri più spesso a fine esperienza?
Di pancia, mi viene da dire che la reazione più bella è il sorriso. Lo noti anche negli sguardi delle persone: c'è un principio di gratitudine forte, che sento e che tengo a rispettare, lasciandole nei loro silenzi — quelli preziosi — alla fine di ogni evento, permettendo ai suoni di continuare un po' ad abbracciarle, a tenerle strette.

E la reazione più sorprendente che hai incontrato?
Tendo a non raccontare i feedback delle persone, ma c'è un episodio che porto con me. C'era una signora che seguiva il bagno di gong ed era non udente. Ha fatto l'intera esperienza, e quando ha finito mi ha guardato con degli occhi meravigliosi e mi ha chiesto se poteva raccontarmi cosa aveva vissuto. Le ho chiesto se avesse sentito qualche suono. Mi ha risposto: «Ho sentito tutto». Piangevo mentre me lo raccontava. Mi ha detto di aver visto una luce partire dall'alto, entrarle dal capo, attraversarle l'orecchio. Pura magia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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