Anoressia e bulimia: nel Bresciano oltre 60mila vite in ostaggio

Non sono un capriccio adolescenziale, una moda, un interesse passeggero per la dieta o per l’aspetto fisico. I disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono patologie psichiatriche serie, riconosciute dall’Organizzazione mondiale della sanità, che intrecciano fragilità, sofferenze psicologiche e pressioni sociali.
Colpiscono ragazze e ragazzi, adulti e giovanissimi, e non si riconoscono solo da un corpo troppo magro: possono nascondersi dietro pesi un peso nella norma o abitudini apparentemente salutari. Sfatare i luoghi comuni è il primo passo per riconoscerli e intervenire in tempo.
Regole rigide verso se stessi
Lo sa bene lo psichiatra Mauro Consolati, responsabile del Centro pilota regionale per i disturbi del comportamento alimentare di Gussago che fa riferimento all’Asst Spedali Civili: «I disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono espressioni di un disagio nei confronti di sé stessi che può apparire poco pericoloso e, nelle fasi iniziali, persino socialmente accettato – spiega –. A un genitore può sembrare positivo che la figlia mostri un atteggiamento di controllo nei confronti del cibo e della sua forma fisica. In realtà, quella ricerca rigida di regole, la selezione sempre più restrittiva degli alimenti o l’ansia legata ai pasti possono rappresentare i primi segnali di un disturbo che, se non riconosciuto, tende a strutturarsi e a incidere in modo profondo sulla salute fisica e psicologica».

I numeri e il trend del disagio
L’occasione per parlarne è la Settimana Lilla (8-15 marzo) che culmina nella Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla che si celebra il 15 marzo, data scelta per commemorare Giulia Tavilla, 17enne morta il 15 marzo 2011 per bulimia. «Il nostro Centro – racconta il dottor Consolati – segue ogni anno tra le 350 e le 400 persone. Solo nel 2025 abbiamo effettuato oltre 200 prime visite e disposto 58 trattamenti riabilitativi in degenza, numeri che danno la misura di un fenomeno tutt’altro che marginale».
Dopo l’impennata registrata durante la pandemia, che ha anticipato l’esordio dei disturbi e aggravato molte situazioni già fragili, il quadro si è progressivamente riallineato ai livelli precedenti. «Oggi siamo tornati ai numeri pre-Covid – spiega –. La fascia più colpita resta quella tra i 14 e i 25 anni. I casi in età ancora più precoce, intorno ai 10 o 11 anni, sono per fortuna limitati, ma rappresentano un campanello d’allarme importante. Allo stesso tempo osserviamo anche esordi più tardivi, oltre i 25 anni, a conferma che questi disturbi ad esordio nell’adolescenza purtroppo proseguono ben oltre questa fase della vita».
Secondo le stime del Ministero della Salute, i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione riguardano circa il 5% della popolazione. Rapportando il dato al territorio bresciano si parla di oltre 60mila persone. Un numero che, con ogni probabilità, è per difetto: molte famiglie si rivolgono al privato e una parte dei pazienti non intraprende alcun percorso di cura. Il fenomeno reale, dunque, rischia di essere ancora più ampio di quanto emerga dalle statistiche ufficiali.
Anoressia, bulimia e binge eating
Il disturbo più diffuso noto è resta l’anoressia nervosa, ma non è l’unico. Accanto a questa si riscontrano la bulimia nervosa, più diffusa, che può rimanere a lungo invisibile perché spesso non comporta una perdita variazioni di peso significative, e il binge eating o disturbo da alimentazione incontrollata, caratterizzato da abbuffate ricorrenti senza condotte di compensazione, con un conseguente aumento di peso che può sfociare nel sovrappeso o nell’obesità.
Manifestazioni diverse di un’unica sofferenza, accomunate da tre tratti distintivi: «Un’autostima che si misura quasi esclusivamente sul controllo del cibo e del corpo; una percezione alterata della propria immagine corporea; una scarsa consapevolezza della malattia».

