Più ascolto e ospedali in rete: il metodo Chiesa in Asst Garda

Medico di formazione, con specializzazione in Igiene e Medicina preventiva, e manager di consolidata esperienza nella Sanità pubblica, Roberta Chiesa ha maturato incarichi di responsabilità in Asl (ora Ats), agli Spedali Civili e, durante la fase complessa della pandemia, all’Asst Valcamonica.
Oggi è direttrice generale dell’Asst Garda e si appresta a concludere l’ultimo anno del suo mandato alla guida dell’azienda che insiste in un territorio da 380mila abitanti.
Direttrice Chiesa, che bilancio traccia di questi anni alla guida dell’Asst Garda?
Direi positivo. Sono stati tre anni intensi: si sono verificati numerosi cambiamenti sia a livello territoriale, con l’attuazione del decreto ministeriale 77 del 2022, sia negli ospedali. Penso, ad esempio, alla partita della digitalizzazione, che richiede impegno e ha un impatto su tutte le strutture. Il nostro approccio, di fronte a ogni cambiamento, prevede il coinvolgimento degli operatori: ciò che viene compreso è più facile da attuare. In questa direzione si inserisce l’istituzione di una commissione aziendale sulla digital innovation.
Qual è il segno concreto che ritiene di aver lasciato?
Quando sono arrivata mi ha colpito la fuga di personale. Come direzione strategica abbiamo lavorato per fidelizzare medici, infermieri e operatori. Abbiamo aperto un asilo nido a Desenzano, previsto avanzamenti di carriera per il personale del comparto e ampliato l’offerta formativa con strumenti innovativi, come il teatro e i visori immersivi. Soprattutto, mi sono dedicata all’ascolto: ricevo tutti, la mia porta è sempre aperta. Sono convinta che un buon clima lavorativo aiuti ad affrontare ogni ostacolo. I risultati si vedono: abbiamo ricevuto richieste di rientro da parte di professionisti che avevano scelto altre strutture.
Ha quindi puntato molto sull’ascolto.
Sì, l’altro segno che spero di aver lasciato riguarda l’importanza di lavorare in rete. Prima di tutto all’interno: disponiamo di tre ospedali con identità, necessità e territori diversi e abbiamo fatto il possibile affinché dialogassero. Poi con l’esterno: lavoriamo molto bene con le altre strutture bresciane. In particolare abbiamo eseguito con la Asst Franciacorta due operazioni: condividiamo una Breast Unit interaziendale che da alcune settimane ha accentrato gli interventi chirurgici a Manerbio; utilizzeremo insieme, inoltre, un robot per l’esecuzione di interventi mini-invasivi e di alta precisione.
Qual è stata la criticità più difficile da affrontare?
La carenza di personale. Al mio arrivo ho trovato diverse Strutture complesse affidate a facenti funzione e quindi meno attrattive. In questi anni siamo riusciti a coprirle quasi tutte con primari titolari. Entro Pasqua completeremo il percorso.
E la carenza di infermieri?
Siamo sede del corso di Infermieristica dell’Università degli Studi di Brescia. I posti disponibili sono una cinquantina: tre anni fa erano occupati solo per metà, oggi sono quasi tutti coperti. Ha inciso il lavoro di sensibilizzazione e attrattività che abbiamo svolto nelle classi quarte e quinte delle scuole superiori.
Le liste d’attesa restano uno dei temi più sentiti della Sanità: qual è la situazione dal suo punto di vista?
Il problema esiste e va affrontato nella sua complessità, facendo i conti anzitutto con la carenza di personale. Noi, ad esempio, abbiamo un solo neurologo. La Regione ha messo a disposizione risorse per estendere le agende in orari e giorni aggiuntivi e noi, compatibilmente con l’organico, abbiamo colto questa opportunità. Ampliare l’offerta, però, non basta: tutti gli attori devono fare la propria parte. Il medico prescrittore deve lavorare sull’appropriatezza e il paziente deve presentarsi agli appuntamenti, screening compresi, oppure disdirli in tempo. Oggi registriamo un tasso di mancata presentazione del 10%, che incide in modo significativo. Sono convinta che la situazione potrà migliorare quando la telemedicina sarà pienamente a regime. È uno strumento prezioso soprattutto per i pazienti cronici e contribuirà a decongestionare le liste d’attesa. Anche il Cup unico regionale, nel tempo, consentirà di occupare tutti gli slot disponibili, con effetti positivi sull’organizzazione complessiva.

Parliamo dell’ospedale di Desenzano: quanto incide nella gestione il fatto che si trovi in un territorio a vocazione turistica?
Durante la bella stagione non è semplice conciliare la legittima esigenza del personale di usufruire delle ferie con l’aumento della domanda di prestazioni. Per questo mettiamo in campo strategie mirate. Potenziamo l’ambulatorio dei codici bianchi, rafforziamo i fast track e attiviamo percorsi gestiti direttamente dagli infermieri. Pubblichiamo, inoltre, un bando per liberi professionisti, così da integrare le forze disponibili. E riduciamo i posti letto nelle aree che non afferiscono alla chirurgia e all’ortopedia, che in estate registrano i maggiori volumi. Inoltre abbiamo sottoscritto un accordo con gli albergatori del territorio che ci aiuta a ridurre alcuni accessi impropri in pronto soccorso. Le strutture ricettive dispongono di un numero dedicato da contattare nel caso in cui un ospite abbia necessità di assistenza, così da orientarlo correttamente prima che si presenti in ospedale.
A proposito di estate, la zona è meta di turisti che contano su questo ospedale per eseguire la dialisi.
Esatto. Grazie alla disponibilità del personale garantiamo anche un terzo turno di dialisi. È un servizio molto apprezzato. Ci sono persone che da anni scelgono il Garda proprio per questo: qui si sentono accolte e seguite come a casa.
In questi anni si sta decidendo del futuro di questa struttura. Quali sono le alternative sul tavolo in questo momento?
L’attuale ospedale ha più di 50 anni ed è il risultato dell’accostamento di diversi corpi di fabbrica. Per definire il percorso è stato istituito un tavolo tecnico e abbiamo affidato al Politecnico di Milano uno studio di fattibilità che valuti in modo oggettivo le opzioni: la ristrutturazione dell’esistente oppure una nuova progettazione. Quando lo studio sarà pronto lo condivideremo con la Regione, così da assumere una decisione basata su dati ed evidenze.
Che vocazione stanno assumendo gli ospedali di Manerbio e Gavardo?
L’ospedale di Manerbio ospita una Breast unit con attività chirurgica e un polo oncologico di elevata complessità. È un presidio che attrae pazienti anche dal territorio cremonese e dalla zona di Orzinuovi. L’ospedale di Gavardo, invece, ha un pronto soccorso strategico per la Valsabbia e l’Alto Garda: registra circa 35mila accessi l’anno, con un picco significativo durante la stagione estiva.
Il punto nascita di Gavardo è stato chiuso.
Sì, ma abbiamo potenziato il percorso di presa in carico della donna con gravidanza a basso rischio ostetrico nel periodo pre e post natale. Il progetto, denominato «Senza ostetrica non parto», coinvolge le ostetriche, reperibili 24 ore su 24, ed è associato a una convenzione con Areu.
C’è una questione che avrebbe affrontato in maniera diversa o che le dispiace sia rimasta irrisolta?
No. Cerco di affrontare ogni questione quando si presenta.
Com’è il rapporto con gli altri ospedali?
Molto buono. Collaboriamo in modo proficuo con le altre Asst bresciane, di Mantova e Cremona, oltre che con la Poliambulanza.
E con il territorio?
Lavoro bene con i sindaci, le Comunità montane, le associazioni di volontariato e tutto il terzo settore. È nata una collaborazione significativa, ad esempio, con l’Associazione bresciana stomizzati: l’abbiamo coinvolta nell’apertura dell’ambulatorio di Desenzano. Vogliamo che il territorio la conosca e auspichiamo che in futuro possa nascere una sezione gardesana.
Si sente disponibile a una riconferma?
Se riterranno che abbia lavorato bene e che sia utile proseguire il percorso, io sono disponibile.
Una soddisfazione su tutte?
Vedere che i residenti di Desenzano e dei comuni limitrofi abbiano ripreso a rivolgersi al nostro ospedale. In precedenza molti sceglievano Brescia o strutture fuori regione.
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