I campanelli d’allarme esistono, ma non sempre sono immediati da riconoscere: «Chi soffre di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione tende a nascondere il proprio disagio – spiega –. Tuttavia non vanno sottovalutati alcuni segnali: il controllo ossessivo del peso, variazioni significative e rapide del peso corporeo, un’attività fisica eccessiva, la perdita di controllo sul cibo con episodi di abbuffate seguiti da comportamenti compensatori come il vomito autoindotto oppure l’uso immotivato di diuretici e lassativi». Anche i cambiamenti sul piano relazionale possono essere indicatori importanti. «Devono far riflettere l’isolamento, la chiusura, la reticenza e la tendenza a negare il problema e a evitare il confronto».
Percorsi multidisciplinari
La tempestività è decisiva: «Chiedere aiuto il prima possibile è fondamentale affinché la malattia non peggiori al punto di diventare una condizione identitaria. Talvolta le famiglie pensano di risolvere il problema rivolgendosi esclusivamente a un esperto dell’alimentazione, un dietologo o dietista, ma l’aspetto nutrizionale è solo la parte in superficie del quadro clinico.
Il disturbo va affrontato nella sua complessità, con un percorso che metta al centro l’intervento psicologico e la riabilitazione alimentare, all’interno di un’équipe multidisciplinare». Il percorso di cura può essere lungo e richiede costanza: «La durata varia in base al quadro clinico – spiega Consolati –. In alcuni casi sono sufficienti interventi ambulatoriali, talvolta magari ravvicinati nel tempo; nelle fasi più acute possono rendersi necessari interventi salvavita; nelle situazioni più complesse si attivano percorsi riabilitativi intensivi semiresidenziali e residenziali».
Il significato della guarigione
Guarire è possibile, anche se il traguardo non è uguale per tutti. «Quello della guarigione è un concetto dinamico, in divenire e profondamente individuale – sottolinea Consolati –. Uscirne significa tornare a vivere la propria vita in modo libero, senza che il cibo, il peso o il corpo rappresentino un pensiero dominante o un vincolo costante». Negli ultimi anni nuovi fattori hanno inciso sull’andamento di queste patologie. Tra questi i social network, capaci di amplificare modelli estetici irrealistici e di rafforzare il confronto continuo con immagini filtrate e standardizzate: «La sfida è riuscire a far passare proprio da lì messaggi di prevenzione e di consapevolezza».

Un capitolo delicato riguarda anche i nuovi farmaci contro l’obesità: «Sono strumenti efficaci nel trattamento dell’obesità – precisa – ma possono rivelarsi estremamente pericolosi per chi soffre di disturbi alimentari. Agiscono sul senso di sazietà e chi è malato ha già una percezione alterata dei segnali fisiologici della fame e della pienezza». Un motivo in più per ribadire la necessità di una valutazione specialistica.
Luoghi comuni da sfatare e consigli
Attorno a queste patologie resistono ancora molti stereotipi: «C’è chi continua a considerarle problematiche di poco conto, risolvibili con una semplice educazione alimentare. In realtà, se trascurate, possono evolvere e portare a complicanze anche gravi fino alla morte». Ai genitori il direttore del Centro rivolge un invito chiaro: «È importante sviluppare tenacia nell’accompagnare i figli in percorsi che possono essere lunghi, complessi e a tratti scoraggianti. Occorre mettere in conto che, al termine della cura, la persona sarà cambiata, cresciuta, diversa da prima. E soprattutto non bisogna ridurre il proprio figlio al suo rapporto con il cibo o con la bilancia. Per aiutarlo davvero è necessario saper riconoscere e valorizzare le sue risorse, quegli aspetti vitali che la malattia tende a soffocare».
Altrettanto importante è il messaggio diretto ai giovani che soffrono in silenzio: «È fondamentale uscire dall’isolamento, imparare a vivere il confronto e che non tutto può essere controllato, la vita non sempre segue i binari che immaginiamo. La sfida è riscoprire la parte più viva e autentica di sé e coltivare una tenerezza verso sé stessi che diventa il primo passo per ritrovarsi».
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